di Andrea Turco

«Vivo in un appartamento di 35 metri quadri con il mio ragazzo e il lockdown della primavera è stato estenuante: il mio lavoro – la scrittura, la lettura –, sovrapponendosi alle sue continue riunioni su zoom, non di rado si è fatto impossibile». In un pezzo su Domani lo scrittore Jonathan Bazzi, finalista allo scorso premio Strega col romanzo Febbre, racconta un disagio che è stato quello di molti, alla vigilia di una possibile nuova chiusura. Ti amo ma vado in biblioteca, dicevo personalmente alla mia compagna prima della serrata dell’8 marzo: giornalista freelance io e divulgatrice ambientale lei, nel nostro monolocale romano stavamo stretti già prima della pandemia. «Mi sono messo – aggiunge Bazzi – nei panni dei ragazzi, degli studenti  che vivono in famiglie rumorose e caotiche com’era la mia: in assenza di biblioteche e aule studio, come hanno fatto a studiare?».

Una domanda che vale anche oggi per i precari e gli autonomi che preferiscono lavorare in compagnia, confinati in case troppo strette e senza alcuna tutela. Nell’ultimo Dpcm del 3 novembre, quello che introduce nuove restrizioni a partire dal 6 novembre fino al 3 dicembre e individua scenari diversi a seconda delle aree dove la diffusione del Coronavirus è più o meno grave, viene sancita la chiusura delle biblioteche – così come quella degli altri luoghi di cultura. Le librerie, invece, restano aperte. Dove i libri sono gratuiti si chiude, dove i libri si pagano invece si tiene aperto, pur se le modalità di fruizione sono molto simili. A conferma che le scelte del governo sono dettate più dalla ratio di salvaguardare la logica del profitto e di considerare la cultura unicamente come «tempo libero».

Fino al 5 novembre le biblioteche erano comunque rimaste aperte, ma in realtà i servizi, da nove mesi, erano stati di gran lunga depotenziati. La chiusura attuale è dunque il compimento di un’agonia che comincia da ben prima dell’arrivo del Covid-19. Anche se i provvedimenti governativi di questi mesi nella loro frenesia hanno avuto l’amaro merito di mettere in risalto le discrasie di un sistema già in crisi. Come accennato, dopo la prima chiusura primaverile, le biblioteche hanno sì riaperto ma, nel silenzio generale, a mezzo servizio. Ad esempio le Biblioteche di Roma, vale a dire «l’organismo strumentale di Roma Capitale per la gestione dei servizi culturali» e che conta 39 sedi in città, ha continuato a «erogare i servizi di prestito e restituzione su appuntamento, mentre le attività culturali saranno svolte online, e non in presenza». Molte sedi avevano già eliminato servizi essenziali come le aule studio e la possibilità di accedere agli archivi. Persino nei prestiti dei testi, l’unico servizio al pubblico, erano in tanti a lamentare continue carenze, come si può leggere nella pagina Facebook delle Biblioteche di Roma. Alla Mameli, nel cuore dell’isola pedonale del Pigneto, più volte mi è stato consigliato di recarmi presso bar e caffetterie del quartiere in assenza dell’aula studio – e, manco a dirlo, nessuno è in grado di indicare una possibile data di riapertura. Come se ogni giorno potessi spendere qualche euro per giustificare la mia presenza a qualche attività commerciale. Tanto vale restare a casa.

«Solo tre biblioteche del nostro circuito hanno garantito la possibilità di studiare. Ma all’aperto, tempo permettendo e sempre su prenotazione» mi ha detto una lavoratrice, che preferisce rimanere anonima, poco prima della chiusura. Quando le chiedo un commento sulla situazione attuale lei sbotta. «Si lavora male. Qui ad esempio siamo sotto organico, specie con l’arrivo del Covid, perché ci sono tanti lavoratori fragili che tutti i giorni lavorano in smart working. Ecco perché spesso si creano lunghe file anche per la semplice restituzione di un libro». Puntare il dito su questa o quell’altra biblioteca è comunque fortemente riduttivo. Cosa esiste al di là della retorica dei libri come salvezza dell’anima, dei messaggi «ne usciremo migliori» e della quarantena come possibilità per leggere di più? «Si sta rasentando il ridicolo» dice Andrea Incorvaia, coordinatore toscano del collettivo Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali che dal 2016 analizza in maniera critica il mondo del lavoro nei beni culturali. «Personalmente, da responsabile del prossimo catalogo al museo delle Navi Antiche di Pisa, non ho potuto più consultare gli archivi delle biblioteche, e so di molti colleghi dottorandi che sono stati costretti a rimandare le proprie ricerche. Più in generale la situazione è disastrosa non solo per le grandi biblioteche, che comunque erano già in sofferenza, ma soprattutto per quelle dei piccoli paesi che erano rimasti dei presidi di democrazia. Dalla persona che banalmente andava a leggere il giornale allo studente o al lavoratore che aveva bisogno di uno spazio silenzioso per studiare, tutto questo rischia di scomparire. E ciò succede perché, come dicono i Dpcm del governo, queste attività sono considerate superflue. Il tema è questo: mancano le politiche di lungimiranza sui beni culturali e ci si ritrova nell’emergenza senza una programmazione. Così la cosa più facile da fare è chiudere».

Un fenomeno che, nell’analisi di Andrea Incorvaia, era cominciato proprio con le biblioteche. «Come avevo previsto, dal Dpcm di fine ottobre a quello di novembre si è aggiunta la chiusura dei musei. Col ministro che ha scelto di annunciare questa scelta, senza motivarla, in tv da Fabio Fazio – osserva Incorvaia – A questo punto io lancio una provocazione. Se non si è in grado di tenere degnamente aperti biblioteche e musei allora meglio lasciarli chiusi. Chiudiamo gli Uffizi e il Colosseo, e poi vediamo che succede». Una provocazione che guarda agli scioperi del 2015 da parte dei lavoratori precari della Soprintendenza Speciale per il Colosseo, del Museo Nazionale Romano e dell’Area archeologica centrale. Esternalizzati e sottopagati, i lavoratori lasciarono fuori migliaia di turisti dal monumento più visitato della Capitale. Tanto che Dario Franceschini, ministro anche all’epoca, si affrettò a dichiarare di voler rendere i musei servizi essenziali – come le scuole, gli ospedali, le stazioni e i luoghi pubblici, che restano aperti anche in caso di sciopero, come previsto dalla legge 146 del 1990.

Una battaglia che ricorda, pur con modalità diverse, quella dei Biblioprecari di Firenze. Si tratta di un centinaio di lavoratori e lavoratrici esternalizzati delle biblioteche e dell’archivio storico di Firenze: dal 2007 il capoluogo toscano, in continuità con altre città italiane, ha scelto di affidare al privato alcuni servizi attraverso appalti al ribasso e avallando condizioni di lavoro sempre peggiori. Contro questo stato di cose, esploso maggiormente durante la diffusione del Covid-19, una protesta lunga tre mesi dei precari delle biblioteche ha portato nelle piazze rivendicazioni di stabilità e tutele su diritti che sono garantiti solo per determinate fasce di lavoratori.

«Durante il lockdown abbiamo cercato di capire a livello nazionale come ci si comportasse nelle biblioteche di tutta Italia – dice Alessio Nencioni, componente del collettivo – C’era e c’è davvero di tutto. A Firenze per esempio avevamo riaperto, a livello comunale, con quasi tutti i servizi: le aule studio erano disponibili ma con posti numerati e su prenotazione, sui prestiti e sulle restituzioni non chiedevamo neanche più la prenotazione online, alcune biblioteche facevano orari serali e altre avevano riaperto il sabato pomeriggio. Ma il trattamento dei lavoratori non è uguale. Noi per esempio siamo tornati al lavoro soltanto il 13 luglio, mentre tutte le attività hanno riaperto il 4 maggio». La battaglia dei biblioprecari di Firenze è partita proprio da quel buco di due mesi, con lo Stato che ci ha messo una pezza attraverso il riconoscimento della cassa integrazione. Le manifestazioni, le assemblee e gli incontri hanno portato alla riassunzione dei lavoratori. Fino alla  nuova chiusura che fa tornare la paura. «La motivazione della nostra prima esclusione ufficialmente non è mai arrivata – dice ancora Nencioni – ma chiaramente l’economia di Firenze regge su un turismo di massa e, venuta meno quella entrata ingente, si è deciso di tagliare su di noi, sui più deboli. Eppure le nostre funzioni durante la pandemia si sono rivelate ancora più essenziali. Abbiamo misurato la temperatura, cosa che ormai non fa quasi più nessuno, abbiamo indossato la mascherina, abbiamo imposto la distanza vigilando attivamente sulle sale, abbiamo tracciato tutti gli ingressi. Grazie al nostro lavoro le biblioteche sono stati luoghi molto tutelati». Il polverone alzato dai biblioprecari però non è servito da lezione. «Il nostro appalto è scaduto – continua Alessio – e abbiamo una proroga fino al 25 gennaio. Viviamo questi giorni in una doppia apprensione, non sappiamo se attiveremo un sistema di prestito domiciliare. Per ora dovremmo continuare a lavorare a biblioteca chiusa, e questo credo sia il frutto anche delle nostre lotte. Il nostro futuro immediato resta incerto. Per questo chiediamo un trattamento paritario al personale comunale, che in questi mesi era già andato in smart working». Un paradosso, specie se si tiene conto che tra lavoratori precari e dipendenti pubblici i primi spesso sono più formati dei secondi. «Le nostre sono competenze soprattutto umanistiche, c’è poi chi ha fatto studi specifici. Spesso ci dobbiamo autoformare – riflette Alessio – mentre il personale comunale ha ore a disposizione per questo. Così si mantiene una divisione tra lavoratori di serie A e di serie B. Ogni gara è un indebolimento contrattuale, ogni appalto al ribasso si riversa su di noi, il precariato ci ha reso più deboli psicologicamente e fisicamente. Per questo ci stiamo battendo affinché nell’aggiudicazione di ogni appalto venga almeno indicato il tipo di contratto da applicare. Chiediamo in generale poche cose ma importanti: devono essere mantenuti il monte ore e la clausola sociale (quindi il mantenimento e la riassunzione). Chiediamo cioè che venga applicato il contratto di Federculture. Al momento invece nella quasi totalità dei casi viene applicato il contratto di commercio». Di questo passo la prossima tipologia di contratto che potrebbe essere applicato ai precari delle biblioteche fiorentine è il contratto multiservizi. Ovvero quello che si applica, per capirci, a chi fa le pulizie negli enti pubblici, come già avvenuto a Parma. Se a questo quadro si aggiunge il costante appello al volontariato – qui si aprirebbe un’ulteriore analisi che però merita una trattazione specifica – diventa evidente che la chiusura delle biblioteche somiglia più al traguardo di un percorso che a una scelta sofferta, come hanno detto più volte sia Conte che Franceschini.

E allora la scelta di tenere aperte le librerie – anche nelle zone rosse – non può soltanto essere salutata con favore, come hanno fatto tutte le associazioni di categoria, ma va inquadrata sotto un altro aspetto. Se il governo ha mostrato in questi mesi di aver capito poco o nulla della dinamica dei contagi, ha invece compreso quel che serve per mandare al macero la cultura: basta applicare i dogmi del capitalismo. Dunque esigiamo le librerie e anche le biblioteche.


Articolo pubblicato su “Jacobin Italia” il 7 novembre 2020

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