di Tomaso Montanari

«Spesso tra il Palazzo e la Piazza è una nebbia sì folta, o un muro sì grosso, che non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa il populo di quello che fa il governo, quanto delle cose che si fanno in India». La metafora è di Francesco Guicciardini (1530): qualcuno la direbbe ‘populista’, ma è una semplice constatazione dell’eterna opacità del potere. Mai come in questi mesi abbiamo sentito il bisogno della piazza: della sua trasparenza, della sua offerta di eguaglianza, della sua promessa di libertà, della sua capacità di fare di noi una comunità. Lo spazio pubblico, in Italia anche più che altrove, è intimamente legato all’esercizio della democrazia: e la nostra forzata reclusione nello spazio privato è riuscita a rammentarcelo.

Ma non tutti gli italiani sono riusciti a riconquistare la propria piazza: penso ai tanti cittadini delle aree interne devastate dal sisma del 2016-17. Penso a Visso, uno dei più belli e sventurati di questi antichi centri, densi di storia e di dignità. La sua piazza, con un lento e drammatico movimento, lega in uno straordinario equilibrio monumenti del Medioevo e del Rinascimento. In questo teatro per secoli si è svolta la vita religiosa, politica, economica e sociale di questa capitale dei Monti Sibillini: ma ora, dopo la fine del confinamento da pandemia, qua nessuna vita riprende. Tutto è attanagliato dal terribile silenzio che per anni segue il boato fulmineo dei terremoti.

A pochi metri, però, sono ripresi i lavori per un’altra ‘piazza’: una specie di centro commerciale che sorgerà su una platea di cemento fuori dal centro storico. È, in piccolo, lo stesso tragico errore commesso all’Aquila: dare per spacciata la storia, rassegnarsi a un provvisorio destinato a diventare eterno, fino ad essere la pietra tombale della città storica.

Contemporaneamente, l’amministrazione comunale ha messo le premesse perché quella città antica possa esser alterata, perfino cancellata. Lo ha fatto procedendo alla riperimetrazione del centro storico, di fatto rigettando il vincolo che dal maggio del 1963 lo proteggeva interamente. Quel vincolo non fu un’imposizione: a chiederlo era stato un sindaco di Visso, dopo aver condiviso con i suoi concittadini la convinzione che «il particolare interesse paesaggistico della località che per le sue naturali caratteristiche (colline ricoperte di verde, prati, filari di pioppi, rocce, giardini, corsi d’acqua che attraversano l’abitato) strettamente connesse ai valori monumentali medioevali dell’antico abitato, merita la massima attenzione ai fini della tutela». Un piccolo gruppo di cittadini di Visso la pensa ancora così: e lotta per l’integrità del corpo che culmina in questa piazza. Lottando così per tutti noi.


Articolo pubblicato in “il venerdì”, 22 maggio 2020

Fotografia di pizzodisevo 1937 da Wikimedia Commons