di Gian Antonio Stella

Manco le attenuanti generiche, che sono un po’ come l’ultima sigaretta al condannato: non si nega mai. Un giudice monocratico di Catania, ha sentenziato lunedì che l’ex soprintendente di Siracusa Beatrice Basile e lo storico Tomaso Montanari diffamarono nel 2015 con un’intervista e un commento su un giornale (aggravante), l’allora dirigente generale della regione siciliana Salvatore Giglione. Il quale era stato appena contraddetto da una sentenza del Giudice del Lavoro che aveva annullato la rimozione da lui decisa dell’allora soprintendente dando ordine che la funzionaria, notissima a Siracusa per una serie di battaglie contro varie speculazioni edilizie, fosse rimessa dove stava. Una sconfessione che Giglione aveva preso male: «A mmia?»

Oddio, nell’intervista a Repubblica la Basile non aveva neppure fatto il nome del dirigente che l’aveva spostata, limitandosi a esprimere solo la convinzione d’aver seguito le regole su una «piscinetta prefabbricata» costata il posto all’allora assessore alla cultura Maria Rita Sgarlata, subito scaricata da Rosario Crocetta e troppo tardi scagionata, prima di spegnersi per un male incurabile: «La verità è che sono stata allontanata per le mie battaglie a difesa di Siracusa. Ci sono grandi interessi d’imprenditori che erano pronti a cementificare la città». Né aveva fatto il nome dell’allora «anonimo» dirigente («neppure lo conoscevo», dirà) lo stesso Montanari che semmai aveva attribuito la scelta di rimuovere la Sgarlata e la Basile alla «volontà della Giunta Crocetta». E aveva accusato ancora «la classe politica sicula» che «poteva mettere le mani, e quali mani, sul bene comune non rinnovabile del territorio e dell’arte, mandando in fumo in pochi decenni un passato ineguagliabile». Una accusa tutta politica. Condivisa negli anni, dopo ignobili esempi di incuria vandalica, da un po’ tutti i difensori del patrimonio paesaggistico e monumentale italiano.

Macché: secondo la magistratura catanese queste accuse erano rivolte «indirettamente» (testuale) a lui, Salvatore Giglione. Ed ecco la condanna non solo a una multa e al pagamento delle spese processuali ma «alla pena di anni uno di reclusione». Il tutto mentre da quindici anni il parlamento italiano discute sull’abolizione in questi casi della carcerazione, definita dall’Europa come «iniqua» e un ostacolo alla libertà di informazione.


Articolo pubblicato su “Corriere della Sera”, 15 luglio 2020


Il caso illustrato nell’articolo di Stella è, purtroppo, esemplificativo di un atteggiamento – ultimamente ricorrente – che sembra voler reprimere forme di denuncia o opposizione da parte di cittadini, associazioni, giornalisti, nell’interesse pubblico, verso progetti o iniziative che hanno o possono avere un impatto devastante sul nostro patrimonio culturale e paesaggistico e sul tessuto delle nostre città.

Di fronte al possibile avvio di una nuova fase di sconsiderato attacco al nostro territorio, abbiamo più che mai bisogno di tenere alta la guardia: Emergenza Cultura continuerà a farlo e a sostenere chi denuncia la follia della svendita dei nostri beni comuni.


Fotografia di Luca Di Ciaccio da Flickr