La semplificazione di Draghi: abbattere il freno delle regole

Tomaso Montanari

Il responsabile “commercio e lavoro” di Forza Italia Giovani Milano ha dichiarato che tra le vittime del disastro della funivia del Mottarone ci sarebbero anche “i gestori dell’impianto”, perché “costretti alla fame da regole assurde e tanto disperati all’idea di dover ritardare la riapertura da arrivare a voler riaprire ad ogni costo”. Insomma, quei quattordici morti non li avrebbe uccisi la criminale avidità di chi voleva aumentare gli utili (comunque cospicui): no, li avrebbero uccisi le “regole”.

Se oggi c’è ancora un’ideologia trionfante è proprio questa: la demonizzazione delle regole. Togliere il freno, dalle funivie all’economia: ecco la soluzione.

Così, il Governo di un Paese che nel 2020 ha avuto 1270 morti sul lavoro (nonostante il lockdown), propone il massimo ribasso e il subappalto libero (salvo doverseli poi in parte rimangiare di fronte alla reazione di sindacati e associazioni antimafia): come se la corsa a tagliare i costi del lavoro e le scatole cinesi dei subappalti non avessero come principale “effetto collaterale” l’abbassamento, fino all’annullamento, delle garanzie per chi lavora. Fino allo schiavismo e alla morte, come ha, da ultimo, mostrato la sconvolgente inchiesta di Piazzapulita sul distretto tessile di Prato: un’inchiesta che dovrebbe aprire gli occhi sull’altra faccia del made in Italy, visto che offre una prospettiva agghiacciante di ciò che c’è, non di rado, dietro la retorica trionfante della moda italiana. Chi, per esempio, ricorre con disinvoltura alle sponsorizzazioni che i grandi marchi della moda offrono alle grandi mostre dovrebbe chiedersi come si possa finanziare la cultura con lo schiavismo: dovrebbe rammentarsi del monito di John Ruskin (1860): “Ogni volta che compri qualcosa, prima considera le condizioni di esistenza dei lavoratori che la producono”. Ma alle ideologie dominanti è difficile resistere: e dunque la parola d’ordine non è “corresponsabilità”, ma “semplificazione”.

Nell’ultima versione (entrata in Consiglio dei ministri il 28 maggio) il decreto “semplificazioni” che imposta la “governance del Pnrr” appare come la bandiera stessa di questa ideologia delle mani libere: tanto che potremo chiamarlo, con un acronimo di quelli che oggi piacciono tanto, Dclr – Decreto contro le regole.

Il nucleo ideologico è sempre lo stesso: dalla Legge obiettivo di Berlusconi allo Sblocca Italia di Renzi si costruiscono procedure speciali, commissariamenti, silenzi-assensi per aggirare le regole in nome di urgenze eccezionali e interessi strategici. Naturalmente, sempre giurando di voler rispettare ambiente e paesaggio: ma se fosse vero, basterebbe far funzionare le regole che ci sono (e che garantiscono tutti), per esempio assumendo personale e formandolo adeguatamente. Invece, con le procedure eccezionali si fanno le Grandi Opere che stanno a cuore al governo di turno: in genere con eccezionali profitti privati, eccezionali danni ambientali e scarsissima, o nulla, utilità pubblica.

Nella semplificazione “variante Draghi”, la tutela del patrimonio culturale viene letteralmente massacrata: si crea il monstrum giuridico di una controllabile Soprintendenza speciale incardinata a Roma che tratterà tutti i progetti del Pnrr che riguardano più di una soprintendenza (ma che potrà avocare anche gli altri), anche avvalendosi di “esperti” esterni (leggi: cavalli di Troia); il “dissenso” delle soprintendenze verrà “risolto” direttamente dal Consiglio dei ministri; per gli impianti di energia rinnovabile spariscono di fatto le aree contermini a quelle vincolate (cioè si potranno mettere pale eoliche enormi nell’area visiva, per dire, di Castel del Monte o della Sacra di San Michele); il silenzio assenso se lo certificherà direttamente il privato, e il tempo per annullare autorizzazioni illegittime scende ancora; sulle foreste vincolate (come la dantesca Pineta di Ravenna) si potrà intervenire senza autorizzazione; e per decidere se autorizzare l’alta Velocità a sventrare mezza Magna Grecia non si potrà prendere più di una manciata di giorni. Nei fatti, l’articolo 9 della Costituzione è sostanzialmente sospeso per le opere del Pnrr.

Se lo “sviluppo sostenibile”, del resto, è rimasto fuori dal testo (per ora) che si vorrebbe aggiungere proprio all’articolo 9, basta e avanza l’inutile emendamento che menziona l’“ambiente” ad aprire il varco mortale con cui pale eoliche e pannelli fotovoltaici saranno messi là dove non dovrebbero stare, al largo delle Egadi o sui crinali appenninici, devastando il paesaggio. E questo è un caso particolarmente raffinato della deregolamentazione: quando le regole non si possono cancellare o abbattere, si possono mettere però l’una contro l’altra (per esempio: energie rinnovabili contro paesaggio), facendole implodere.

Non per caso questa riforma costituzionale “ambientalista” è proposta dal Governo che scatena le trivellazioni, resuscita inceneritori e nucleare e apre la porta al Ponte sullo Stretto.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 31 maggio 2021. Fotografia di Rudy Massaro da Wikimedia Commons.
 

 

 

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