di Tomaso Montanari

«Giuriamo di non separarci mai, e di riunirci ovunque le circostanze lo impongano, fino a che la Costituzione del regno sia stabilita e affermata su solide fondamenta». È il 20 giugno 1789 quando 461 deputati del Terzo Stato, più alcuni esponenti del clero, sottoscrivono questo celebre giuramento, dopo essersi insubordinati al re riunendosi nella Sala della Pallacorda a Versailles.

David, pittore e deputato rivoluzionario, decise di rappresentare quel momento memorabile in una tela monumentale (doveva essere larga dieci metri e alta più di sei) da collocare stabilmente nella sala che ospitava i lavori del Parlamento che scaturisce dalla Rivoluzione. Non ci riuscì, perché la Rivoluzione divorò i propri eroi prima che egli potesse eternarne i volti, rendendo così inattuale quel precocissimo monumento.

Al Louvre rimane oggi un frammento della grande tela, incompiuta e smembrata, e a Versailles si conserva questo accuratissimo studio, in cui David mette a punto l’invenzione: lo spirito della democrazia spira dalle finestre della Sala, assiepate di cittadini che sostengono ed esaltano i propri deputati, veri eroi moderni. Al posto dei protagonisti solitari – re, papi, dei e condottieri ­– ora la pittura era chiamata ad onorare soggetti collettivi, plurali. Ma David non celebra una massa indistinta, bensì una comunità di cittadini liberi, eguali, fratelli: egli studiò i volti di un gran numero di deputati, e il progetto era quello di ritrarli fedelmente uno per uno.

In Italia un quadro del genere non sarebbe oggi non dico concepibile, ma nemmeno comprensibile. A quanto pare ci siamo convinti che il luogo chiave della democrazia, il Parlamento, sarebbe il nostro problema. In attesa di cancellarlo va dunque controllato, stangato: e, per cominciare, tagliato. L’idea è che il male dell’Italia sia un eccesso di democrazia: troppi parlamentari, troppa lentezza procedurale, troppi contrappesi, troppi controlli. Il bene della democrazia consisterebbe, invece, nell’efficienza delle decisioni, in un franco e vigoroso decisionismo. A molti italiani, forse alla maggioranza, il Parlamento appare come un’inutile e costosa rappresentazione teatrale. È un ben triste paradosso: gli emicicli parlamentari hanno ereditato la loro forma dai teatri greci, culla e prefigurazione della moderna vita democratica, e oggi non sappiamo più né a cosa servano i teatri né a cosa servano i parlamenti.

Ma il vento che solleva le tende nella Sala della Pallacorda, quel vento che David aveva sentito e amato, è ancora l’unico vento capace di toglierci dalle secche della crisi della democrazia. Perché, duecentotrent’anni dopo la Rivoluzione, abbiamo bisogno di più, e non già di meno, Parlamento.


Articolo pubblicato su “il venerdì”, 11 settembre 2020

Immagine da Wikipedia: Jacques-Louis David, Il giuramento della Pallacorda, 1791