di Tomaso Montanari

“Oggi come allora, lo stadio (Adriatico di Pescara, ndr) riassume il luogo che lo accoglie: stando al suo interno è possibile scorgere il mare Adriatico dando le spalle alla montagna e viceversa, immersi in una cornice naturale come quella della pineta”. Un’architettura del Novecento, un luogo cruciale per l’identità collettiva, che tiene insieme formalmente e visivamente la città e il territorio: è tutto in queste parole (di Federica Vitturini) il senso del bellissimo libro ideato, coordinato e in buona parte scritto da Claudio Varagnoli, professore ordinario di Restauro architettonico e presidente del Comitato tecnico scientifico per l’arte e l’architettura contemporanee del Mibact: La tutela difficile. Patrimonio architettonico e conservazione a Pescara.

Lo stadio Adriatico è da tempo minacciato: per le stesse ragioni che condannano il capolavoro di Pier Luiginervi a Firenze e San Siro a Milano, e cioè per la spinta speculativa delle società sportive, che ambiscono ad abbattere i vecchi impianti, per sostituirli con nuove strutture che ruotino intorno a redditizi centri commerciali.

“Non è mai facile la tutela – nota Varagnoli – anche in città dotate di una fisionomia monumentale e di una riconosciuta storia artistica. Ma lo è a maggior ragione in una città come Pescara, caso singolare in Italia di città antica per formazione e storia, ma giovane per immagine e consistenza fisica”. Pochi italiani penserebbero a Pescara come città storica, e l’esperienza del viaggiatore che ci capita sembra confermare l’impressione di un luogo senza profondità storica e senza monumenti. Ma la realtà è un’altra: “La citta ha voluto credersi senza storia, per rendersi disponibile ad un rinnovamento edilizio incessante, con fini quasi sempre speculativi. Già nella fase post-unitaria venne abbattuta senza troppi scrupoli la storica fortezza spagnola costruita a cavallo sul fiume: poi si è aggredita la dignitosa edilizia ottocentesca e la fascia costiera di villini di gusto floreale; infine, si sta erodendo il cospicuo patrimonio architettonico del Novecento”. In questa paradossale situazione, tuttavia, emerge ancor più chiaramente cosa sia il patrimonio culturale: non un dato di fatto immutabile, una verità rivelata, ma una costruzione storica e politica.

È il paradosso di una città che si è strappata di dosso la sua storia, ma che non può essere pensata dai suoi stessi cittadini se non in termini storici: a rischio di non riconoscerla più nemmeno come città, come ci capita quando in America comprendiamo che non esiste nulla che si possa paragonare al nostro “centro”. E così, a Pescara, sono state le lotte dal basso, i movimenti dei cittadini, a definire il nucleo di ciò che va salvato per salvare la città stessa.

Un caso clamoroso, raccontato nel libro, è quello della grande Centrale del Latte di età fascista. La società immobiliare che la possiede decide di abbatterla, per costruire un nuovo quartiere residenziale: a questo punto insorgono le associazioni cittadine che difendono il patrimonio, la storia e la memoria di Pescara, ma tutto è vano, e nel 2010 inizia la demolizione. Tardivamente, interviene la Soprintendenza, che ferma le ruspe con un vincolo che però non regge all’esame del Tar, che rileva come il decreto fosse sorretto soprattutto da uno “stato emozionale”.

Al di là dell’incidente, quello “stato emozionale” collettivo era prezioso: perché senza un coinvolgimento emotivo diffuso non esiste nemmeno la nozione di patrimonio culturale. E infatti la vicenda della Centrale spinse il Consiglio comunale a formare un gruppo di lavoro che ampliasse il censimento in cui Lorenzo Bartolini Salimbeni aveva schedato il patrimonio storico e artistico della città.

È curioso notare che la Centrale del Latte era opera di Florestano Di Fausto, unico architetto a far parte dell’assemblea costituente, dove, il 4 giugno del 1947, pronunciò un meraviglioso discorso sulla necessità di difendere un patrimonio culturale che “costituisce infatti nel suo complesso il più alto contributo dello spirito all’umanità cosicché noi possiamo considerarci in qualche modo i depositari e i consegnatari responsabili di così incomparabile tesoro”. Depositari e consegnatari, non padroni o utilizzatori finali: siamo alle origini dell’articolo 9 della Costituzione, che difende paesaggio e patrimonio – sono sempre parole del discorso dell’autore della Centrale – “dall’egoismo privato, dalle velleità comunali e dai naturali orgogli regionalistici”. Già allora era chiarissima la battaglia, che vale per Pescara e per tutta l’italia, e che Varagnoli sintetizza mirabilmente: “Conservare la città non vuol dire vincolare il costruito storico quale che sia, sia chiaro: ma implica una maggiore responsabilità da parte di progettisti, committenti e amministratori nei confronti di un bene comune, come la città, che non e inesauribile. Non è in gioco la conservazione del passato, ma la costruzione del futuro”.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 28 settembre 2020

Fotografia di Fabio Grandis da Pixabay