di Tomaso Montanari

«Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo», ha scritto George Orwell. Facciamolo. Sotto il nostro naso c’è una convivenza non breve con il Covid.

È evidente che potremo tornare alla normalità, forse, nell’estate del 2022. Ma sarà una normalità fatta ancora di mascherine, distanze, paure.

E sempre che la corsa ai vaccini (questa nuova corsa alla bomba: una durissima partita di denaro e potere) non sia così forzatamente accelerata da portare al disastro di effetti collaterali tanto gravi da spaventare l’opinione pubblica mondiale, innescando così un testacoda dagli esiti imprevedibili.

Pessimismo? Un po’ di realismo, in un discorso pubblico che sembra averlo completamente smarrito. A metà novembre, con oltre 500 morti al giorno, il governo discute dell’ampiezza del cenone natalizio. Del resto, è il Paese in cui l’ovvia seconda ondata del virus costringe il ministro della Salute a ritirare un libro incredibilmente ottimista sulla prima ondata. Basterebbe questo disastro cognitivo a spiegare come è potuto succedere quel che è successo: abbiamo vissuto il presente, senza alcuna capacità di pensare al futuro.

Ciechi guidati da altri ciechi: eccoci nel fosso.

La politica, certo: questo mediocre, imbarazzante Governo. E la peggiore opposizione che si potesse immaginare: tanto peggiore del Governo, da rendere impensabile il minimo cambiamento in meglio.

Un Governo che non ha usato il potere che la Costituzione (all’articolo 120) gli conferisce per sostituirsi alle Regioni inerti quando ne va del bene pubblico. Poteva, doveva farlo: sui trasporti, sugli ospedali. Invece niente: solo un grottesco, infinito minuetto con i presidenti delle Regioni. Che sono ancora, e ancora e ancora, peggiori del Governo: tutti, di qualunque colore siano. Contro ogni retorica del decisionismo, il presidenzialismo delle Regioni non ha generato capacità di governare: ha generato solo una riduzione della democrazia, e un plebiscitarismo paralizzato e inconcludente. Oggi l’unica riforma seria da immaginare sarebbe sopprimerle, queste Regioni.

Ma, e dovremo pur vedere anche questo, gli italiani non sono stati affatto migliori dei loro governanti. Irresponsabilità estive, egoismi, ignoranza, cialtronaggine: un unico assurdo assembramento, da maggio a ottobre. Come i governanti, così i governati: nessun amore per il futuro, solo il consumo del presente.

E quando è così, quando cioè il problema è culturale, la cura non può che essere, anch’essa, culturale. E invece, come un malato che nel raptus scagli via la sua medicina, ci siamo subito strappati di dosso la cultura.

Le scuole (in ogni ordine e grado) e le università avrebbero dovuto essere l’ultimissima cosa a chiudere. Invece sono cadute subito. Mentre in Francia, in Germania, nel Regno Unito le scuole vengono sentite come l’ultima trincea della civiltà, da noi si chiudono perché nessuno ha saputo governare gli autobus. L’abbiamo sempre disprezzata la scuola: ora gettiamo solo la maschera. Abbiamo preferito le discoteche: qua sta la cifra del nostro fallimento. Morale, prima che politico, o organizzativo. La scuola, su tutto, è il luogo del futuro. La didattica a distanza è una non scuola: senza mezzi adeguati (nessuno ha costruito una piattaforma pubblica…), senza giustizia, senza calore, Una scuola senza scuola che colpisce a morte una generazione che è la nostra riserva di futuro.

E poi i teatri, i cinema, i musei: e le biblioteche, e gli archivi. Luoghi di lavoro anch’essi: luoghi dove si lavora, e dove si va al lavoro. La ricerca scientifica (di ogni disciplina) è stata chiusa subito, piegando come cartacce le vite di migliaia di ricercatori precari, non garantiti. Tutti luoghi che, con gran fatica e con tangibile successo, erano stati resi non pericolosi: almeno non più pericolosi dei parrucchieri e dei ferramenta che restano aperti anche nelle zone rosse.

Perché, vedete, l’unica speranza di guarire da questo “alzheimer al contrario” – da questa malattia che ci fa dimenticare il futuro – è la cultura. La scuola, con tutti i suoi limiti e difetti. Ma anche con la sua grande, insostituibile forza. La ricerca: la continua messa in discussione del sapere stabilito. L’arte, in tutte le sue forme: quel che ci avvince alla vita, che ce ne fa desiderare ancora. È tutto questo a renderci, più di ogni altra cosa, capaci di futuro.

Quando i padri costituenti scrissero (nel primo comma dell’articolo 9) che la Repubblica era fondata anche sulla promozione dello sviluppo della cultura, sulla ricerca, sul paesaggio, sulle biblioteche, sugli archivi, sui musei, ebbene lo fecero perché fossimo vaccinati contro il ritorno di un altro virus, il fascismo.

Lungo i decenni, via via che tutto il progetto della Costituzione veniva dimenticato, abbiamo perso coscienza anche di questo: non sappiamo più cosa farcene di questa “cultura”.

Ora, però, forse torniamo a capirlo. Forse capiamo che l’Italia non è più capace di futuro perché da troppo tempo ha voltato le spalle alla cultura. Abbiamo clamorosamente perso l’occasione della prima pausa del virus. Ma, purtroppo, avremo altre pause, e poi altre ondate.

Se continueremo ad affrontarle strappandoci di mano ciò che ci consentirebbe di pensare al futuro – scuola, ricerca e cultura – non avremo futuro. E non sarà colpa del virus: sarà colpa nostra.


Articolo pubblicato sul sito di Volere la luna il 16 novembre 2020

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