di Tomaso Montanari

Commentando nel luglio scorso il decreto Semplificazioni, notavo come non vi si rinvenisse traccia “dell ’unica Grande Opera utile, la messa in sesto del dissestatissimo territorio italiano: l’unica cosa che una politica che davvero si assumesse le proprie responsabilità, dovrebbe decidere. Non si arrestano le frane, non si governano i fiumi, non si fa manutenzione nelle foreste”. La conclusione era ovvia: “Saranno le piogge, le alluvioni, le frane e le relative, (in)evitabili morti del prossimo autunno a dirci che, come sempre, non funzionerà”. Non era una profezia difficile: le cronache-fotocopia degli ultimi decenni certificano che, a ogni autunno l’italia si sgretola.

Ha ragione Luca Mercalli: l’intensità spaventosa delle piogge provocate dal cambio climatico imporrà prima o poi di lasciare luoghi ormai indifendibili. Ma sarà un passo terribile: tra rischio idrogeologico e innalzamento del mare, sono molti i paesi e le città che dovremmo abbandonare, abbandonando noi stessi. Un nome su tutti: Venezia, che nessun Mose potrà salvare se il riscaldamento globale continuerà ad alzare il livello delle acque. Ma, d’altra parte, non sono due sfide diverse: le ragioni per cui non riusciamo a fermare una crescita che trascina il pianeta verso la fine, sono le stesse per cui in Italia continuiamo a pensare che semplificare significhi cementificare, e non mettere in sicurezza il territorio e fare manutenzione. Sono ragioni che hanno a che fare con la totale disarticolazione tra la politica (intesa come decisionismo al servizio degli interessi privati forti) e la vita delle comunità (l’interesse generale).

Si penserebbe che scendendo dalla politica nazionale verso quella locale, le ragioni della vita e della morte di chi vive e muore di territorio contino di più. Ma non è così. I liguri hanno appena bocciato la candidatura di Ferruccio Sansa, che nel suo libro sul Partito del cemento aveva svelato impietosamente queste dinamiche, ed è stato confermato un governo, quello presieduto da Giovanni Toti, che chiede di esasperare ancora il modello ligure: dove il consumo di suolo (cioè la cementificazione) è ancora in crescita (+ 1,9% nel 2019), essendo già il più alto d’italia in rapporto al numero di abitanti. La Liguria di Toti chiede di entrare nel club delle regioni ad autonomia differenziata (con Lombardia, Veneto, Emilia-romagna: non a caso le altre massime mangiatrici di suolo) anche per liberarsi dagli ultimi freni in questa corsa verso l’abisso. Infatti tra le materie su cui la Liguria vorrebbe decidere da sola ci sono l’urbanistica e il territorio. Per difenderli? No, per avere “maggiore autonomia anche sulla pianificazione paesaggistica e autorizzazioni paesaggistiche, con il superamento del parere vincolante della Soprintendenza”. Cioè per tagliare le dita delle istituzioni che vegliano sul paesaggio, cioè sull’ambiente: in soldoni, per cementificare senza rotture di scatole. E la Liguria di Toti vuol decidere anche sull’ ambiente: per semplificare (guarda un po’…) i procedimenti, per una “maggiore efficacia ed efficienza in termini di risposta al territorio, in particolare alle imprese e agli operatori”. L’ambiente, dunque, visto ancora una volta come merce, come un bene inesauribile su cui le imprese (i costruttori) devono poter mettere le mani in fretta, senza intralci. È facile dire a cosa porterà, infallibilmente, una simile autonomia: più morti in Liguria, ad ogni autunno.

Insieme alle vite, perdiamo la memoria, la storia: l’identità collettiva. Ad Airole e a Olivetta, le acque della Roja si sono portate via due meravigliosi ponti medioevali che resistevano da quasi mille anni. Non so se sarà possibile ricostruirli con le loro pietre, e non so nemmeno se abbia un senso, visto che questi eventi straordinari diventeranno ordinari. So che la perdita non è estetica: è morale, interiore, esistenziale. È come se avessimo perso le storie, gli sguardi, le vite che quei ponti in qualche modo trattenevano tra noi. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, Ugo Foscolo parla proprio del “Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde”. Mentre perdiamo questi infiniti, piccoli ponti (cioè il territorio, che essi legano e ci consegnano) continuiamo a pontificare sullo scellerato Ponte (o tunnel, nulla cambia) dello Stretto. Mai come oggi bisogna cambiare: per non morire.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 7 ottobre 2020

Fotografia di villlamania da Wikimedia Commons