Sono state le prime a chiudere e temono di essere le ultime a riaprire. Gli aiuti tardano ad arrivare e per ampie categorie non sono previsti affatto. Le realtà culturali e sportive non rappresentano il centro di alcun dibattito e non vedono proporsi alcun piano su come e quando riaprire, o su come poter tornare a offrire alla cittadinanza i loro servizi e spazi fondamentali, anche (e forse soprattutto) in una situazione così difficile. Il 16 dicembre il mondo della cultura, dei musei, ma anche dello sport e dell’associazionismo, scende in piazza in decine di città italiane per cercare di ottenere ascolto da parte delle istituzioni. Lo slogan dei movimenti di piazza fa riferimento anche al primo appello lanciato da Mi Riconosci in data 31 ottobre Non è tempo libero – riconoscimento, risorse, spazi.

“La chiusura indistinta di spazi essenziali per la cultura, la cura del corpo e della mente e lo scambio di pensiero che è stata messa in atto dal Governo ora come a marzo – a differenza di molte altre realtà legate al commercio che restano aperte – evidenzia ancora una volta l’assenza di una chiara progettualità”. Queste le parole di Alice Battistella, attivista di Mi Riconosci, uno dei movimenti promotori della mobilitazione. Battistella ribadisce che “non è più possibile accettare di essere bistrattati e relegati ai margini, perché considerati, a torto, qualcosa che offre mero intrattenimento e svago. A più di un mese e mezzo dalle chiusure, noi in qualità di personale impegnato nel settore e i nostri stessi spazi non rientriamo in nessun dibattito. Tale estromissione rischia di avere conseguenze gravi anche su chi usufruisce dei servizi che offriamo. Mi riferisco tanto alle singole e ai singoli quanto alle comunità. Questa è un’emergenza che non coinvolge solo chi lavora nel settore, ma pure chi gode dei frutti di tale attività sia a livello psicologico sia a livello fisico”.

“Già dal primo lockdown i luoghi di creazione ed esposizione, e più ampiamente l’ecosistema delle arti visive e degli spazi culturali, hanno dimostrato la loro grande capacità di adattarsi ai diversi protocolli sanitari, al lavoro in remoto e alla riorganizzazione delle loro programmazioni. Sono stati offerti nuovi formati a distanza e contenuti digitali innovativi per mantenere un legame con i pubblici e cercare di sostenere così anche gli addetti ai lavori. – dichiarano da Art Workers Italia – Gli strumenti informatici sono sicuramente complementari e questo periodo ci insegna come possano costituire un importante tassello di avvicinamento e educazione. Tuttavia non possono sostituirsi all’incontro fisico con lo spazio, con le opere e con il personale di accoglienza e mediazione: questo momento è fondamentale e costitutivo dell’esperienza estetica e relazionale ed è necessario ricordarlo e promuoverlo.”

“Speravamo che il Governo ascoltasse i numerosi appelli e le centinaia di proposte arrivati nel corso del mese di novembre, ma purtroppo così non è stato. Si avanza lentamente con bonus e aiuti, sempre insufficienti, mentre migliaia di realtà rischiano di chiudere per sempre e, insieme a loro, donne e uomini perdono il lavoro o sono costretti a vivere, ormai da mesi, con una cassa integrazione insufficiente”, spiegano i promotori. “Di fronte a tanto assordante silenzio abbiamo deciso di scendere in piazza, con flash-mob e presidi, nel rispetto delle norme di sicurezza e dei protocolli sanitari, per rivendicare il nostro diritto all’esistenza, per chiedere riconoscimento e risorse da parte del Governo.”

La protesta è promossa da numerose realtà, tra le quali Forum dell’arte contemporanea, Educatori museali, Link Coordinamento Universitario e diversi circoli culturali territoriali. Le organizzatrici e gli organizzatori hanno lanciato una petizione con la sintesi delle principali richieste e un gruppo telegram in cui riunire chiunque voglia fare la propria parte.

Presidi e azioni sono previsti a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Ancona, Roma, Napoli e Lecce, ma la lista delle città potrebbe allungarsi con l’aumentare delle adesioni.