di Maria Pia Guermandi

Mentre riparte, dopo la pausa del lock down, lo storytelling sulla “bellezza d’Italia, motore di ricchezza e volano di sviluppo”, finalizzato alla caccia al turista coûte que coûte, e sostenuto dall’asfissiante retorica del marketing pubblicitario sulle riaperture di mostre e musei, il sistema cui è affidata la protezione e gestione del nostro patrimonio attraversa una crisi che solo con l’ottimismo della volontà ci ostiniamo a non dichiarare irreversibile.

Più volte è stata denunciata da Associazioni, intellettuali, operatori del settore e organismi sindacali, la situazione di grave squilibrio cui la “cura” Franceschini, inaugurata nel 2014, ha ridotto la struttura ministeriale, purtroppo senza che queste denunce reiterate nel tempo e circostanziate attraverso innumerevoli casi, abbiano mai sortito il minimo ripensamento e soprattutto la minima verifica su quanto è successo in questi anni.

Al contrario, la cesura netta fra valorizzazione affidata ai musei autonomi e tutela rimasta in capo alle Soprintendenze – con l’irrazionale e irrisolta no-man land costituita dai Poli, ora Direzioni Regionali museali – è stata via via approfondita di pari passo con l’ipertrofia degli organismi centrali del MiBACT (nel gennaio di quest’anno sono stati creati, tra l’altro, tre nuove direzioni generali e un Istituto per la digitalizzazione), cancro disfunzionale di vecchia data, la cui sopravvivenza costituisce la cartina al tornasole dell’arcaicità di questo impianto.

Di ritorno al passato, infatti, si deve parlare, per più aspetti. L’uso strumentale del patrimonio museale e archeologico ad esclusivi fini turistici costituisce infatti la versione contemporanea di un uso dei musei a fini nazionalistici e comunque riservato ad élites sociali: un patrimonio insomma cui viene negato o distorto il fine di servizio alla comunità e alla sua crescita sociale e civile.

Ma è soprattutto nell’ambito della tutela che emerge in maniera netta l’arretramento, in termini culturali e sociali, cui è costretta la struttura che gestisce il nostro patrimonio diffuso sul territorio e specificamente le Soprintendenze. Fin dai primi tempi d’applicazione della riforma Franceschini, era risultato chiaro il divario drammatico, in termini di risorse di tutti i tipi, a svantaggio delle Soprintendenze, per di più sottoposte ad un diabolico, incessante meccanismo di riorganizzazione perenne che ne ha minato – per anni – l’efficacia di azione. Smembrate territorialmente (a gennaio alcune sono state ulteriormente suddivise dando vita a otto nuovi istituti) e accorpate tematicamente, le Soprintendenze sono state sottoposte ad una sorta di letto di Procuste aggravato dalla cronica mancanza di personale e dalle ricorrenti lacune dello schema organizzativo delineato dalle Direzioni Generali centrali, quasi sempre incapaci di rispondere alle esigenze del territorio.

I numeri del disastro non hanno bisogno di commenti. Trenta e più uffici tra Segretariati Regionali, Soprintendenze, Direzioni museali regionali sono retti attualmente ad interim da dirigenti che ricoprono altri incarichi, spesso in località distanti, mentre perdura la cronica carenza di personale tecnico, amministrativo, di vigilanza. In alcuni casi, a dirigenti selezionati con i bandi per i Musei autonomi – spesso dai ranghi esterni all’amministrazione – è stata assegnata anche la Direzione museale regionale, con procedure al limite della regolarità. Nella perdurante mancanza di concorsi per Soprintendenti, gli istituti creati a gennaio andranno ad aggravare la situazione di precarietà in cui versano questi organismi di presidio territoriale.

Nel frattempo, ciò che accade a diversi livelli istituzionali sul fronte del governo del territorio sta dipingendo un quadro sempre più fosco. Se il DDL 698-500 in discussione presso l’Assemblea Regionale Siciliana che prefigurava la sottrazione delle autorizzazioni paesaggistiche che dagli organismi di competenza tecnica – le Soprintendenze, appunto – passerebbero in capo ai Comuni sembra fortunatamente fortemente ridimensionato (ma v. sul ddl Tomaso Montanari, Il Fatto Quotidiano del 15 giugno 2020), la recente sentenza del Tar di Lecce entusiasticamente accolta dai sindaci locali come il via libera  all’edificazione anche nella fascia costiera dei 300 metri dal mare,  costituisce comunque un vulnus ad uno dei capisaldi di una delle leggi più innovative, ambientalista ante litteram, quale fu la legge Galasso.

E già si rincorrono le peggiori anticipazioni su quello che sarà il così detto provvedimento “Semplificazioni”, il cui termine, alle nostre latitudini, è stato interpretato troppo spesso come sinonimo di deregulation.

Come già aveva segnalato Emergenza Cultura (Comunicato dell’11 dicembre 2019)  quindi, il progressivo svuotamento delle risorse delle Soprintendenze che ne mina la capacità funzionale non può che essere letto in parallelo al nuovo attacco al territorio che si sta organizzando e che, purtroppo, le così dette esigenze della ripartenza rendono sempre più probabile. Il sogno ricorrente delle mani libere sul territorio che ha accomunato da decenni politici di ogni schieramento, sembra a portata di mano.

Riusciremo, come Associazioni e cittadini, a fermarlo ancora una volta, riaffermando, ora più che mai, la necessità di un  presidio territoriale, indipendente da partiti e interessi più o meno leciti e tuttora fondamentale per la cura del contesto in cui viviamo?


Fotografia di Monique Stokman da Pixabay