di Tomaso Montanari

“Ma Assisi non appartiene a una regione, è una regione un luogo privilegiato della Terra, in cui non si può mai abitare, ma vi si arriva sempre. E quando si riparte è come essere usciti da una civiltà che ti si è rinchiusa alle spalle a catenaccio”. Queste ispiratissime parole di Cesare Brandi rischiano di avverarsi come una triste profezia: Assisi è ormai una città in cui non si può abitare. Come le grandi sorelle Venezia e Firenze, anche Assisi assiste impotente al divorzio tra pietre e popolo.

“Assisi – mi ha scritto Carlo Cianetti – è sempre più la città di Bernardone: la dimensione sociale è terribilmente impoverita, le dinamiche di mercato sono parassitarie. Mancano politiche abitative, tutela e valorizzazione vera dell’ambiente e dell’arte”. Cianetti è il direttore di una rivista online che si chiama AssisiMia, luminoso esempio di riflessione a più voci sul presente e sul futuro della città. E le sue parole sono forti e chiare come capita solo quando sono mosse da un amore profondo per l’oggetto delle critiche. Nessuna immagine potrebbe essere più eloquente: commerciando senza ritegno la città di Francesco, si è finito per costruire la città di Bernardone, il ricco padre mercante del santo. È la morale universale dell’overtourism, il suo profondo paradosso: quello di ridurre nel suo contrario l’oggetto di questo amore smodato, possessivo e infine, suo malgrado, violento. Così l’armoniosa Firenze è diventata una città volgare, e Venezia, la cui bellezza non ha paragoni al mondo, è diventata dozzinale. Assisi, dunque, rovesciata in ciò che di più lontano può esistere dallo spirito di San Francesco: una città senza cuore, ma solo col portafoglio. Un Disneyland serafica, come è stata amaramente, quanto efficacemente, definita.

Il fiume di denaro seguito al terremoto del 1997 doveva portare a un “nuovo Rinascimento”: perché la retorica del dopo-catastrofe è sempre la stessa, come sempre uguale è la conclusione. Il recupero degli edifici ha prodotto altrettanti contenitori vuoti, senza scopo e senza popolo: come se, partito la sera l’ultimo autobus di pellegrini compulsivi, gli assisani semplicemente non avessero una vita. Particolare eloquente: solo ora (dopo quasi 25 anni!) si restaura il Teatro Metastasio!

Ebbene, in queste settimane Assisi è di fronte ad un’altra crisi, non meno dura: tre mesi di confinamento hanno spezzato l’economia effimera che si reggeva su una monocultura, quella di san Francesco. Spariti i torpedoni, la città si chiede da dove ricominciare: è la grande occasione di voltare pagina, un’occasione che potrebbe essere l’ultima.

Nel 2026 si celebrerà l’ottavo centenario della morte del Poverello: parafrasando il Vangelo, ci si può chiedere se quell’anno troverà ancora un popolo, tra le mura di Assisi. Perché la risposta sia positiva occorre innanzitutto un vero dibattito pubblico (non solo locale: il destino di Assisi riguarda tutti gli italiani), e quindi una stagione in cui la politica sappia fare delle scelte: innanzitutto a favore della residenza popolare nella città storica, e a sostegno di una diversificazione dell’economia.

Ma, non nascondiamocelo, ad Assisi la voce delle comunità religiose è una voce potente. In particolare, il Sacro Covento, a buon diritto definito l’“acropoli di una mistica Atene”, non può assistere in silenzio (o addirittura collaborare attivamente) all’agonia della città che lo circonda e lo abbraccia. Ha scritto lucidamente Cianetti: “Può il clero, la chiesa di Papa Francesco, che chiede dall’inizio del suo pontificato di aprire le porte alla gente, ai poveri, ai meno abbienti, far finta di nulla? Può il clero continuare a rimanere rinchiuso nei suoi conventi e monasteri e osservare con disincanto la morte della città, ormai dissanguata e abbandonata alle dinamiche spregiudicate del neo-liberismo? Cosa racconterà questo clero ai giovani e agli studiosi che verranno a discutere dell’economia di Francesco in Assisi, il prossimo novembre? Che messaggio darà la chiesa di Papa Francesco, dalla città di San Francesco, al mondo? Come si giustifica il fatto che conventi e monasteri sono per la gran parte alberghi a tutti gli effetti? Perché la chiesa non si spoglia di quei beni e li dona alla città, ai suoi figli più poveri, che ne hanno un gran bisogno? Come farete a parlare di povertà, di giustizia sociale, di redistribuzione delle ricchezze al mondo che verrà ad ascoltarvi?”

È una domanda che la comunità francescana non può e non deve eludere: se non vuole sentirsi dire, a ragione, “medico, cura te stesso!”. Durante il confinamento abbiamo tutti capito che senza le chiese aperte, le città italiane non sono più loro. Ma anche senza le città le nostre chiese non hanno senso, a meno di non trasformarle definitivamente non in musei, ma direttamente in luna park a pagamento. Le pietre di Assisi reclamano il loro popolo: che qualcuno le ascolti.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 8 giugno 2020

Fotografia di Monique Kraan su Unsplash