di Paola Somma

Della chiusura dei musei e del ricatto che i mecenati, ai quali sono stati ceduti, stanno esercitando per costringerci a elargire loro altri regali, Emergenza Cultura ha dato conto con interventi che ben spiegano come la pandemia non sia la causa dell’attuale disastro, ma abbia contribuito a smascherare l’agglomerato di interessi che si è impadronito dei beni culturali.

In questo contesto, la recente dichiarazione di Maria Cristina Gribaudi, la presidente di MUVE, la fondazione dei musei civici di Venezia – di cui il comune è l’unico socio – che non intende riaprire i musei, fino a quando non torneranno grandi masse di turisti, non è l’improvvida l’esternazione di una manager prestata all’arte, ma è coerente con la mission che le pubbliche istituzioni hanno affidato ai musei, il compito cioè di aiutare i privati investitori a vendere occasioni di intrattenimento culturale ai visitatori (paganti) della città. Non a caso, mentre restano chiusi i musei civici, dove i residenti non pagano il biglietto (non ancora), sono state riaperte le gallerie dell’Accademia, statali, e quindi non gratuite per i cittadini.

Dei musei veneziani, quello che forse più aiuta a capire come si è realizzato il disfacimento del governo della cosa pubblica è M9, museo del Novecento, aperto a Mestre poco più di un anno fa, ed ora chiuso a data da destinarsi, non in conseguenza del coronavirus, ma per il fallimento delle faraoniche ambizioni dei promotori. M9 non appartiene alla scuderia dei musei civici; essendo, però, il frutto di una complessa speculazione immobiliare e finanziaria, architettata da potenti esponenti dell’establishment locale e nazionale, è verosimile che sarà il primo a essere “salvato” a spese del contribuente.

L’intenzione di costruirlo venne presentata, nel 2005, da Giuliano Segre, già presidente della cassa di risparmio di Venezia e a lungo collaboratore e consulente del ministro Gianni De Michelis, accanto al quale era stato uno dei promotori della candidatura di Venezia a sede dell’Expo 2000. Nel 1992 è diventato presidente della Fondazione di Venezia, denominazione assunta dalla fondazione della cassa di risparmio nell’ambito della trasformazione/privatizzazione delle fondazioni di origine bancaria, e ne è rimasto al vertice fino al 2015, quando si è dimesso per assumere la guida della Fondazione di Venezia per M9, appositamente creata per gestire il museo.

Per promuovere M9, un progetto che “esplicita un pensiero epistemologico applicato a quel fenomeno fondazionale che ha caratterizzato il percorso di privatizzazione in Italia delle banche pubbliche”, inizialmente Segre usò due argomenti, in teoria condivisibili. Il primo, ben riassunto nel titolo di un suo articolo del 2005 “diamo a Mestre il suo museo”, predicava il proposito di dotare anche la parte di terraferma del comune di Venezia di dignitose attrezzature culturali. L’altro riprendeva proposte già elaborate trent’anni prima, a proposito del cosiddetto policentrismo veneto, e ribadiva la necessità di affrontare le questioni relative al futuro di Venezia non isolatamente, ma all’interno di un quadro territoriale ampio. Apparentemente ragionevole, di fatto tale assunto ha facilitato l’affermazione dell’idea che Venezia sia, o comunque debba essere, solo un quartiere di una città più grande, ed è servito da pretestuosa, ancorché efficace, giustificazione per i vari piani e progetti dettati da una logica di zonizzazione e specializzazione funzionale del territorio comunale. La stessa fondazione, sempre più impegnata nel ruolo di “fondazione per Venezia Metropoli”, ha promosso convegni e studi per dimostrare che Venezia è parte di una city region, “elemento di una città complessa tanto quanto lo è la struttura storica di Amsterdam rispetto al Randstad olandese”, ed ha contribuito alla diffusione dei molti slogan che vengono cinicamente usati per fornire validazione culturale alla sua trasformazione in una sorta di appendice peninsulare della terraferma.

In questa ottica, anche l’accattivante appello di dare un museo agli abitanti di Mestre si è presto rivelato un artificio lessicale per ammantare di motivazioni sociali gli investimenti immobiliari della fondazione ed i collegati progetti di valorizzazione di parti di città “sottoutilizzate”.

Le vicende dei quindici anni successivi e le varie fasi che hanno accompagnato la realizzazione di M9 – l’acquisizione delle aree, le modifiche agli strumenti urbanistici, la martellante campagna pubblicitaria per alimentare l’aspettativa per l’arrivo di un museo “unico” al mondo – sono comprensibili solo se si tiene conto della rete di relazioni intessuta dai promotori e dai molti attori coinvolti nell’operazione, dalle pubbliche amministrazioni alla Biennale, dalle università alla stampa.

Nel 2006, la fondazione, che “respingendo ogni tendenza al mero mecenatismo, ha intrapreso una via imprenditoriale… trasformandosi da erogatore a big player”, attraverso la sua società strumentale Polymnia Venezia srl, ha iniziato a comprare terreni ed edifici, compreso un antico convento che ospitava una caserma, finché si è trovata a disporre di un isolato di quasi dieci mila metri quadrati nel centro di Mestre.

All’epoca, non era chiaro di cosa si sarebbe occupato il museo. L’unico elemento certo era il proposito di seguire il cosiddetto modello Bilbao, di usare cioè il museo per accelerare la riqualificazione urbana, eliminando i potenziali conflitti causati dalla sostituzione di abitanti e attività di poco pregio con il miraggio di un prestigioso polo culturale, e di costruire un edificio “iconico”, dove è la spettacolarità del contenitore e non il contenuto ad attrarre i visitatori. Certo era anche che M9, non possedendo niente da esporre, avrebbe dovuto essere un museo “virtuale”, sia per i contenuti che per le modalità comunicative. Lo stesso Segre, domandandosi retoricamente se sia “possibile creare un museo senza avere nessun reperto”, dichiarò che si sarebbe trattato di un museo-Gardaland, qualcosa “tra parco divertimenti e museo della scienza e della tecnica”. Prima che sulle caratteristiche dell’offerta culturale del museo, comunque, l’attenzione della fondazione si concentrò sui “target di pubblico” da privilegiare, e li identificò in tre categorie: scolastico, familiare e, soprattutto, turisti stranieri pernottanti a Mestre. Accanto alla dizione museo M9, si cominciò così ad affiancare quella di M9 district, cioè un volano di rigenerazione urbana che innescherà “un ciclo virtuoso tra museo e commercio” e veicolerà quote di turismo veneziano a Mestre.

Per poter avviare la trasformazione fisica dell’area, la fondazione chiese e ottenne la stipula di un accordo di programma – sottoscritto nel 2009 dal presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan; dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari; e dalla sopraintendente ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia e della Laguna, Renata Codello – nel quale si riconosceva “l’interesse pubblico” dell’intervento denominato “M9. Polo culturale e museo del Novecento”. Tutti i firmatari si dichiararono entusiasti del piano che prevedeva di usare l’ex convento per attività commerciali, previa installazione di una copertura nel chiostro, e di costruire un nuovo edificio per il museo.

Nel 2010 la fondazione, con la collaborazione della università IUAV, organizzò un concorso internazionale di architettura ad inviti ed i progetti delle archistar convocate furono esposti nel corso di un apposito evento della Biennale dello stesso 2010, intitolato M9. New museum for a new city, e ampiamente propagandati con una omonima pubblicazione.

Nel 2011, venne poi presentato M9. Il progetto culturale, un corposo documento compilato con la collaborazione di “47 grandi nomi della cultura italiana” (nel comitato scientifico figurano, fra gli altri, Giuliano Amato, Tiziano Treu, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Chiara Saraceno, Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia) nel quale è descritto un “possibile palinsesto dell’offerta di edutainment e che è poi servito come base per organizzare l’allestimento espositivo. Le varie sezioni trattano “tutto quanto ci fa sentire italiani… dal carosello al calcio balilla, dal panettone industriale ai treni ad alta velocità…”, ma dedicano scarsissima attenzione al territorio sul quale il museo si colloca. Fortunatamente, verrebbe da dire, dopo aver letto i due paragrafi su Venezia, rispettivamente dedicati a Marghera “sorta per incanto dalle barene lagunari, a partire dal 1917, in virtù di un avveniristico e visionario piano di sviluppo integrato pubblico privato” e alla Laguna, dove “oggi importanti opere di difesa e centri di ricerca di rilevanza internazionale stanno implementando soluzioni strategiche che, sebbene contestate da taluni esperti, figurano tra le più avanzate opere di ingegneria navale a livello internazionale”.

Nel 2013 la fondazione riuscì a farsi inserire nel Piano Città, ottenendo circa 8 milioni di euro dallo stato per il “rilancio del centro cittadino” e nel 2014 diede avvio ai lavori.

L’apertura del cantiere fu celebrata con un evento della Biennale del 2014, M9 transforming the city, e nello stesso anno, la sopraintendente Codello, in una pubblicazione intitolata Architetture contemporanee a Venezia, da lei curata e finanziata dalla Fondazione, definì M9 “un museo di nuova generazione… un grande intervento di rigenerazione urbana (che) si integra nell’impianto urbanistico creando spazi pubblici e inediti percorsi pedonali e visuali… un polo culturale importante e strategico … un punto di riferimento per tutto il territorio del nord est”.

Simili concetti sono stati in seguito recepiti dal nuovo sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha colto l’opportunità di collegare M9 ai suoi piani di sviluppo turistico di Mestre, dove ha fatto costruire migliaia di nuovi posti letto alberghieri e ha avviato progetti per riqualificare l’intera zona tra la stazione e M9. La priorità attribuita a questo obiettivo è tale che il sindaco non smette di esercitare pressioni sulla Curia e sul Patriarca di Venezia, affinché chiudano le due mense dei poveri ospitate a Cà Letizia e nel convento dei Cappuccini, a pochi metri dal M9, e le trasferiscano in una apposita “cittadella della povertà” che la sua giunta vorrebbe costruire lontano “dal salotto buono della città”.

Durante la realizzazione del complesso edilizio, malgrado sia la Fondazione di Venezia 2000 che la società Polymnia Venezia srl siano state scosse da conflitti interni e dalla dimissione di alcuni membri dei rispettivi board (in entrambi i quali sono sempre stati presenti rettori ed ex rettori dell’università IUAV e professori di Cà Foscari), si sono moltiplicate le iniziative di propaganda. Ad esempio, è stato raggiunto un accordo con Grandi Stazioni per promuovere il museo come destination raggiungibile con i treni ad alta velocità, ed è stata organizzata una campagna pubblicitaria intitolata “Mestre, una città che cambia”, con l’affissione di enormi tabelloni nelle strade, finalizzata a suscitare l’orgoglio dei mestrini in vista dell’apertura di M9.

Nel 2018, il progetto è stato esposto per l’ennesima volta alla Biennale, ed il 1 dicembre è stato ufficialmente inaugurato alla presenza della presidente del senato Elisabetta Casellati e del ministro della cultura Alberto Bonisoli.  Intervistato dai quotidiani nazionali, tutti concordi nell’elogiare un museo nato per “produrre cultura e organizzare eventi con format innovativi e carichi di appeal”, il direttore Marco Biscione, già direttore del Museo Arte Orientale di Torino, sentenziò: “M9 è innovativo per tre motivi.. è il primo grande museo multimediale in Italia, ha riqualificato un’intera area urbana, le entrate dell’area commerciale lo aiuteranno a sopravvivere in autonomia, una situazione che non si trova in Italia”.  Una situazione che evidentemente continua a non trovarsi se, dopo poco più di un anno dall’apertura di M9, la fondazione, che ha investito nell’iniziativa 110 milioni di euro, pare sia sull’orlo del fallimento.

Non solo, infatti, malgrado gli accordi con alberghi, ristoranti, tour operator ed i padroni delle grandi navi che si sono impegnati a far “transitare i turisti” a Mestre, il numero dei visitatori paganti è rimasto ben al di sotto dalle aspettative, ma la maggior parte degli spazi destinati ad attività commerciali e uffici non è stata affittata. Nemmeno la strategia, adottata nel 2019, di diventare “vetrina per le aziende”, e la conseguente organizzazione di “72 eventi corporate”, inclusa la sfilata delle semifinaliste di Miss Italia, è servita a portare i conti in pareggio.

Qualche mese fa, la fondazione ha ventilato l’ipotesi di dover vendere i Tre Oci, una costruzione novecentesca in stile neogotico alla Giudecca, acquistata nel 2000 e che funziona da “casa della fotografia”, scatenando la reazione sdegnata del sindaco Brugnaro che ha subito ammonito “i nostri gioielli non si vendono”! (dimenticandosi di quando, appena eletto, aveva proposto di mettere all’asta alcuni quadri di Cà Pesaro per pagare i debiti del comune). E poco dopo, il 23 giugno, Michele Bugliesi, rettore in scadenza di Cà Foscari, e neonominato presidente della Fondazione di Venezia, ha annunciato la chiusura del museo e il contestuale avvio di un piano per il suo rilancio.

Al di là del gioco delle parti fra comune e fondazione, il dubbio che la minaccia di vendere i Tre Oci sia solo un modo per chiedere soldi pubblici, magari sotto forma di affitto dei locali commerciali vuoti del M9 district, che si presterebbero a funzionare come aule scolastiche, non sembra infondato in una situazione in cui le autorità cittadine non prospettano nessun piano concreto per la riapertura delle scuole a settembre, concentrate come sono su regalie e mance pre-elettorali ad albergatori, ristoratori, gestori di spiagge.  Ma ancor più preoccupante della prospettiva di dover finanziare la fondazione, è quella di mandare i nostri bambini a farsi indottrinare a M9 che, durante il lockdown, ha messo “a disposizione delle scuole di tutto il mondo” il programma M9 Edu Craft, con il quale “per la prima volta, un museo mette assieme cultura, contenuti e intrattenimento video-ludico, destinato alla scuola primaria e secondaria di primo grado”.


Fotografia di Paola Somma