di Filippomaria Pontani

Ogni anno, dopo la Mostra del Cinema, il Lido di Venezia si spegne. Stretta, anziana e spopolata, strangolata dalle enormi macchine del Mose e fitta di alberghi semivuoti, quest’isola leggiadra ha subìto nel nuovo millennio un vero scempio: in nome del nuovo faraonico Palazzo del Cinema si è abbattuta una storica pineta, si è scavato un gigantesco, maleolente buco in lungomare Marconi (dovevano sorgervi fondamenta mai gettate), e si è giunti a mettere a repentaglio l’esistenza stessa del Comune di Venezia, indebitatosi nel quadro dell’operazione per comprare dall’Ulss (27 milioni) l’ospedale al Mare, al fine di dismetterlo e rilanciare l’area in nome della sua “vocazione culturale e turistico-ricettiva”; era il 2008.

Belle intenzioni sepolte dal fallimento sei anni dopo di Estcapital, la società di Gianfranco Mossetto (già assessore alla Cultura della giunta Cacciari: il barbuto filosofo e il “barbaro” governatore Galan cooperarono nella brutta avventura del Palacinema), che dopo aver guidato le tappe più discutibili dell’intero progetto e dopo aver inglobato gli alberghi storici (Excelsior, per farne un hotel 5 stelle lusso; Des Bains, per farne appartamenti di lusso, ora è fatiscente), si spinse a chiedere l’abbattimento del Monoblocco dell’ospedale per crearvi appartamenti turistici e un centro commerciale.

Quod non fecerunt barbari, facient Barberini. Nel 2013 l’area dell’ospedale al Mare, dopo una necessaria bonifica, viene acquistata (per 50 milioni di euro, con ampia plusvalenza per il Comune) da Cassa Depositi e Prestiti, che fino al 2017 promette di realizzarvi “un moderno e attrezzato centro benessere, con cure anche di tipo sanitario”. Un’idea nuova e confortante, che però nel 2018 muta in un’altra: abbattere l’ormai malmesso monoblocco (a detta di molti assolutamente rigenerabile) e altri 5 padiglioni liberty anni 20 già vincolati dalla Soprintendenza, dando vita a un grande albergo a 4 stelle (Th-resorts) e a un resort di lusso (Clubmed), per un totale di 525 stanze, da tenere piene anche in bassa stagione. I rendering mostrano eleganti passerelle in legno, edifici in materiali sostenibili, “cannocchiali visivi” per garantire la vista mare, una spiaggia riqualificata anche naturalisticamente, piste ciclabili, e anche piscine che dovrebbero coesistere (non si sa come) con quelle destinate alla talassoterapia dei pazienti del limitrofo presidio. Perché il brutto Monoblocco verrà sì abbattuto, ma i servizi sanitari, fortemente ridotti (niente centro di Salute Mentale, niente parcheggi per utenti e personale, etc.), verranno riallocati di concerto con l’Asl in un’area contigua a quella alberghiera.

Ridimensionare in piena pandemia un presidio sanitario che fornisce assistenza e riabilitazione al Lido sin dal 1933, e fare spazio a due grandi alberghi: un disegno per alcuni forse indigesto. Ecco allora che la Scuola Italiana di Ospitalità (SIO) – creata nel 2019 da Th-resorts e dalla stessa Cdp – vara il progetto di una nuova “Hotel School” internazionale da allocare proprio in quell’area del Lido, ponendo la sede nell’edificio dismesso dell’ex Teatro Marinoni.

Si vuole creare un corso di laurea professionalizzante, e l’università Ca’ Foscari, per gli auspici del rettore in scadenza Michele Bugliesi, si presta alla bisogna: mette su in fretta e furia un curriculum di “Hospitality Management” (con dentro un po’ di tutto, dalla Storia di Venezia al Marketing, dal Portoghese all’estimo). Ma gli specialisti di Management del turismo presenti in Ateneo esprimono perplessità, i Dipartimenti interessati rifiutano di accogliere il corso al proprio interno, e si apprende che il nuovo grande hotel del Lido (presentato come il cuore del progetto, cioè come il luogo dove gli studenti dovrebbero esercitarsi) non sarà comunque pronto prima di 4-5 anni; forse anche di più, se è vero che pochi giorni fa il Tar, dando seguito a un ricorso di Italia Nostra, ha sospeso alcune demolizioni fino al 2022. Così nel Senato Accademico decisivo – contrari tutti gli studenti e vari docenti – manca la maggioranza, l’Ateneo prova a chiedere il rinvio di un anno per ponderare meglio tutto il progetto (del resto, che urgenza c’è?); ma subito il presidente di Th-resorts tuona sulla stampa “l’Ateneo deve stare al suo posto”, e il ministro Manfredi richiama al ruolo strategico del corso nel sistema accademico italiano. Magicamente Ca’ Foscari cambia nome al corso ( non più “Hospitality Management” ma “Hospitality Innovation and e-Tourism”: w il digitale), ritocca gli impegni economici (il 62,5% delle peraltro altissime tasse studentesche – il 75% il primo anno – finiranno alla Scuola Italiana di Ospitalità, ma docenza e strutture saranno in larga parte dell’at eneo), persuade alcuni senatori riottosi, e si affretta a cogliere questa “imperdibile opportunità”.

L’università sta al suo posto; gli interessi in gioco sono altri. In una città già piegata dalla monocultura turistica, e ora in miseria proprio perché quella risorsa è scomparsa, non si trova niente di meglio che puntare a formare futuri maîtres dell’Hilton o dipendenti di Trivago, scommettendo ancora una volta sul turismo di lusso come investimento di soldi pubblici.

Pare l’ultima toilette di Aschenbach dal barbiere, due pagine prima di morire.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio 2021

Fotografia da Google Earth