di Mirella Di Giovine

Appena fuori dalle Mura Aureliane, in continuità funzionale e visiva con l’area Centrale dei Fori, si apre la valle della Caffarella, l’ingresso privilegiato al Parco dell’Appia Antica.

La valle si estende per circa 330 ha, a ridosso della città storica, da Porta S. Sebastiano, lungo la via Latina, la via Appia Antica, fino alla via dell’Almone, è attraversata dal sacro fiume Almone e da piccoli corsi d’ acqua, ricchissima di sorgenti, terra fertilissima. Antico luogo di miti e leggende, il suo nome deriva dalla storica tenuta agricola cinquecentesca di proprietà dei Caffarelli. La valle della Caffarella racconta ancor oggi una storia di insediamenti e di evoluzione del paesaggio, che si sviluppa a partire dal II sec a.C. e raggiunge il suo fulgore in epoca imperiale, quindi ricca di testimonianze archeologiche, ma anche medievali, cinquecentesche, ottocentesche, fino ai nostri giorni. Un luogo che ha costituito nei secoli fonte di ispirazione di artisti e poeti.

La Valle, come tutto il parco dell’Appia Antica, è stata riconquistata al suo paesaggio, con tenaci battaglie. Vale la pena di ricordare alcuni passaggi per comprendere la particolarità di questa riconquista pubblica. Le aree sono state strappate alla speculazione edilizia, che mirava a farne una gigantesca lottizzazione, grazie alle storiche battaglie culturali ed urbanistiche di Antonio Cederna per l’Appia. In seguito si sono sviluppate anche tenaci battaglie locali come quelle dello storico Comitato della Caffarella che ancor oggi vigila e si batte per ulteriori conquiste. L’esproprio, nonostante il Piano Regolatore e la Legge per Roma Capitale del 1990, era stato tentato dal Comune per ben due volte, senza successo. La Valle, “rovina romantica”, era divenuta una discarica di inerti delle costruzioni circostanti, edificate negli anni 50-80, un’area di agricoltura disordinata e pascolo indiscriminato. D’altra parte la storia ci racconta che questa Valle ha attraversato momenti alterni, di ribalta e di oscuramento, ma sempre ha rappresentato un paesaggio identitario del luogo, sentito dalla collettività e fortemente caratterizzato nell’ immaginario collettivo.

Con il Piano, l’esproprio e gli interventi sviluppati nel Giubileo 2000 dal Comune di Roma, in collaborazione stretta con le Soprintendenze, si sono fatti scavi e scoperte importanti, come la necropoli del Colombario, i cunicoli sotterranei per la distribuzione dell’ acqua termale, la piscina del Ninfeo di Egeria, si è ricostruito attentamente il paesaggio storico, restituito alla fruizione e alla conoscenza di tutta la città e si è così definita la prioritaria importanza dei sistemi archeologici e del paesaggio di contesto. L’apertura di questi spazi al pubblico, grazie all’impegno dell’Amministrazione Rutelli, è stata molto gradita dai cittadini e ha modificato la percezione del Parco dell’Appia Antica per tutta la città e la qualità della vita dei quartieri contermini.

Un bel paesaggio ritrovato, ma che ancora non esprime tutta la sua identità storico archeologica, perché ancora non completo come meriterebbe. Da anni si attende di attuare le connessioni previste con i sistemi archeologici e paesaggistici del Parco dell’Appia e i collegamenti con la stessa via Appia. Manca la conclusione dell’esproprio di alcuni monumenti e aree residue come il sepolcro di Geta, e la fruizione di monumenti come il tempio di Sant’Urbano, espropriato ma non fruibile perché affidato al Vaticano. Permane la frammentazione della gestione, oggi distinta fra vari Enti, Comune, Parco Archeologico Mibact, Parco Regionale, che impedisce di valorizzare le peculiarità archeologiche e di paesaggio delle parti monumentali e soprattutto impedisce una percezione unitaria del complesso dell’Appia e dei suoi sistemi archeologici e paesaggistici. Inoltre la non gestione dell’agricoltura, che andrebbe invece attentamente indirizzata per tutelare il paesaggio rurale storico, rischia di comprometterne la corretta percezione. Altro obiettivo incompiuto è, infatti, il recupero, già avviato e ora abbandonato, dello storico casale della Vaccareccia, simbolo e centro della tenuta storica e possibile centro agricolo e di servizi, perché nessun ente sembra interessato, né il Comune proprietario, né la Regione.

Dopo venti anni dalla sua riconquista, la difficoltà di completare i piani ed i progetti già esistenti, nonostante le opportunità finanziarie, e nonostante la consapevolezza e la pressione della collettività, caratterizza la storia del recupero delle peculiarità storico archeologiche e paesaggistiche di questa Valle, storia e destino che l’accomuna da sempre a tutto il Parco dell’Appia Antica.


Articolo pubblicato su “Left” , 12 giugno 2020

Fotografia di Franco Mapelli