Sos Biblioteche: troppi tagli

Ovunque tagli del 33%. Il blocco per Covid 
A Firenze ciascuno dei 23 addetti rimasti ha in carico quasi 6 km di scaffali di libri
Vi pare normale? Cinque chilometri e 956 metri: ecco la lunghezza degli scaffali di

libri sulla groppa di ciascuno dei 23 bibliotecari superstiti, dopo anni di tagli, alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Forse la più importante d’Italia e tra le più importanti d’Europa. Ma è solo la punta d’un iceberg: sono tutte le nostre biblioteche a soffrire di una crisi epocale. Aggravata dalla pandemia. Con nuvoloni nerissimi sulla cultura italiana.
Scriveva il nostro Giovanni Russo nel novembre ‘66 che «il ministero della Pubblica istruzione nel 1965 aveva stanziato per le biblioteche sette miliardi di lire, una somma che rappresenta una spesa media di 151 lire annue per abitante che dovrebbe salire nel 1970 a 377. È una cifra esigua, se si pensa che negli Stati Uniti se ne spendono oltre 900 per abitante e in Inghilterra 850. La stessa associazione dei bibliotecari italiani ritiene che non si dovrebbe scendere, se si vuol fare qualcosa di buono, sotto le 500 lire a persona».
Erano, quei 7 miliardi di lire di allora, poco meno di 75 milioni di euro oggi. E quelle 151 lire l’anno pro capite un euro e 45 centesimi attuali. Il costo di un caffè al baretto in spiaggia. Eppure gli investimenti sulle nostre due «nazionali», che già nel 2015 erano «ridotti al lumicino», come denunciò lo studioso Giovanni Solimine ne L’Italia che legge («Un milione e mezzo quella di Roma e 2 milioni quella di Firenze, mentre quelli delle consorelle europee sono di tutt’altro ordine di grandezza: Parigi 254 milioni, Londra 160 milioni, Madrid 52 milioni») non sono riusciti a invertire la deriva. Soprattutto sul fronte delle risorse umane. In questo settore fondamentali.
Basti dire che secondo l’Istat il personale delle 46 biblioteche statali dipendenti dai Beni culturali, già drasticamente ridotto nel 2010 a 2.160 addetti (per un terzo bibliotecari veri e propri più gli amministrativi, i custodi, i tecnici, gli informatici…) sono calati in otto anni fino al 2018 (ultimo dato disponibile) a 1453. Una perdita secca di quasi il 33%. Una catastrofe rispetto al 1997 quando risultavano 2833. Il doppio.
Va da sé che parallelamente sono crollati i lettori che frequentano queste biblioteche sempre meno «aperte» a causa delle carenze di personale troppo poco arginate da nuove assunzioni. Diminuiti di quasi il 10% i posti a disposizione per le consultazioni, i «clienti» che nel 2010 erano quasi un milione e mezzo, sono scesi a poco più di un milione. Con una perdita secca di 405 mila frequentatori, quasi uno su tre. Peggiori ancora i dati sulle opere consultate: meno 722.000. Per dare un’idea: la Cina, che ha una popolazione (solo) ventiquattro volte più grande della nostra, si vanta d’avere avuto nel 2019 circa 901 milioni di frequentatori. Incentivati anche dall’acquisto di quasi un miliardo e 120 milioni di volumi.
Tema: un Paese come il nostro può far fronte a un mondo in arrembante cambiamento interrotto (per ora) dal Covid-19, con un sistema di università, scuole, biblioteche che arranca da anni nelle classifiche slittando sempre più giù, giù, giù? Per non dire dei danni ulteriori causati proprio dal coronavirus. «L’impressione è che nel settore dei beni culturali le biblioteche siano nella sostanza percepite come un costo piuttosto che una risorsa», ha denunciato la Società italiana di Scienze Bibliografiche e Biblioteconomiche, «è una lettura delle cose drammaticamente inadeguata». Quando poi è uscita la voce che il ministero dell’Istruzione potrebbe smantellare più biblioteche scolastiche, per trasformarle in aule di fortuna, ancora Solimene ha scritto: «Si tratta dell’ennesimo esempio di sottovalutazione del ruolo “specifico” che le biblioteche e la lettura possono rivestire in un modo diverso di fare didattica dopo la pandemia. I pochi metri quadri che si recupererebbero non sono assolutamente paragonabili al danno derivante dalla chiusura di un servizio faticosamente impiantato col lavoro di anni». Né è stata accolta con troppo entusiasmo l’idea del governo di distribuire 30 milioni alle biblioteche che acquistino libri dalle librerie del loro territorio: un aiuto utile alle librerie con l’acqua alla gola, ma i libri saranno poi quelli utili alle biblioteche? Vedremo…
«Gentile ministro Franceschini», scriveva quasi due mesi fa, a metà giugno, l’Associazione lettori della Biblioteca Nazionale di Firenze animata da Natalia Piombino, «a diversi giorni dall’avvio della “fase 2”, con la graduale ripresa di svariate attività produttive, registriamo che nel nostro Paese restano di fatto interdetti alla cittadinanza biblioteche e archivi, dal momento che offrono servizi assai limitati, con ingressi contingentati, a orari drasticamente ridotti, con farraginosi iter burocratici per l’accesso e la consultazione dei documenti, scontando spesso ingenti ritardi. Possiamo andare in palestra, dall’estetista, in discoteca, ma non a leggere libri o documenti d’archivio. Perché?».
Seguiva, dopo appunti sulle «norme incomprensibili adottate in materia di sanificazione di libri e documenti cartacei» causa di «lunghe quarantene», un appello «all’adozione di misure ragionevoli, che tutelino al contempo la salute di lavoratori e cittadini e le necessità dello studio e della ricerca». Risposta del ministro: zero. Capita: non può rispondere a tutti. Più grave la mancanza di un cenno, in quasi due mesi, da parte dei suoi uffici. Eppure la Biblioteca nazionale di Firenze può essere davvero presa a esempio di come, al di là della dedizione di quanti ci lavorano, l’impegno dello Stato e dei vari governi di destra o sinistra, gialloverdi o giallorossi sia da molti anni deficitario in rapporto alle esigenze.
L’ultimo organico ufficiale, aggiornato sul web al 1° febbraio 2020, prevede un totale di 175 dipendenti. Una decimazione, rispetto al passato più florido. Ma neppure questi numeri sono rispettati: l’«organico effettivo» parla di 115 presenti. Scesi da allora a 111. Dei quali 98 fino a pochi giorni fa in smart working. Col risultato di offrire per settimane solo una manciata quotidiana di possibilità di consultazione. Con ostacoli che hanno scoraggiato vari studiosi italiani e internazionali alle prese con una tesi di laurea o un dottorato, dal venire a Firenze. Un disastro, per chi contava su quel patrimonio immenso di 8.843.734 fra monografie e opuscoli a stampa, 417.754 titoli di periodici, 25.296 manoscritti, 4.089 incunaboli… Torneranno «in presenza», questi dipendenti, alla ripresa dopo la pausa di metà agosto? Dipende dalla situazione sanitaria. In ogni caso, salvo miracoli (l’impegno di nuove assunzioni è stato spesso tradito) resta quel buco vistoso tra i bibliotecari: meno 19 su 42. Cosicché, come dicevamo, ventitré persone devono farsi carico ciascuna di 5.956 metri lineari di scaffali. Pari a un tragitto, volume dopo volume, da Piazza San Pietro a Campo de’ Fiori e poi a Piazza Venezia e da lì al Colosseo fino a piazza San Giovanni e poi alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ma si possono (mal)trattare così i nostri tesori storici e letterari?
 
Corriere della Sera, 8 agosto 2020

     CHIEDIAMO LA RIAPERTURA VERA,

        EFFETTIVA, DI ARCHIVI E BIBLIOTECHE 

        TUTELANDO LA SALUTE DI TUTT*.