di Maria Pia Guermandi

La fase 2 per quanto riguarda il nostro patrimonio ha conosciuto pochi giorni fa il sovrapporsi di due provvedimenti di forte impatto: le riaperture dei luoghi della cultura, da tempo preannunciato per il 18 maggio e il decreto rilancio con il quale il governo ha stanziato le risorse per lenire i problemi determinati dal blocco delle attività per oltre due mesi.

Quanto alle riaperture, nonostante la data fosse preannunciata da settimane in pratica come il ritorno illico et immediate alla normalità, la realtà è stata invece molto diversa: su oltre 400 istituti della cultura fra musei, monumenti, biblioteche, fra il 18 e 19 hanno riaperto solo 14 (quattordici) istituzioni. Non il Colosseo, non gli Uffizi e neppure Pompei: persino le grandi corazzate, quelle economicamente più solide, dunque, sono state costrette a rimandare le aperture, a riprova delle difficoltà complessive che l’insieme dei nostri musei e biblioteche stanno vivendo, non solo da qualche mese.

Difficoltà ad ogni livello, a partire dai fondi per dotarsi dei dispositivi di sicurezza per gli utenti, all’organizzazione in materia di orari e flussi e soprattutto in tema di personale: è indubbio che la gestione della fase post-covid implichi – per default – la necessità di un maggior numero di persone in grado di mettere in atto nuove procedure e di comunicarle correttamente.

Al contrario, come recita la recente Circolare n. 26 della Direzione Musei Mibact, le istituzioni del Ministero sono azzoppate, già da molto tempo, da una “gravissima carenza organica attuale”.

Ci sarebbe stato da augurarsi, quindi, che il Decreto rilancio battesse un colpo almeno in questa direzione. Al contrario, nella decina di paginette (su 321 complessive) dedicate ai provvedimenti per il patrimonio culturale e turismo, le risorse (meno di 5 miliardi complessivi) sono in larga maggioranza destinate a risollevare il settore turistico. Per il resto i musei continuano a far la parte del leone rispetto a biblioteche, archivi, soprintendenze.

In compenso si sono trovate le risorse per il famoso Fondo per la Cultura, lanciato da Pier Luigi Battista sul Corriere e subito entusiasticamente sposato da Federculture e altre imprese e musei autonomi: 100 milioni in 2 anni con l’unico obiettivo di produrre non meglio precisati investimenti sul patrimonio materiale e immateriale e aperto alla partecipazione di soggetti privati con modalità tutte da definire.

Ebbene, nonostante la vaghezza del dettato legislativo, i principali beneficiari, Federculture in testa, hanno immediatamente protestato su quel termine “investimenti”, parso loro troppo costrittivo. Insomma, i soldi dello Stato – cioè nostri – dovranno servire semplicemente per riempire i buchi del blocco delle attività, senza contropartite: soldi pronta cassa per le spese correnti, come esplicitamente richiesto. A ripristinare, perpetuare lo status quo antea.

Dunque, come ormai comincia ad essere sempre più chiaro, la lezione che ci ha insegnato questa vicenda, non è stata minimamente recepita. Lezione che evidenzia drammaticamente la fragilità dell’intero sistema culturale, a tutti i livelli, a partire dal sistema delle concessioni e in generale di tutta l’imprenditoria culturale, ormai appiattita a gestire ogni difficoltà con le sole due armi della questua nei confronti dello Stato e del taglio del personale, in larga maggioranza precario.

Ora, il meno che si possa chiedere è che i fondi elargiti dallo Stato siano appunto impiegati in investimenti il cui primo obiettivo sia proprio quello di ribaltare – radicalmente – le criticità di un sistema che ha sinora arricchito poche realtà private, sempre quelle, che si sono spartite la torta in questi ultimi trent’anni, a partire dall’oligopolio dei concessionari delle istituzioni blockbusters (Colosseo, Pompei, Uffizi) in proroga da decenni.

E il primo degli investimenti non potrà che essere l’assunzione in pianta stabile delle centinaia di precari senza i quali la maggior parte delle attività semplicemente non avrebbe potuto essere svolta.

Ci auguriamo che in sede di decreti attuativi i rappresentanti dello Stato, invece che allinearsi prontamente, così come è successo sinora, alle richieste dei privati, siano in grado di indicare obiettivi e linee guida adeguate alle necessità e alle reali urgenze del momento.

Il tempo per introdurre sostanziali elementi correttivi ad un sistema, quello della gestione dei nostri beni culturali, debole, arretrato e assai poco adeguato ai bisogni della collettività, è adesso.


Fotografia di Jastrow da Wikimedia Commons