di Sara Perinetto

Il 18 maggio in Italia è stata la data di riapertura dei musei, proprio nella giornata internazionale a loro dedicata. O meglio, la data in cui avrebbero potuto riaprire, cosa che per molti non è successa. I motivi non sono tanto legati alla contingente emergenza sanitaria, quanto a un problema più longevo e strutturale: la mancanza di fondi.

Garantire tutte le misure di sicurezza previste per rendere possibile la riapertura al pubblico non è cosa facile da organizzare e applicare, tuttavia c’è alla base un problema finanziario, per altro comune a molte attività dedicate alla fruizione pubblica: munirsi di tutti i dispositivi di sicurezza (come disinfettanti, guanti, mascherine, segnaletica) e sanificare ciclicamente gli ambienti hanno costi che difficilmente possono essere sostenuti dopo più di due mesi di chiusura e riaprendo con un pubblico, e quindi un numero di biglietti venduti, decisamente ridotto. Il direttore del Museo dell’Alto Garda, Matteo Rapanà, intervistato da Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, parla di un aumento dei costi di gestione fino al 70%, e teme di dover ridurre gli orari di apertura per poter garantire la pulizia di tutti gli ambienti, cosa che, per altro, limiterebbe ulteriormente gli introiti.

Gran parte di questi, poi, derivano dai servizi aggiuntivi, come visite guidate, bookshop o caffetterie, attività che però sono, in molti casi, appaltate dallo stato a gestori esterni privati che spesso non solo non vogliono investire denaro per adeguare le strutture alle nuove norme, ma magari non hanno neanche intenzione di aprire, di fornire il personale da loro pagato (o da loro subappaltato) per rendere possibili aperture che a loro non garantirebbero entrate adeguate. Tutto ciò, per legge, è nelle loro possibilità, ma certo genera un problema su cui sarebbe bene riflettere, chiedendosi se questo sistema di appalti e subappalti sia davvero conveniente allo stato.

Per i piccoli musei, invece, la situazione è un po’ diversa, perché sono gestiti con una miriade di soluzioni differenti: totalmente statali o comunali, esternalizzati, centralizzati ma con servizi esternalizzati, musei tenuti aperti da una sola persona, direttori che lavorano con partita Iva, ecc… come d’altronde succede per le biblioteche. Il punto è che oltre due mesi di chiusura per realtà del genere possono essere un vero disastro, fino a non permetterne più la riapertura.

Lo sa bene la Direzione generale musei, che nella circolare numero 26 del 16 maggio scrive chiaramente che se un istituto non può riaprire “per la gravissima carenza organica attuale, ovvero per altre ragioni, va comunicato che esso è chiuso per riorganizzazione / ristrutturazione”. Può essere solo una formula di comodità, ma può anche essere un modo per ignorare un altro problema, sempre strettamente legato alla mancanza di fondi, che è la mancanza di personale.

Che la situazione sia critica è fuori di dubbio, come già era stato accertato nelle scorse settimane, visto che la Direzione stessa la definisce “gravissima”. Ma allora perché mascherarla da “riorganizzazione / ristrutturazione” e non trattarla per quello che è, ovvero un problema urgente da risolvere il prima possibile? Sì, perché se non ci sono soldi per pagare i lavoratori, i musei non riaprono, ma quei lavoratori diventano disoccupati.

Di certo non aiuta ricorrere ai volontari, come invece intende fare il Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa, uno dei più importanti della Sicilia e non solo, che il 17 maggio ha pubblicato due avvisi pubblici per la creazione di due “short list”. La prima è rivolta a soggetti “con provata professionalità”, per attività di valorizzazione, che si suppone saranno pagati. L’altra è destinata a “soggetti” (senza specifiche nel titolo) da selezionare “per attività di accoglienza e valorizzazione del Parco”. La selezione è molto dura, per curriculum, e chi entra nella “short list” potrà poi essere escluso per “gravi negligenze o ritardi nell’espletamento degli incarichi”.

Insomma, un avviso pubblico a tutti gli effetti, per selezionare soggetti idonei, preparati, motivati ma non pagati. La specifica non è messa in evidenza, ma si può ritrovare all’articolo 3 della pubblicazione: “Ai fini dell’espletamento dei servizi […] si ravvisa la necessità di condividere e dotare la struttura […] di un maggior numero di volontari, selezionato preliminarmente attraverso il presente avviso pubblico”.

Non c’è bisogno di spiegare perché neanche in un momento di tale crisi non si dovrebbe ricorrere al volontariato, che abbatte il costo del lavoro, abbassa la qualità dei servizi e favorisce il lavoro nero. C’è bisogno, però, che chi di competenza prenda la decisione di risolvere finalmente la questione, cambiando la legge che permette tutto questo (la legge Ronchey del 1993) e capendo che il precariato e il mancato riconoscimento della professionalità dei lavoratori della cultura danneggiano non solo le singole persone, ma tutto il settore e il paese intero.

Detto ciò, chi ha aperto davvero in questa settimana? Il 21 maggio il Mibact ha diffuso un comunicato stampa in cui ha dichiarato che sono “oltre 80 gli istituti della cultura italiani riaperti al pubblico”. Considerato che il numero rappresenta il 15% del totale, non sembra un dato incoraggiante. Chi ha riaperto, tra cui la Galleria Borghese di Roma, il Poldi Pezzoli di Milano, il Centro Camera di Torino, il Madre di Napoli, parla di pochi visitatori, pubblicando sui social fotografie di dipendenti con mascherine sanitarie e sale vuote.

Tra chi ha scelto di rimanere chiuso, ci sono i musei civici di Milano, come il museo del Novecento, la Gam, il Mudec, che stanno ancora testando le misure di sicurezza e dovrebbero riaprire a fine maggio. Le stesse tempistiche sono previste per il Colosseo e gli Uffizi, mentre altri riapriranno più avanti ancora, come il museo di Capodimonte il 2 giugno o la Reggia di Caserta il 17 giugno.

In molti casi, comunque, le riaperture comporteranno modifiche negli orari o nei giorni di visita, cambiamenti nei percorsi, restrizioni su ciò che potrà essere visitato e ciò che dovrà restare ancora inaccessibile, in base alle disponibilità organizzative.

Ma anche quando tutti i musei dovessero riaprire, come si comporteranno i visitatori? Abbiamo già detto che le prime giornate di apertura non hanno fatto registrare lunghe code all’ingresso, come invece è successo per tanti Ikea e McDonald’s di tutta Italia. Sarebbe quindi il caso di interrogarsi anche su cosa vuole il pubblico, cosa si aspetta, quali sono le sue esigenze.

Si potrebbero ripensare le modalità di fruizione dei luoghi culturali non solo in funzione delle norme igienico-sanitarie anticontagio, ma anche in funzione di chi poi vivrà quei luoghi. Per esempio, si sente spesso parlare, giustamente, dell’importanza di evitare gli spazi chiusi e preferire quelli aperti, in cui l’aria può circolare ed è più facile mantenere il distanziamento sociale senza effetti stranianti. E allora perché non ragionare sulla possibilità di ripensare, anche in questo senso, gli spazi della cultura?

Gli interrogativi sono numerosi e la fase 2 è solo all’inizio, dovremo osservare bene nelle prossime settimane come evolverà la situazione per imparare a gestirla al meglio. Nel frattempo, gli amanti dell’arte e della cultura possono approfittare di queste prime aperture per godersi in tranquillità musei che prima della pandemia erano sempre affollati, tenendo magari d’occhio la pagina di Finestre sull’arte che quotidianamente aggiorna il calendario delle riaperture dei vari istituti.


Articolo pubblicato in “Affari italiani”, 22 maggio 2020

Fotografia di Paolobon140 da Wikimedia Commons