di Tomaso Montanari

La Grecia ci riguarda. E non solo per il suo intramontabile ruolo di sorella maggiore culturale, ma anche per la sua pericolosa condizione di democrazia del sud Europa, ricca di patrimonio culturale ma debole sul piano economico. Le “soluzioni” adottate per la Grecia rischiano, prima o poi, di essere rivolte contro l’Italia, passando da un laboratorio relativamente piccolo a un grande “malato” che preoccupa i signori della ricchezza che governa il mondo. Ebbene, poche settimane fa il Parlamento greco ha approvato una legge, voluta dal governo di destra guidato da Kyriakos Mitsotakis, che permette di prestare opere d’arte, reperti archeologici e “interi monumenti” (!) a musei stranieri, fino a un massimo di cinquanta anni. La proposta iniziale del governo era di prestare fino a cento anni, ma la dura opposizione parlamentare di Syriza e quella culturale degli archeologi greci hanno almeno ottenuto questa riduzione.

A beneficiare della legge sarà intanto il Museo Benaki di Atene, che sta per aprire una sede a Melbourne, Australia (sull ’evidente, discusso, modello del Louvre di Abu Dhabi), ma l’obiettivo è molto più ambizioso: la ministra greca per la cultura, Lina Mendoni, notando che ben 10 milioni di reperti dei musei greci aspettano di prendere il volo, ha dichiarato che “l’iniziativa legislativa del governo mira a utilizzare ed evidenziare il nostro patrimonio culturale come punto chiave per cambiare il modello economico, e ridefinire l’identità del Paese”.

Pochi giorni fa, un altro passo di questa strategia è divenuto pubblico, grazie ad una lettera aperta a Mitsotakis scritta dai lavoratori (archeologi e non) del Museo Nazionale Archeologico di Atene. Il tema è la pianificata trasformazione in enti autonomi, svincolati dal Ministero per la Cultura, dei cinque principali musei del Paese: lo stesso Museo Nazionale Archeologico e il Museo Bizantino e Cristiano di Atene, il Museo Archeologico e il Museo della Cultura Bizantina di Salonicco, e il Museo Archeologico di Heraklion, a Creta. La prospettiva è chiara: creare fondazioni, e avviare una privatizzazione del patrimonio culturale greco.

Nella lettera, gli archeologi e i loro colleghi, ricordano che “l’istituzione del Museo Archeologico Nazionale è stata una delle prime preoccupazioni del neonato stato greco. Il Museo fu fondato originariamente ad Egina nel 1829 e, pochi anni dopo, secondo la prima Legge Archeologica del 1834, divenne ufficialmente il ‘Museo Pubblico Centrale’, costituendo uno dei più antichi servizi pubblici dello stato greco, con un chiaro scopo di proteggere, preservare e promuovere il patrimonio culturale della Grecia antica. La sua creazione ha contribuito alla formazione dell’identità ideologica dello Stato greco moderno e il suo funzionamento ha rappresentato una costante di successo nella sua lunga e turbolenta storia.
Signor presidente del Consiglio, il Museo archeologico nazionale ha finora funzionato con la trasparenza e le normative che regolano tutti i servizi statali e già attua quanto auspicato nel disegno di legge da presentare, difendendo la tutela delle antichità, mantenendo l’integrità delle sue collezioni archeologiche, organizzando o partecipando a numerose mostre in Grecia e in tutto il mondo, avanzando nella ricerca scientifica, realizzando progetti cofinanziati e promuovendo la cultura ellenica con eventi, attività estroverse di successo, conferenze scientifiche sulle sue mostre per il pubblico in generale e programmi educativi gratuiti per tutti i cittadini”. Tutto questo potrebbe continuare, proseguono, garantendo finanziamenti e personale: mentre la brusca mutazione voluta dall’esecutivo potrebbe portare a scenari drammatici, e comunque ancora in larga parte oscuri.

Con queste due leggi, una approvata una in gestazione, la Grecia si mette al passo con le riforme di Dario Franceschini (che ne sono l’evidente fonte di ispirazione), ma al tempo stesso le supera, spingendo ancor di più l’acceleratore su quella stessa strada: mercificazione del patrimonio, prestiti all’estero, autonomia dei musei e loro sradicamento progressivo dall’apparato statale. Non si deve dimenticare che il governo di Mitsotakis, la cui politica sui migranti è sotto gli occhi di tutti, è aperto alla destra più estrema: come ha scritto Dimitri Deliolanes, “ora militanti o ex militanti di Alba Dorata si muovono sotto la bandiera del partito di governo e dispongono di importanti appoggi nell’esecutivo: il ministro dello Sviluppo Adonis Georgiadis; quello dell’agricoltura Makis Voridis; perfino il deputato Thanos Plevris, figlio di Kostas, l’uomo dei colonnelli in Italia”. È dunque fin troppo evidente che la politica ultraliberista del patrimonio culturale unisce i governi di destra e quelli sedicenti di centrosinistra: la ridefinizione identitaria di cui parla Lina Mendoni si annuncia come un incubo. Che non rimarrà solo greco.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del giorno 11 gennaio 2021 – Versione rivista dall’autore

Fotografia di Carole Raddato da Wikimedia Commons