di Tomaso Montanari

Più il linguaggio della politica è pomposo, più è evidente che procede per antifrasi: il significato reale è opposto a quello letterale. Così, quando il Ministero per i Beni Culturali annuncia il Piano Strategico Grandi Progetti, bisogna leggere: Piano Tattico Piccole Mance. Sugli undici progetti celebrati sui giornaloni (103 milioni di euro su un triennio), solo quattro appaiono davvero strategici, mentre sugli «altri non è possibile dare un giudizio pienamente positivo e sarebbe auspicabile un’attenta rivalutazione, sulla base dei ricordati presupposti di legge e in chiave di comparazione con alternative possibili» (così il parere ufficiale del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, massimo organismo tecnico scientifico di quella amministrazione).

Ben due di questi progetti culturalmente ‘bocciati’ appaiono mance pre-elettorali alla giunta comunale di Firenze. Una riguarda un’opera ormai di modernariato: la Loggia di Isozaki per l’uscita degli Uffizi, già vecchia quando fu progettata, venti anni fa, in imitazione concettuale della Pyramide del Louvre. L’altra è ancora più surreale, e riguarda un Museo della Lingua Italiana, da realizzare nel complesso di Santa Maria Novella. Ennesimo museo in una città che non riesce ora a tenere aperti nemmeno i suoi musei civici, e che risponde (è sempre il Consiglio Superiore) «alla tendenza ad un eccesso di musealizzazione estensiva del presente (fenomeno già ampiamente oggetto di critica da parte di molti studiosi), piuttosto che di pratica attiva e formativa dei cittadini attraverso una relazione con il patrimonio diffuso che li circonda».

Promuovere l’italiano è sacrosanto, ma perché costruire un museo (comunale!) della lingua (nazionale) invece di finanziare le biblioteche morenti e le scuola pubblica indigente? Forse perché il vero obiettivo è riempire contenitori, tagliare nastri, invitare influencer?


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 11 agosto 2020

Fotografia da Wallpaper Flare