di Tomaso Montanari

“Martina ha 22 anni. Studiava Scienze dei Beni Culturali. Ma recentemente ha deciso di rinunciare al suo sogno per seguire quello di suo padre, deceduto a causa del coronavirus: tenere aperta l’edicola di famiglia. Il padre era infatti un operaio che, dopo anni di risparmi, era riuscito ad aprire quell’attività. Facendosi un nome nel quartiere, a Lodi, tra i concittadini. Era il suo sogno, e lo aveva realizzato. Poi il coronavirus lo ha portato via. E così Martina non si è sentita di chiudere l’attività, e l’ha presa in mano lei. Ora si alza ogni mattina alle 6 per gestirla. Una scelta difficile, ma davvero bella, empatica. Per questa ragione, ci sentiamo allora di farle un grande in bocca al lupo. Da parte di tutte e tutti noi, buona fortuna Martina”. Qualcuno di voi avrà letto questa storia: è stata raccontata dai giornali locali lombardi, e quindi dal “Corriere della Sera”. Ma il testo che avete letto è stato pubblicato dal Partito democratico sulla sua pagina Facebook il 2 luglio. Nella stessa giornata, quella pagina ha anche ospitato un ispirato intervento del segretario Nicola Zingaretti, che inizia così: “Essere un partito di sinistra. Mettere al centro lavoro e giustizia sociale. Lo abbiamo fatto, lo stiamo facendo”.

Il contrasto tra i due post non potrebbe essere più clamoroso, ed è un contrasto che denuda una profonda crisi di identità politica. Un segretario che sente il bisogno di spiegare cosa vuol dire ‘essere un partito di sinistra’ sta (lodevolmente) intraprendendo un Programma dei Dodici Passi per disintossicarsi da una drammatica deriva a destra. Ma la strada della redenzione è, con ogni evidenza, ancora assai lunga.

Perché la decisione di Martina, vista come una libera scelta d’amore filiale, è commovente e nobilissima. Ma se un partito decide di commentarla, la trasforma in un fatto politico. E se quel partito si dice di sinistra e si trova al governo, non può dimenticare che quella scelta ha che fare proprio con il lavoro e la giustizia sociale. E allora dovrebbe semmai commentarla scrivendo: “Stiamo facendo di tutto perché una simile decisione non debba più essere presa, e perché Martina possa tornare a studiare Scienze dei Beni Culturali”. Invece, si capisce che dal Pd pensano che quella scelta “bella ed empatica” fosse in qualche modo ineluttabile. Così come lo era lo smantellamento dei posti letto in terapia intensiva, o la difficile sopravvivenza di chi, dopo una vita di lavoro operaio e sacrifici, aveva aperto un’edicola, cioè un presidio sociale e culturale lasciato in balìa di un mercato senza scrupoli.

Se ne parlo in questa pagina, è perché Martina stava studiando Beni culturali (in un’università il cui ministro è dell’area Pd). E dopo la laurea avrebbe appunto provato a trovare lavoro nel vasto mondo dei Beni culturali (il cui ministero è saldamente in mano al Pd). Ma commentando la sua rinuncia, il Pd non ha pensato che se si fosse lavorato come si doveva per il diritto allo studio e per il sostegno agli studenti lavoratori, forse Martina non avrebbe dovuto rinunciare. E non ha pensato che il patrimonio culturale della nazione perdeva la forza, la determinazione e la generosità di Martina. E questo non-pensiero è un enorme problema culturale e politico.

In questa pagina ci troviamo a parlare di soprintendenze senza mezzi, di speculazione edilizia che cerca di sfondare le labili difese del territorio, di mercificazione spinta del patrimonio culturale, di mancanza di un progetto capace di promuovere davvero lo sviluppo della cultura come vorrebbe la nostra Costituzione. Uno stato delle cose determinato in egual misura da centrodestra e centrosinistra – e anche dal Movimento Cinque Stelle, nel breve periodo in cui ha guidato i Beni Culturali. In questi ultimi anni, il pensiero unico sul patrimonio culturale si è dunque tradotto nella passiva accettazione dello stato delle cose: cioè nell’introiettamento del TINA ( there is no alternative) di Margaret Thatcher.

Il Pd, e in generale il mondo della ‘sinistra’ mainstream, si è convinto da tempo che l’unico legame possibile tra patrimonio culturale e popolo sia una banalizzazione commerciale a getto continuo. Sotto la maschera demagogica, è un’idea ferocemente classista e antidemocratica. Ed è proprio questo il punto: una forza che voglia davvero “mettere al centro lavoro e giustizia sociale” dovrebbe fare di tutto perché ragazze come Martina possano un giorno custodire, governare, mediare il patrimonio culturale.

Ma forse Martina sapeva che dopo almeno quindici anni trascorsi tra una laurea triennale, una magistrale, un dottorato, una specializzazione e un corso alla scuola del patrimonio, le avrebbero offerto (se fortunata) un lavoro povero (o nero) come custode museale, con contratto multiservizi, naturalmente a tempo determinato: una prospettiva di schiavitù.

A quante altre Martina stiamo rinunciando? Quando capiremo che senza giustizia non c’è bellezza?


post scriptum

Dopo che quest’articolo è uscito sul “Fatto Quotidiano”(*), un’amica mi ha scritto:
«Quante Martina abbiamo perso negli ultimi venti? venticinque anni? Il capitale e gli psicoterapeuti ringraziano!!! Se a vent’anni dalla mia iscrizione all’università sono ancora qui ad occuparmi di queste cose, è anche e soprattutto perché vorrei che nessun’altro si trovasse a vivere quello che ho vissuto io, e ancora di più quello che hanno vissuto compagni di studi e colleghi, che non avendo la mia coscienza politica sono finiti a sentirsi inadeguati, a deprimersi, facendosi carico individualmente di problemi collettivi…. o a ‘ripiegare’ sulla vita privata, pensando che la malinconia non avrebbe bussato alla loro porta…».
Ecco.

(*) Tomaso Montanari, La lunga redenzione di Zinga. Basta Thatcher, ora a sinistra, in “Il Fatto Quotidiano”, 6 luglio 2020

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