Un turismo mangia-città

Lucia Tozzi

Nei giorni ossessivi del primo lockdown italiano era molto diffuso il dibattito sugli scenari post Covid, riassumibile nelle canoniche tre posizioni che si ripresentano a ogni grande shock epocale: 1) teniamo duro e tutto tornerà come prima – 2) è un’occasione per cambiare e stare meglio di prima – 3) sarà come prima ma molto peggio. Quando l’emergenza si avvia alla conclusione, ognuno degli statement sfocia di solito nel corrispondente: 1) visto? ce l’abbiamo fatta – 2) è stata un’occasione persa – 3) ve l’avevo detto, poveri stolti.

Nel caso del Covid l’oggetto al centro delle opposte speranze era principalmente il sistema del capitalismo globale: visto che era uscito più che rafforzato dalla grande crisi economica del 2008, si sperava o temeva che potesse ricevere una mazzata terribile del virus. Allo stato attuale delle cose, siamo già in grado di dire che la ricchezza si è ulteriormente concentrata, quindi la mazzata anche questa volta è andata a vuoto come nel gioco della pignatta, o meglio – sempre come nel gioco – il bambino bendato l’ha diretta sui compagni più sfortunati.

Ma il dibattito non si fermava solo ai massimi sistemi. Lo stesso schema si applicava a una serie notevole di sottotemi: la privatizzazione del welfare (in particolare la sanità), le politiche nei riguardi della sostenibilità in generale e del climate change in particolare, e naturalmente il futuro del turismo e delle città.

Su questo ultimo punto, gli schieramenti si possono così riassumere a grandi linee: i sindaci di Venezia, Las Vegas o Lisbona insieme ai rispettivi esponenti del settore ristorazione/accoglienza locale, ai venditori di souvenir e a Ryanair si identificavano nella posizione 1; i critici radicali del turismo, gli attivisti urbani e i più o meno sinceri sostenitori del turismo sostenibile incarnavano la 2; gli ambigui e saccenti realisti, sempre pronti a ribadire con entusiasmo la mancanza di alternative al capitalismo di matrice thatcheriana, rappresentavano e rappresentano la posizione 3.

In effetti l’amara e purtroppo evidente realtà è che i governi hanno utilizzato l’emergenza per cancellare le pochissime conquiste politiche che i movimenti emersi contro la monocultura turistica e a difesa delle popolazioni urbane avevano ottenuto in città come Barcellona o Parigi. Erano stati introdotti alcuni limiti e regole – non ancora sufficienti ad arginare l’impatto dei flussi turistici – alla diffusione di Airbnb e degli affitti brevi, all’aumento indiscriminato dei canoni di locazione, agli eccessi della mercificazione degli spazi pubblici, ed erano stati spostati finanziamenti dall’attrattività al welfare urbano. Era nata la rete SET, città del Sud Europa contro la turistificazione, per diffondere informazione ed esercitare pressioni sulle amministrazioni locali.

Ma il panico creato dall’interruzione dei flussi globali, l’idea stessa che potesse incrinarsi il dogma della positività assoluta del viaggiare, automaticamente associato a concetti ambigui e un po’ abusati come scambio culturale, apertura mentale, esperienza – anzi experience – hanno offerto ai politici un’occasione unica per liberarsi di ogni vincolo, azzerare il dibattito critico all’interno delle istituzioni e concentrare gli investimenti, di nuovo, sulla competizione turistica internazionale. A Barcellona il partito socialista, da anni promotore del liberismo più sfrenato nel campo della rendita urbana, si è impadronito delle deleghe di settore e ha distrutto tutto quello che anni di movimenti in senso contrario avevano costruito, trasformando di nuovo la città nella capitale simbolica del turismo con il Future of Tourism World Summit e promuovendo tra le altre cose un’estensione dell’aeroporto.

Piazze, parchi e marciapiedi delle città di mezza Europa sono stati invasi da tavolini e dehors, con la più grande operazione di enclosure, di privatizzazione dello spazio pubblico di tutti i tempi e la subordinazione della socialità al consumo – con la scusa della ripartenza dell’economia. In Italia la campagna elettorale delle amministrative nelle grandi città ha visto i candidati di tutte le parti politiche puntare uniformemente sul turismo e i grandi eventi: da Milano che con le Olimpiadi Invernali ha lanciato la trasformazione immobiliare dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana, a Napoli che è in fibrillazione per Procida Capitale della cultura, da Bologna che nonostante il fallimento patente di FICO – il parco alimentare progettato da Oscar Farinetti – è diventata un taglierificio a cielo aperto, a Roma che dopo avere saggiamente abortito la candidatura alle Olimpiadi oggi pianifica grandi opere per il Giubileo 2025 e si candida ufficialmente per EXPO 2030.

Perché tutta questa smania di investire su un settore dell’economia che si è rivelato così fragile e a basso valore aggiunto? Anche prima del Covid era emerso con chiarezza che è sufficiente un piccolo danno d’immagine, una rivolta urbana o un’alluvione di media entità per creare scompensi enormi agli albergatori, ai ristoratori e a tutti i lavoratori precari e stagionali che arrancano dietro di loro, guadagnando in media molto meno dello standard di sopravvivenza. E soprattutto, perché le città, che per vocazione sarebbero plurali, luoghi di incontro e scontro tra risorse, intelligenze, produzioni ed economie multiple, stanno affidando le loro sorti a questa specie di culto religioso, a questa grande cornice mitologica che piega ogni altra attività al suo fine, ricomprende ogni fenomeno al suo interno promettendo una prosperità infinita?

Fino a qualche decennio fa il turismo e le città sembravano due argomenti quasi completamente irrelati, tranne che per poche eccezioni – le città italiane del Grand Tour, le grandi capitali della modernità e qualche metropoli orientale. La città era, nell’immaginario comune, legata al lavoro, e le vacanze lo erano al mare, alla montagna, alla campagna, ai siti storici o esotici.

Quando poi il turismo ha cominciato a configurarsi come una vera e propria industria globale – come ha ben mostrato Marco d’Eramo in Il selfie del mondo una delle più imponenti e inquinanti – le città sono entrate a gamba tesa nella competizione. Tutto è diventato turistificabile, e ogni cosa è stata orientata al turismo: il marketing urbano, assurto a scienza fondamentale del governo della città, ha trasformato in attrazioni i business district, gli slums, i palazzi anni ‘50, la scena underground, le usanze pacchiane, i cibi popolari, i quartieri disastrati da catastrofi. E a poco a poco l’attrattività è diventata l’unico scopo dell’agire urbano, perché chi attira persone attira capitali e accumula potere. Il fine delle università non è più produrre ricerca e formazione, ma attrarre studenti, che producono indotto e prosperità immobiliare, e in questo modo i rettori diventano attori di primo livello nelle politiche locali e nazionali. Sulla stessa linea, gli ospedali si contendono i malati anche per il business dei parenti dei malati, le imprese privilegiano la comunicazione rispetto alla produzione, le trasformazioni urbane rispondono alla logica della coolness invece che agli interessi reali dei cittadini, edificando case e uffici di lusso e spazi del commercio invece di case popolari, attrezzature pubbliche aperte a tutti, spazio pubblico gratuito.

L’effetto è un vero e proprio zoning, una rigida divisione delle città in aree riservate a funzioni diverse sul modello dei tanto criticati piani regolatori di stampo modernista. Ma i confini non separano le zone industriali da quelle residenziali: scavano invece un solco tra aree benestanti e turistiche, e zone emarginate e povere. E a tracciare questi confini sulla mappa non sono urbanisti e politici in nome di teorie sul benessere sociale e in rappresentanza dell’interesse pubblico, ma Airbnb e altre piattaforme di affitti brevi.

L’indice di gradimento internazionale di una città è in altre parole la misura della crescita della rendita, e parallelamente delle diseguaglianze: è significativo che il valore più alto dell’indice di Gini in Italia è raggiunto da Milano, seguita, guarda un po’, da Roma e Napoli.

È per questo motivo che gli attivisti del “diritto alla città” continuano a combattere per decostruire l’equazione turismo-petrolio: a Barcellona protestano fieramente contro l’espansione dell’aeroporto, il Summit e quella rigenerazione urbana che invece di migliorare le condizioni di vita dei cittadini li espelle dai quartieri che abitano. A Venezia continua impetuosa la lotta contro le grandi navi da crociera e nelle città della Toscana si rivoltano contro la trasformazione di ville e palazzi storici in resort. Il discorso pubblico è tornato indietro, ma la critica si espande.

Bibliografia
Marco d’Eramo, Il selfie del mondo. Un’indagine sul turismo, Feltrinelli 2017
Sarah Gainsforth, Airbnb città merce, Deriveapprodi 2020
Giacomo Maria Salerno, Per una critica dell’economia turistica, Quodlibet 2020
Clara Zanardi, La bonifica umana. Venezia dall’esodo al turismo, Unicopli 2021
Paola Somma, Privati di Venezia, Castelvecchi 2021


Articolo pubblicato su “Aspenia online” il  16 ottobre 2021. Fotografia di Maxime Steckle da Unsplash.

 

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