di Paola Somma

L’entusiasmo con il quale i sindaci di pressoché tutte le città italiane hanno aderito all’auspicio del ministro ai beni culturali, Dario Franceschini, affinché, “per dare un po’ di respiro a bar e ristoranti”, si allarghino i plateatici e se ne riducano i canoni, è uno dei tanti segnali di come la fase 2 sia il grimaldello per accelerare, senza discussioni, la trasformazione del patrimonio comune in beni di consumo il cui godimento è consentito solo a pagamento. Mentre, però, la ulteriore privatizzazione e riduzione dei servizi pubblici, dai trasporti alla scuola, suscita qualche reazione, molti dei cittadini ansiosi di affollare gli spazi aperti per la “movida” sembrano più propensi a protestare contro le disposizioni finalizzate alla riduzione del contagio, che a impedire che le piazze diventino, di fatto, proprietà dei padroni dei bar.

Già prima della pandemia, il diritto ad usare liberamente strade, piazze, marciapiedi, slarghi urbani era subordinato a quello degli esercenti di attività economiche private, il cui giro d’affari, anche quando non diventa base imponibile, viene considerato sinonimo di beneficio per l’intera collettività, e la cui sfrenata occupazione di spazi pubblici viene elogiata con la stucchevole ripetizione di una serie di termini preceduti dal prefisso ri/re – riqualificazione, revitalizzazione, rigenerazione, rinascita urbana – che dovrebbe convincerci che ci troviamo di fronte ad eventi che hanno del miracoloso. In realtà, il miracolo consiste nel fatto che, non appena lo spazio pubblico diventa privato e/o non appena viene sgombrato da abitanti e attività considerate di poco pregio, la sua redditività risorge.

Non è, quindi, colpa del coronavirus se il governo nazionale e le amministrazioni locali stanno facendo a gara per cedere beni che non sono di loro proprietà, ma di cui sono fedifraghi tutori, con il risultato che la espropriazione del nostro territorio e delle sue ricchezze, che secondo la Costituzione appartengono a tutti i cittadini, produrrà vantaggi per pochi e perdite irreparabili per molti. Ormai, mettere a reddito (privato) e cercare the highest and best use, il più alto e miglior uso, per ogni bene, incluso ogni metro quadrato di suolo urbano non edificato, non è più solo un’aspettativa del mercato, ma una sorta di imperativo morale per le pubbliche amministrazioni.

Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, è tra i più solerti nello schierarsi a fianco degli interessi di specifiche categorie a scapito di quelli della totalità dei cittadini. Il 25 maggio, ospite della trasmissione “Domenica In”, ha dichiarato esultante “i turisti arrivano, ripartiamo! gondolieri, ristoratori, comune sono pronti”, ed ha annunciato di aver sospeso il pagamento dei plateatici, non solo per i mesi di forzata chiusura, come hanno fatto altre città, ma per tutto il 2020. Per coprire il costo di tale scelta, il comune ha accantonato un milione e ottocentomila euro, che dovranno, prima o poi, essere recuperati con tagli ad altre voci di bilancio, ma il sindaco si compiace per il “gesto di vicinanza e fiducia” nei confronti delle “categorie che più hanno sofferto”.

L’elargizione di favori ai padroni dei plateatici di Venezia non è un evento straordinario. Già l’anno scorso, i canoni di affitto erano stati ridotti per alcuni mesi, e il 5 novembre, in risposta ad un’interpellanza che chiedeva di sanzionare le sistematiche violazioni dei ristoratori, con conseguente disturbo alla pubblica quiete e alla libertà di movimento dei passanti, il comandante della polizia locale, Marco Agostini, aveva chiarito che “il controllo dei plateatici non è una priorità”. In quell’occasione, il presidente dell’associazione degli esercenti era insorto contro qualsiasi ipotesi di controllo, sostenendo che “quando un pubblico esercizio apre, diventa un presidio e porta sicurezza sul territorio” e si era scagliato contro coloro che “vogliono ridurre la città come il cimitero di san Michele, perché la città deve vivere e crescere”.

Per regalare lo spazio pubblico ad alcuni è necessario, però, toglierlo ad altri, soprattutto alle categorie improduttive o ai cittadini che si ostinano a pensare di poterlo usare senza consumare. Così, nel luglio 2019, il comune ha approvato un regolamento di polizia urbana che, tra le misure “per il decoro e la pubblica quiete”, contiene norme che consentono ai bambini di giocare solo in alcuni campi di Venezia, e comunque solo se di “età uguale o inferiore a 12 anni”, con esclusione di giochi a palla e ogni altro gioco individuale o di gruppo, che possano arrecare pericolo o molestia alla quiete pubblica.

Se Venezia è da molti anni il caso paradigmatico dei pesanti limiti che l’esercizio dei diritti e delle libertà civili subisce in un ambiente totalmente controllato dagli interessi privati, anche con l’imposizione di codici di comportamento la cui unica ratio è quella di non turbare gli affari, il virus è ora l’occasione perfetta che consente alla “filiera della ristorazione” di pretendere e ottenere ancora di più.

Sapendo di godere dell’appoggio del comune, pochi giorni fa, i padroni dei bar e la associazione piazza san Marco, di cui fanno parte anche i gioiellieri che hanno affisso sulle vetrine manifesti listati a lutto con la scritta “senza aiuti, moriamo”, hanno reclamato il diritto a installare ombrelloni di tre metri per tre per proteggere i loro avventori. La stessa richiesta era stata avanzata l’anno scorso, ma il progetto, firmato dall’architetto Marino Folin, già rettore dell’università IUAV, non era stato approvato dalla soprintendenza, malgrado adducesse come dotta giustificazione il fatto che tendoni davanti alle botteghe della piazza sono presenti nelle vedute di Canaletto.

Adesso, i promotori del progetto spiegano che si tratta di “un atto di responsabilità verso i nostri collaboratori e le loro famiglie”. “La forma e il colore la scelgano pure gli uffici”, dicono, ma si tratta di “salvaguardare i posti di lavoro”.

Alla campagna di pressione nei confronti della sopraintendenza hanno preso parte, oltre al comune, molti giornali che hanno sostenuto le ragioni dei caffè che “assieme ai musei sono il simbolo della riapertura della città”. “Non è semplice rompere il tabu della tutela assoluta a piazza san Marco per accogliere le richieste dei caffè storici”, si legge ad esempio nelle cronache della Repubblica del 29 maggio, “bisognerà superare cavilli burocratici e giuridici … è vero che c’è una legge che vieta le coperture … ma nulla toglie che per ragioni contingenti che tutelano il lavoro si possa fare uno strappo alla regola … serve lungimiranza da parte della sopraintendenza”.

E lungimiranza c’è stata, come conferma la notizia, arrivata il 30 maggio, che l’installazione degli ombrelloni è stata approvata. Pare che l’autorizzazione valga solo fino ad ottobre, ma le truppe di complemento si sono prontamente mobilitate affinché il permesso temporaneo diventi permanente, e Vittorio Sgarbi ha pontificato “in questa emergenza ogni cosa è lecita, gli ombrelloni non fanno alcun danno e non starei a questionare neanche in futuro.”

Più sobriamente, i padroni dei bar hanno accolto la notizia con applausi davanti alle finestre della soprintendenza e si dichiarano disponibili a praticare uno sconto del 30% ai residenti che si siederanno ai tavoli esterni. Finalmente una bella notizia per i veneziani, potranno andare in piazza san Marco: ingresso libero, consumazione obbligatoria!


Fotografia di Paola Somma