di Tomaso Montanari

Probabilmente fino a qualche mese fa parlare, su un giornale, di comitati tecnico-scientifici dei Beni culturali sarebbe sembrato un po’ astruso. Ma oggi forse è diverso: oggi che la nostra vita quotidiana dipende dai medici del Comitato tecnico scientifico della Protezione civile.

Ebbene, esattamente come nel caso del Covid le decisioni le prende l’organo politico, ma fondandole (seppur criticamente) su ciò che gli dice il Comitato, così anche per le decisioni più rilevanti che riguardano il patrimonio culturale, dovrebbe essere decisivo ciò che dicono i sette comitati (uno dei quali, quello per le Belle arti, è presieduto da chi scrive). Perché, in effetti, come potrebbe un ministro per i Beni culturali che nella vita ha studiato e fatto tutt’altro, prendere decisioni sensate su restauri, esportazioni, acquisti, vincoli, abbattimenti o conservazione di edifici storici, prestiti alle mostre e via dicendo? Del resto, il ministero per i Beni culturali nasce, alla metà degli anni Settanta, ereditando da quello della Pubblica Istruzione la direzione e il coordinamento delle strutture territoriali che, in diverse forme, da quasi un secolo vegliavano sul patrimonio: le soprintendenze, che sono organi totalmente tecnici – come gli ospedali, per intendersi.

Ma la storia era molto più antica: quando il granduca di Toscana, nel 1603, decide di mettere un freno all’esportazione di capolavori dal suo territorio, ne affidò il vaglio ai tecnici dell’accademia del disegno. Esattamente come si sarebbe fatto operare da un chirurgo. Non sempre, però, il potere politico ha guardato ai tecnici con l’intelligenza di Ferdinando de’ Medici. E negli ultimi anni l’insofferenza è cresciuta esponenzialmente.

Una ragione è la libertà dei tecnici: scelti nella comunità scientifica, non sono retribuiti per il loro lavoro. Possono dire di no, senza rischiare rappresaglie o censure: sono imprevedibili e non controllabili. E poi, una politica ridotta sempre più a recitazione cerca la disintermediazione: il contatto, plebiscitario e diretto, con la folla. Le invettive di Renzi contro i “professoroni” – gli storici dell’arte che lo smentivano su Leonardo, i costituzionalisti che si mettevano di traverso sulle riforme – rimangono il più esplicito momento di questa frattura tra potere e conoscenza.

E la stagione renziana ha tradotto in legge quella insofferenza: la legge Madia che sposta il potere dalle soprintendenze al potere esecutivo, o la legge Marcucci che esautora gli Uffici esportazione e sottrae agli occhi competenti il flusso delle opere d’arte in uscita dal Paese. E, ancora, la riforma Franceschini, che sottopone i direttori di museo (scelti in concorsi che hanno premiato solo di rado il sapere, e troppo spesso il servilismo, le clientele, le consorterie personali) direttamente al volere del ministro di turno. Siamo arrivati ad un punto in cui i comitati – e il Consiglio superiore dei Beni culturali, che ne riunisce i presidenti insieme ad altri esperti – sono sentiti dalla politica e dal vertice dalla burocrazia ministeriale come una sorta di inutile orpello.

Faccio due esempi, di questi giorni. Da tempo alcuni dei comitati devono esprimersi sulla Grande Brera, e in particolare sul progetto di allestimento di Palazzo Citterio. Dopo la pausa dettata dal Covid, il Segretariato generale ha infine fissato un sopralluogo, al quale ha invitato però solo i presidenti dei comitati. Una decisione incomprensibile: i comitati devono discutere e votare, e almeno dal tempo di Galileo è pacifico che per farsi un’opinione scientifica bisogna guardare con i propri occhi. Che non si possono delegare a nessun “capo” o “presidente”, come vorrebbe la mentalità di una cattiva politica passata ormai a impregnare tutta la vita pubblica. Di fronte alle rimostranze, la risposta – fornita nel ben noto stile brutale dell’attuale Segretario generale, Salvo Nastasi – è stata una versione appena edulcorata della celebre sentenza del marchese del Grillo. Ma come è possibile coordinare comitati scientifici ignorando anche i più elementari rudimenti della mentalità scientifica?

Ancora. Nello scorso luglio il ministro ha rinnovato la sua fiducia al Comitato scientifico degli Uffizi, dimessosi in contrasto col direttore del museo. Il quale, conscio che l’organo scade comunque a novembre, non l’ha mai riunito, mostrando così tutta la sua considerazione sia per il ministro che per la funzione del Comitato tecnico scientifico.

Ma perché dotare i musei di simili comitati se – a differenza di quanto accade nei grandi musei del mondo – essi non contano assolutamente niente? Non è un problema di procedure, la posta in gioco è alta: i cittadini devono sapere che quando la scienza è estromessa dalle decisioni che riguardano i loro interessi (dalla salute al patrimonio culturale), quel vuoto non resta vuoto. Viene subito riempito dai più indicibili interessi privati.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 ottobre 2020

Fotografia di George M. Groutas da Flickr