di Vittorio Emiliani

La città di Forlì vive da anni una penosa, umiliante contraddizione: ha cioè un grande patrimonio archivistico e museale, dalla preistoria ad oggi, in gran parte però precluso da decenni alla fruizione dei cittadini, dei giovani in specie, e quindi ad una memoria culturalmente operante.

Su un versante opposto la locale potente Fondazione Cassa dei Risparmi finanzia mostre su mostre su temi che da tempo non riguardano minimamente la storia e la cultura di Forlì e della stessa Romagna. Quest’anno è la volta di una mostra sul mito di Odisseo, Ulisse. Anni fa si organizzò una mostra del ferrarese/parigino Giovanni Boldini mai stato, credo, a Forlì. Poi una su Piero della Francesca ovviamente con materiali urbinati e riminesi. Tali esposizioni inoltre occupano spazi preziosi del polo conventuale di San Domenico che è stato recuperato dopo accesissime polemiche del sindaco del tempo, Giorgio Zanniboni (Pci), e dal ceto dirigente locale, contro il vincolo posto dal soprintendente ai Beni Storici e Artistici di allora, Andrea Emiliani, mio fratello maggiore, sostenuto localmente da pochi forlivesi, da Italia Nostra e, alla fine, dalla direzione centrale dei Beni Culturali.

La chiesa – dentro la quale l’amministrazione Zanniboni voleva allora ficcare un teatro d’avanguardia – è stata di recente restaurata e così pure il complesso conventuale dove ora si svolgono le mostre suddette. In esso si sono scoperti sotto la calce due pregevoli affreschi, soprattutto una Crocifissione della scuola del Palmezzano, e, sul lato opposto, il Refettorio dei frati domenicani. Si è sistemata anche una parte della bella Pinacoteca Civica, non però due grandi tele di un pittore secentesco di stacco nazionale, Guido Cagnacci già nel tamburo del Duomo, rimaste a Palazzo Merenda in pieno centro, detto così dal nome del suo architetto. A Palazzo Romagnoli sono state invece riesposte la Collezione Verzocchi sul tema del lavoro (Carrà, De Chirico, Mafai, Birolli, Guttuso, ecc.), la Collezione Righini con opere di Giorgio Morandi, la donazione Paulucci con le sculture di Wildt, la Grande Romagna con opere di artisti romagnoli del Novecento.

Qui cominciano i dolori. Il resto è fermo da decenni. A cominciare dal patrimonio archeologico importantissimo in un territorio in cui si trova, a Monte Poggiolo, verso Terra del Sole, il più antico insediamento umano scoperto in Italia e in Europa, databile 800.000 anni fa. Siti studiati sull’onda della attività esemplare e instancabile dispiegata da Antonio Santarelli (1832-1920) sul campo, scoprendo pure i più importanti villaggi dell’età preistorica in Romagna alla Bertarina di Vecchiazzano (età del bronzo) e a Villanova (villaggio umbro). Santarelli, che diresse il Museo di Sarsina e riordinò quello di Ravenna, del quale ricorre il centenario della morte, si oppose, per fortuna, alla demolizione della Pieve romanica di San Donato di Polenta e ne favorì il restauro. E lasciò alla sua città un patrimonio archeologico formidabile dove sono rappresentate tutte le etnìe che hanno avuto una nella formazione di questo territorio strategico, e cioè Umbri, Celti, Etruschi e Romani. Orbene, il Museo civico archeologico riallestito a Palazzo Merenda negli anni ’60 con la consulenza di importanti studiosi quali Mansuelli e Susini e arricchito di nuovi ritrovamenti, è malinconicamente chiuso dal 1996, inaccessibile ai giovani e giovanissimi ma pure agli studiosi, come i suoi depositi. Materiali paleolitici provenienti da Monte Poggiolo sono depositati per motivi di studio a Ferrara presso quella Università. Altri reperti archeologici forlivesi si trovano a Faenza presso Palazzo Mazzolani. Sospeso risulta il progetto di allestimento del Museo di San Domenico sotto la chiesa di San Giacomo. Dimenticati i laboratori di archeologia per i giovani, che pure avevano coinvolto migliaia di studenti della scuola dell’obbligo. Insomma una così prolungata chiusura del Museo archeologico ha separato sempre più le giovani generazioni dalla storia più lontana della loro comunità.

Ma c’è dell’altro. In Palazzo Merenda era pure collocato il più grande Museo Etnografico d’Italia insieme al Pitrè di Palermo. Collezioni iniziate ai primi del ‘900 da Benedetto Pergoli e da Aldo Spallicci con materiali straordinari della società contadina, interi ambienti domestici, telerie stampate della tradizione romagnola (ancora vivissima) derivata da modelli e da colori turchi o mediorientali importati a Ravenna, carri agricoli o plaustri dipinti (caso unico in Italia insieme a quelli siciliani) con storie di Santi e di Paladini prodotti localmente fino all’ultimo dopoguerra, ambienti storici come l’Osteria detta la Zabariona dei Carbonari di Modigliana (dove Garibaldi venne traghettato a spalle nel fiume da un prete mazziniano, don Giovanni Verità, nel Granducato di Toscana salvandolo così dagli Austriaci) acquistata e riallestita in blocco da Alteo Dolcini e Walter Vichi, ambienti tutti inagibili dal 2012, strumenti dei salinari di Cervia e molto altro ancora. Il Museo della società contadina aveva provocato anche tante donazioni per una sorta di museo dell’artigianato urbano, con vecchi laboratori dismessi, di gelatai, canapini, ciclisti, ecc. Tutto questo è da decenni in varie sedi, imballato, incassato, a cominciare dai preziosi plaustri dipinti, sperando che i tarli non li abbiano intaccati.

Così come è precluso ai cittadini il più straordinario fondo archivistico della Romagna, con la terza collezione di monete antiche d’Italia, lasciato polemicamente a Forlì dal nobile ravennate Carlo Piancastelli, omosessuale e come tale offeso in pubblico, negli anni del fascismo, da concittadini ravennati. Oltre alla numismatica (per la quale manca la camera blindata), si tratta di 55.000 volumi e oltre 220.000 fra documenti autografi, manifesti, dipinti, medaglioni, ritratti, verbali di processi, in specie del periodo risorgimentale. Largamente digitalizzati, sono da anni disponibili (contingentati però e su appuntamento) soltanto per gli studiosi. In questo vasto ambito i direttori delle collezioni civiche – a cominciare da Luciana Prati, presidente della Sezione di Italia Nostra, andata in pensione pochi anni or sono – si sono prodigati coi dipendenti per salvaguardare e digitalizzare il vastissimo patrimonio civico. Senza avere però la soddisfazione, come del resto l’intera città di Forlì, di vedere valorizzati i loro sforzi nel ripristino dei Musei esistenti o nel riallestimento di un patrimonio eccezionale. Si è localmente privilegiata una effimera “mostromania” riccamente pubblicizzata per mesi rispetto ad una rete stabile di Musei vivi, moderni e animati, frequentati da migliaia e migliaia di giovani e giovanissimi resi ignoranti loro malgrado della loro storia culturale e sociale. E probabilmente ho dimenticato qualcosa di questo panorama forlivese tanto contraddittorio e, alla fine, avvilente rispetto alla possibilità di una grande musealizzazione, ricca pure di effetti “speciali”, di un maxi-racconto da fare il botto in Italia e nel mondo.

Un fenomeno purtroppo “nazionale”: a Roma si è smantellato il Museo delle Arti Orientali di Palazzo Brancaccio, risalente al lavoro pluridecennale del grande Giuseppe Tucci, e si è chiuso, venticinque anni or sono, il Museo Geologico Nazionale voluto dallo stesso Quintino Sella che teorizzò “Roma, Capitale della Scienza e della Cultura”. Per entrambi si è parlato di una riallestimento all’EUR negli spazi dell’Archivio Centrale dello Stato che però già scoppia di suo (tanto più con l’arrivo degli ingentissimi carteggi, fra indagini, processi, sentenze, desecretati sul terrorismo e sul caso Moro) ed ha già trasferito da anni una parte di patrimonio cartaceo in magazzini affittati a caro prezzo a Pomezia, di fatto, senza vere sale di consultazione. Mentre altri spazi pubblici nello stesso EUR – come il Colosseo Quadrato o il vecchio Palazzo delle Esposizioni – sono stati affittati a privati per operazioni decisamente discutibili potendo al contrario farne un “polo” culturale e museale di autentico risalto mondiale.


Fotografie di Sauro Turroni