di Tomaso Montanari

Volete comprarvi un pezzo del Castello Sforzesco, cioè un frammento delle più importanti raccolte pubbliche di proprietà della città di Milano?

Il 28 settembre Art Curial (maison parigina di primissimo piano) batterà, al lotto 51, una panca (lunga 79,5 cm) del 1963 dello studio BBPR, la cui indicazione di provenienza sembra non lasciare molti dubbi: «Sala delle Asse, Château Sforza, Milan, Italie».

Ma già ora, chi vuole farsi un giro a Monaco potrà acquistare dalla galleria Gate 5 un’altra panca quasi identica (lunga 77 cm), una della stessa serie ma lunga ben tre metri (per entrambe il sito scrive: «Provenance Sforza Castle Milan»), e infine un grande lampadario (il diametro è di due metri e mezzo) prodotto da Arte Luce su disegno dei BBPR, e questa volta proveniente, secondo il sito della Galleria, dalla Sala del Tesoro della Torre Castellana dello Sforzesco («his rare piece based on the Mod 2045/d but designed for a large scale space has been installed in the famous Milan’s Sforza Castel in 1963. It was installed in the Castellana Tower in Rocchetta»).

Una prima verifica non smentisce le prestigiose (ma sbalorditive) provenienze dichiarate dai venditori. Perché la sala più solenne del Castello Sforzesco, collocata al piano terra della torre angolare di nord-est e decorata nientemeno che da Leonardo da Vinci, nel 1956 fu allestita dal famoso gruppo BBPR: cioè dagli architetti Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers, il gruppo che due anni dopo firmerà, per dire, la Torre Velasca e a cui si devono alcuni tra gli edifici e tra gli interni più alti del nostro Novecento.

Quanto al lampadario (il cui valore non è dichiarato dal sito, ma che dovrebbe superare agevolmente i 100.000 euro) basta consultare il sito ufficiale dei Beni Culturali della Regione Lombardia per vederne una foto scattata da Paolo Monti nella Sala Castellana.

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Ma se gli antiquari dicono la verità, la notizia dovrebbe interessare più la Procura della Repubblica di Milano che non i collezionisti: perché è evidente che quei pezzi di arredo museale non dovrebbero trovarsi sul mercato. I musei non vendono, e il patrimonio degli enti pubblici (in questo caso del Comune di Milano) non è alienabile se non attraverso una complicata procedura che, per pezzi da manuale come questi, non avrebbe mai superato il vaglio dell’amministrazione dei Beni culturali. Bisognerebbe dunque pensare a un furto, a una sottrazione, a un silenzioso traffico di pezzi dai depositi del Castello: ma, per ora e in privato, i vertici delle raccolte comunali milanesi negano che manchi qualcosa, e mettono semmai in dubbio le dichiarazioni dei venditori. Comunque la si giri, è una situazione inedita, e incresciosa: perché è evidente che qualcuno si sbaglia, o mente.

E in ogni caso, anche lasciando sospesa la clamorosa questione della provenienza, è un fatto che ora queste opere si trovino dove non dovrebbero essere. Per quanto la tutela del design del Novecento sia per più versi problematica (ma non per questo meno necessaria), non esistono dubbi sul fatto che pezzi unici di questo valore storico dovrebbero essere vincolati al territorio nazionale.

Ma allora perché e come sono usciti? In questo caso l’esportazione è avvenuta regolarmente, nel 2015, su richiesta di un antiquario modenese e su autorizzazione dell’Ufficio Esportazioni di Bologna. Ho potuto leggere la lettera in cui la direttrice del Museo del Design Italiano della Triennale di Milano suggeriva a quell’Ufficio di fermare il lampadario: «considerato il profondo legame che unisce lo studio BBPR alla cultura italiana del Novecento, alla città di Milano e, in particolar modo, alla Triennale di Milano alle cui edizioni parteciparono in varie occasioni; la qualità e la raffinatezza del disegno, ed al contempo la difficile reperibilità, degli elementi di arredo realizzati dallo studio BBPR; la sottostima del valore di un bene che per la sua unicità è da ritenersi un componente essenziale della cultura milanese e nazionale dell’epoca. … Con la presente vi comunichiamo pertanto che siamo favorevoli a vietarne l’esportazione e caldeggiamo un acquisto coattivo da parte del Ministero. Cogliamo l’occasione per segnalarvi … che la Fondazione Museo del Design sarebbe disponibile ad includerlo nella propria Collezione Permanente del Design Italiano al fine di conservarlo e laddove possibile di esporlo al pubblico». Come sia possibile che, dopo una lettera del genere, quel pezzo sia stato fatto uscire dall’Italia è una cosa che dovrà essere chiarita dal Mibact, che avrebbe ancora tutti gli strumenti giuridici per recuperarlo insieme alle panche.

Ma pare che in questi giorni il vertice del Mibact si appresti a far saltare i deboli argini imposti da Alberto Bonisoli all’attuazione della Legge Marcucci sull’esportazione dei Beni Culturali, una legge evidentemente incostituzionale che rischia di far sì che questo episodio diventi la norma. Così che anche il tanto celebrato ‘made in Italy’ rimanga presto senza memoria, e senza storia.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 18 agosto 2020

Immagine in evidenza: fotografia di zheng.yan da Wikimedia Commons
Immagine nel testo: fotografia di Paolo Monti del Fondo Paolo Monti della Fondazione Biblioteca Europea di Informazione Cultura (BEIC) tramite Wikimedia Commons