di Tomaso Montanari

Santa Sofia che torna moschea non ha a che fare con la religione: ha a che fare con il potere.

L’imam che, venerdì scorso, ha salito le scale del minbar portando con sé una spada ottomana ha spiegato che è «una tradizione nelle moschee che sono il simbolo della conquista». Se non bastasse, il nuovo sultano Erdogan ha personalmente avviato la preghiera, leggendo alcuni versetti del Corano.

Ma le più importanti autorità islamiche in Arabia Saudita e in Egitto hanno condannato la riconversione di Santa Sofia perché – lo ha ricordato, su “Vita e Pensiero”, Wael Farouq, professore di Lingua, letteratura e cultura araba alla Cattolica di Milano – «contraria agli insegnamenti dell’islam: il Corano non fa differenze riguardo alla necessità di tutelare sinagoghe, chiese e moschee. E anche contraria alla condotta tenuta dal Profeta con le chiese di Najran, nello Yemen; a quella del suo Compagno Amr ibn al-As con le chiese e i cristiani egiziani, e a quella del Compagno e Califfo Umar ibn al-Khattab, che strinse un patto con i cristiani di Gerusalemme, nel quale era scritto: “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso… Questa è la sicurezza che il servo di Dio e Principe dei Credenti Umar ha garantito alla gente di Gerusalemme: ha garantito la sicurezza per loro stessi, le loro ricchezze, le loro chiese e le loro croci […] Le loro chiese non vanno usate come abitazioni, né distrutte, né va loro tolto alcunché […]». Le conclusioni di Farouq sono la cosa migliore che ho letto sulla vicenda: «non si può parlare in alcun modo di scontro fra cristiani e musulmani. Se lo facciamo cadiamo nella trappola di Erdogan che mira a far coincidere il mondo musulmano con l’ideologia islamista e spinge noi a un’operazione simile, riducendo Santa Sofia a una manifestazione della supremazia di una religione sull’altra, cioè a un simbolo di potere e non a una testimonianza di bellezza. La più grande vittoria degli estremisti è di farci vedere l’altro con gli occhi del loro odio».

Se le cose stanno così, potremmo chiederci quale sia la risposta culturale più appropriata all’abuso di Erdogan. Una riguarda la presenza delle moschee nel nostro Paese. In Italia i musulmani sono circa un milione e mezzo (una stima per difetto): e le moschee sono solo dieci. Per dire: in Turchia i cattolici sono 76.000, le parrocchie 54 (dati dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa diffusi in occasione del viaggio di papa Francesco nel 2014). Nel suo libro Ma quale paradiso? Tra i Jihadisti delle Maldive (Einaudi 2017), Francesca Borri racconta che quando un maldiviano apprende che lei è italiana, reagisce così: «Ho visto quelle foto di … come si chiama, con tutti i musulmani che pregano nei parcheggi dei supermercati!». I sindaci italiani non vogliono costruire moschee: temono di perdere consenso, quando non sono direttamente fascio-leghisti. A Firenze Matteo Renzi e poi Dario Nardella hanno impedito in ogni modo che la slot-machine della ‘culla del Rinascimento’ fosse ‘sporcata’ da un minareto. E nel 2019 furono arrestati due italiani in possesso di tritolo e ordigni bellici che volevano far saltare in aria la moschea di Colle Val d’Elsa. In quella occasione non molti ricordarono che, nel maggio 200,6 Oriana Fallaci aveva dichiarato al «New Yorker»: «Non voglio vedere questa moschea molto vicina alla mia casa in Toscana (a Greve in Chianti) non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto … Se sarò ancora viva andrò dai miei amici anarchici a Carrara e con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare in aria!». Da Carrara le fecero sapere che lì non aveva amici: ma evidentemente i discepoli di questa scellerata razzista oggi non mancano. E dunque: un ottimo modo per non cadere nella trappola di Erdogan sarebbe costruire finalmente molte moschee in Italia, rispondendo così alla chiusura di un muro con l’apertura di molti ponti.

Per rispondere in modo ancora più appropriato, potremmo decidere (e qui parlo non solo da cittadino, ma da cristiano) di costruire simboli eloquenti di comunione. Prendiamo la cattedrale di Siracusa: tempio greco che divenne chiesa e poi moschea, e che tale rimase fino al 1093, quando i normanni la ritrasformarono in chiesa. Un po’ come la cattedrale di Cordova, prima chiesa, poi Grande Moschea poi definitivamente chiesa: e qui, nel 2007, i musulmani spagnoli hanno chiesto di poter tornare a pregare. Quando saremo capaci, noi cristiani italiani, di decidere, per esempio, che il tempio-cattedrale-moschea di Siracusa ogni venerdì torni moschea? Perché non dovremmo riuscire a pregare lo stesso, unico Dio in uno stesso, unico luogo, facendo con la forza dell’amore ciò che abbiamo fatto lungo i secoli con la forza delle armi?

Se un giorno ci riusciremo, da qualche parte dell’Olimpo degli dei caduti, sorriderà di certo Atena: antica titolare del tempio siracusano, dea di quella saggezza che tanto vorremmo, dovremmo avere.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 27 luglio 2020

Fotografia di Jeison Higuita da Unsplash