di Tomaso Montanari

Con questo quinto, e ultimo, lunedì di agosto giunge a termine, come promesso, il nostro itinerario nel patrimonio culturale italiano. Dopo un parco incantato che conserva parole e tombe di uomini illustri a Napoli e una cappella barocca a Taranto, dopo una città intera (Siena) con la sua festa, e dopo un singolo quadro celebre in un grande museo a Venezia, finiamo nell’unico modo in cui può finire un viaggio senza fine: e cioè con un’opera d’arte che si muove essa stessa. E siccome con questo articolo la rubrica festeggia il suo numero cento, e chi scrive è un sentimentale che festeggia compleanni e anniversari, ho scelto un’opera che obbliga a parlare del nesso, intimo e determinante, che lega pietre e popolo, e cioè arte e politica.

Quasi ogni giorno qualcuno mi rimprovera (in genere lo fanno ‘potenti’ di varia natura): ‘ma perché non ti limiti a scrivere di quel che sai, di storia dell’arte?’, ‘ma questa è politica, caspita, non storia dell’arte!’, ‘ma perché buttarla in politica, se l’arte è così bella’? In questi casi, mi viene sempre in mente una frase di George Orwell: «La posizione secondo cui l’arte non dovrebbe aver niente a che fare con la politica è già una posizione politica». In altre parole, chi proclama la neutralità politica dell’arte, lo fa perché ha un’idea politica diversa, o opposta, all’artista o allo storico dell’arte che vorrebbe neutralizzare. Del resto, l’arte è politica: sempre. Nel senso che non esiste arte, per quanto privata e disimpegnata, che non abbia un valore e un rilievo per la comunità, per la polis.

Nel caso dell’opera che ho scelto, la nave “Louise Michel” dipinta dal più importante artista del nostro tempo, Banksy, quel nesso è fondante, essenziale, determinante.

Il “Guardian” ne ha raccontato la storia. Un giorno Pia Klemp, attivista antifascista per i diritti umani e animali e comandante di navi in missione umanitaria, ha ricevuto la seguente email: «Ciao Pia, ho letto la tua storia sui giornali. Sembri un tipo cazzuto. Sono un artista inglese, e ho fatto qualche opera sulla crisi dei migranti, e ovviamente non posso tenermi i soldi. Potresti usarli tu per comprare una nuova nave, o qualcosa del genere? Ottimo lavoro, comunque. Grazie. Banksy». Nonostante l’apparenza, non era uno scherzo: e oggi la barca esiste, ed è operativa. E la sua intitolazione a Louise Michel (1830-1905), straordinaria figura di anarchica francese che spese una vita intera per il diritto all’istruzione delle donne, senza mai piegarsi al dominio maschile, dà un’idea del grado di consapevolezza culturale dell’operazione.

La lettera di Banksy a Pia Klemp dovrebbe figurare in qualsiasi antologia di letteratura artistica del XXI secolo. Lo snodo concettuale centrale è questo: ‘ho fatto opere sui migranti, e ovviamente non posso tenere quei soldi. Quindi li devo investire per i migranti’. In moltissimi murali disseminati in tutto il mondo (il più recente, bellissimo, è a Venezia) Banksy ha rappresentato l’umanità dei migranti, la loro sete di giustizia, la loro persecuzione. Lo scopo di queste opere è profondamente politico: servono a non far dormire le brave persone che sono convinte di vivere in stati democratici e di diritto. Come gli italiani: il cui governo, dove siede la ‘sinistra’ di Pd e Leu, rinnova gli accordi omicidi con la Libia, e si guarda bene dall’abrogare i mostruosi Decreti Sicurezza Salvini-Di Maio-Conte.

Ma Banksy è un artista che si misura anche col, marcissimo, mercato dell’arte, traendone i fondi per finanziare la sua attività in tutto il mondo, e per vivere. Lo fa con una consapevolezza e un senso critico più unici che rari, che sono emersi in molti modi paradossali, e che ora arrivano al culmine nella dichiarazione per cui i soldi guadagnati con opere sui migranti devono tornare ai migranti. È l’esplicita teorizzazione di una concretissima responsabilità politica dell’arte.

Banksy ‘restituisce’ quei soldi non solo attraverso il vitale soccorso in mare (la nave, che ha appena iniziato ad operare, ha già salvato 89 persone nel Mediterraneo), ma anche rappresentando un’esplicita attuazione del diritto di resistenza: il diritto di resistere ai poteri pubblici che violino diritti fondamentali della persona. Non per caso, sul sito della missione il classico «Search and Rescue» è riscritto in «Solidarity and Resistance». Per questo Banksy ha reso noto il proprio ruolo, e – come comunica sempre il sito ufficiale – ha decorato personalmente la barca, facendone uno straordinario pezzo unico che, tra molti anni, finirà la sua vita gloriosa nella sala di un grande museo.

Così oggi chi vuol vedere, in questo scorcio d’estate, un’opera d’arte vera – in profonda comunione con il mare, con la natura umana e con la Politica con la P maiuscola –, può cercare, nei porti dell’Italia del Sud, la ‘Louise Michel’. Trovandola, potrebbe capitargli perfino di ritrovare se stesso.


Immagine in evidenza: fotografia dal profilo Twitter della Louise Michel
Immagine nel testo: fotografia di Emergenza Cultura