di Lucia Tozzi

Le soluzioni che emergono dai convegni e dalle ricerche sul turismo sostenibile poggiano invariabilmente sull’organizzazione di un virtuosissimo management del territorio che dovrebbe essere in grado di scaglionare uniformemente nel tempo gli arrivi e dirottare i turisti dalle mete classiche verso itinerari secondari densi di eccellenze enogastronomiche e artigiane. Ammesso che polacchi o cinesi si lascino convincere a rinunciare alla Venere di Botticelli per essere scarrozzati sull’Appennino Tosco-Emiliano, questa idea di sostenibilità assomiglia piú a un piano di mercificazione progressiva del territorio intero che a un progetto di equilibrio.

Un’altra ipotesi di gestione dei flussi, meno politically correct ma ben piú diffusa tra la gente comune, gli operatori del settore, i politici e il sistema mediatico, è fondata su una pura e semplice distinzione di classe: incentivare il turismo ricco, colto e rispettoso dell’ambiente, e respingere quello straccione. Sí alle camicie in jersey riciclato, le canotte a casa loro.

Archiviate come meritano queste idee, è invece di cruciale importanza osservare la situazione delle città e dei territori che ancora conservano un’economia mista, non totalmente dominata dal turismo, perché è da quei luoghi dal destino piú aperto che può partire un ripensamento radicale delle politiche urbane e territoriali. A partire da città come Barcellona, Amsterdam, Berlino, Napoli, Roma, New York, San Francisco, Parigi, che, pur essendo al centro di flussi turistici immensi, sono tuttavia densamente abitate e hanno per prime visto nascere movimenti di resistenza, come per esempio SET – rete di città del Sud d’Europa che si oppongono alla Turistificazione.[1]

Tutte queste città sono state investite da piú cicli di gentrificazione,[2] e hanno subito alterazioni fortissime del mercato immobiliare a causa di Airbnb e delle altre piattaforme per gli affitti brevi.[3] I loro abitanti diffidano oramai di ogni piccola modifica dello spazio pubblico, di ogni intervento di abbellimento e manutenzione, di ogni nuovo centro culturale, di ogni impreziosimento del tessuto urbano proposto dai loro governi, perché hanno imparato sulla propria pelle che non solo quei progetti non sono rivolti a loro, ma che non fanno altro che accelerare proprio la loro espulsione dai quartieri che abitano. E hanno intrapreso battaglie a volte vittoriose, come quelle per l’imposizione di vincoli agli affitti su Airbnb e quella, epica, che è riuscita a impedire l’insediamento di un headquarter Amazon nel Queens di New York.

Battaglie come queste, purtroppo, in Italia corrono ancora spesso il rischio di essere classificate come conservatrici, Nimby. Esse mostrano invece una comprensione profonda della natura delle politiche urbane dettate dall’ideologia del turismo. Se l’unico scopo è attrarre viaggiatori in cerca di esperienze, studenti e creativi, manager in trasferta, malati e parenti di malati, lo spazio urbano e i servizi vengono rimodellati pensando ai potenziali clienti, non al benessere dei cittadini. A dominare è il profitto, non la pubblica utilità.

Parchi, piazze, strade, spazi pubblici, distretti dello shopping e del food acquistano un’aura cool e green, mentre clochard, migranti, presenze poco rassicuranti e segni di indigenza devono sparire dalla vista. Viene data priorità alle linee di bus e metropolitana che collegano l’aeroporto al centro, e non ai collegamenti con le periferie. I soldi vengono allocati per tirare a lucido i monumenti e non per le case popolari e le scuole, si creano squadre per la comunicazione e si taglia il personale degli uffici pubblici, si costruiscono edifici iconici e case di lusso. Musei e palazzi affittano sale per feste private. Manifatture, magazzini, luoghi di produzione continuano a chiudere o ad allontanarsi dalle città, e le strutture diventano invariabilmente location per eventi temporanei. Stadi e università non hanno piú lo scopo democratico di formare o divertire i cittadini, ma diventano poli di eccellenza o lusso per platee selezionate e internazionali. La macchina degli eventi assorbe i fondi destinati alla cultura, sgretolandone le istituzioni. Persino gli ospedali, come ben si è visto nella Lombardia della crisi Covid, piú che a curare pare che servano ad alimentare miti di eccellenza, a sviluppare progetti immobiliari e a erogare a pagamento prestazioni di screening, a tutto danno di chi non se le può permettere.

Samuel Stein, uno dei piú acuti studiosi della città contemporanea, autore di Capital City,[4] definisce icasticamente “pigro” questo modello di sviluppo:

“Progettare un futuro equo significa contrastare gli interessi dei potenti e ridistribuire le risorse, togliendole a coloro che hanno beneficiato del sistema per generazioni; il perseguimento di un modello di crescita economica guidata del turismo è, al contrario, il percorso che offre minore resistenza, e permette ai potenti di mantenere i propri privilegi. Infatti la pianificazione turistica tende a rafforzare proprio queste diseguaglianze.”[5]

Ma che cosa succede a queste città in bilico, appesantite dalla conversione turistica ma ancora parzialmente produttive, se i flussi in entrata e in uscita si fermano? Quali settori entrano in sofferenza?

Città come Milano, Roma, Londra, Madrid, Parigi, Berlino o Barcellona non si sono desertificate: molte attività produttive non sono state bloccate o sospese neanche durante il lockdown. Sono stati spazzati via gli eventi, e questo ha avuto un impatto terribile sulla massa di lavoratori precari, decontrattualizzati, a volte in nero, che si sono trovati da un giorno all’altro senza un soldo, e sulla gloriosa filiera degli allestitori. Ma ha anche rivelato, a chi ha occhi per vedere, che il settore dell’arte e dell’editoria possono fare a meno senza rimpianti del 90% dei festival, delle fiere e degli incontri, che non hanno come vero scopo la promozione della cultura ma dell’immagine cool della città che li ospita.[6] Moltissime voci si sono levate nel mondo della cultura per sollecitare una riconversione del sistema sul piano qualitativo.[7] Si invoca un ritorno alla gestione pubblica della cultura; un freno all’assalto dei privati; un allontanamento dai metodi neoliberisti di valorizzazione dei siti culturali, fondati come sempre sui numeri costi quel che costi, e dalla retorica del patrimonio culturale come “petrolio” da sfruttare in chiave turistica; una regolamentazione, infine, ma non da ultimo, del mondo del lavoro, di tutto il mondo del lavoro.[8] Chi soffre molto invece è ovviamente il settore dello spettacolo (cinema, teatri, musica dal vivo), che si sta interrogando su come trasformare temporaneamente la fruizione senza aumentare i prezzi. Soffrono naturalmente gli alberghi. E sono molto colpiti i ristoranti e i bar, anche se parecchi hanno retto meglio di altri con il delivery e hanno davanti mesi in cui potranno occupare grandi spazi all’aperto a basso costo (a seconda della liberalità delle amministrazioni locali).

Ma è sul fronte dell’abitare e del mercato immobiliare che si aprono gli scenari piú interessanti: oltre alle crisi di inquilini e proprietari in difficoltà, l’assenza di turisti rimette necessariamente sul mercato dell’affitto almeno una quota consistente di appartamenti destinati ad affitti brevi. In città non del tutto turistiche, dove la domanda è sempre viva, questo si traduce in un’opportunità − anche politica – di calmierare i prezzi del mercato e di ridimensionare l’ingerenza delle piattaforme negli equilibri abitativi. Una situazione analoga si osserva anche dentro al grande mercato temporaneo delle location: magazzini, showroom, ex garage, palazzi d’epoca si ritrovano improvvisamente a languire insieme alle altre migliaia di spazi vuoti di cui abbondano le città. In un momento storico che ha fame di spazi ampi per scuole, uffici pubblici, ristoranti, ambulatori, per attività sportive, potranno le location riconvertirsi in spazi per la collettività?

Sono interrogativi che aprono una grande sfida politica. Possiamo spezzare la dipendenza da una domanda esterna volubile e precaria e riorganizzare i territori, gli spazi, i servizi in funzione degli abitanti. Si può investire su un ritorno alla produzione. Si possono ripensare i progetti urbani che rispondono a esigenze di pura “immagine” o di attrazione di capitali che non atterrano mai veramente sui cittadini: basta case di lusso e stadi per vip, centri commerciali e uffici monumentali. Si può scegliere di non cedere alla tentazione del ritorno all’auto e di investire sul trasporto pubblico, anche convertendo temporaneamente i bus turistici in mezzi di linea. Si può scegliere di non puntare sulle linee low cost. Si possono assumere medici e infermieri per ristabilire un servizio sanitario pubblico diffuso sul territorio, insegnanti per coprire le esigenze di tutti i bambini, e studiosi, archeologi, storici dell’arte, restauratori per tutelare il patrimonio culturale. Si possono ricondurre gli atenei alla loro funzione originaria, elaborare e trasmettere saperi, distogliendoli dal ruolo di attori sul mercato del real estate cittadino. Si può rimettere al centro la questione della casa, riprendendo in mano il patrimonio di edilizia pubblica semiabbandonata e inducendo i proprietari di edifici vuoti a riempirli. Si può avviare un gigantesco piano di manutenzione di spazi ed edifici pubblici. Si possono revocare le concessioni sulle spiagge, sulle biglietterie dei musei, sulla gestione dei servizi. Infine, si può anche ripudiare la rincorsa ai grandi eventi − e lasciare estinguere una buona percentuale di quelli minori.

Oppure, si può continuare a privatizzare quel che resta della società in nome del feticcio del dinamismo. Almeno fino alla prossima crisi, che come tutte le precedenti non sarà tale per chiunque − ma opportunità per i piú ricchi, ulteriore sprofondamento per i piú poveri. Chissà se almeno stavolta anche il ceto medio − posto che esista ancora qualcosa del genere − se ne accorgerà, o se continuerà a riporre il proprio declinante benessere nelle mani di chi ha manifestato in ogni modo l’intenzione di sottrarglielo, subdolamente − come ha fatto finora − o, se necessario, anche con la forza. Una volta si diceva che la Cina è vicina. Oggi (a parte il fatto che è molto piú vicina di allora), sarebbe forse il caso di iniziare a pensare che anche il Brasile è meno lontano di quanto sembri.

[1] SET − Sud Europa di fronte alla Turistificazione è una rete nata nel 2018 per contrastare i processi di conversione al turismo che investono moltissime città mediterranee e della fascia meridionale del continente. Ad aprile 2020 ha elaborato una riflessione molto importante sul cambio di paradigma imposto dalla crisi Covid: “La rete set: il Covid-19 e le sue conseguenze”, su Emergenza Cultura.
[2] Nell’ormai sterminata letteratura sul tema è imprescindibile la lettura di Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le citta come Disneyland?, il Mulino, Bologna 2015.
[3] Il libro piú chiaro e documentato in Italia sul fenomeno Airbnb è quello di Sarah Gainsforth, Airbnb citta merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2020. In un articolo pubblicato su Internazionale il 07/05/2020, “L’effimera rigenerazione di Roma”, analizza l’effetto degli affitti a breve termine sulla città di Roma.
[4] Samuel Stein, Capital City. Gentrification and the Real Estate State, Verso Books, London 2019.
[5] Samuel Stein, “Il turismo. Un’ideologia e una strategia di accumulazione”, in Lucia Tozzi (a cura di), City killers. Per una critica del turismo, Casa Editrice Libria, Melfi (pz) 2020.
[6] Lucia Tozzi, “La cultura senza eventi”, su Zero, 01-05/05/2020: .
[7] Il sito Emergenza cultura in particolare raccoglie moltissimi appelli, articoli e analisi sul tema.
[8] Vitangelo Moscarda, “Peste nera, lavoro nero: le tinte scure del turismo all’italiana”, su Jacobin Italia, 16/03/2020.

Articolo pubblicato su “Le parole e le cose”, 1 luglio 2020

Fotografia di Taylor Smith da Unsplash