L’emergenza da COVID-19 ha evidenziato in modo drammatico ciò che tutti coloro che hanno avuto responsabilità politica o di gestione in materia di biblioteche e sistemi culturali avevano sotto gli occhi da sempre: le biblioteche sono un servizio pubblico essenziale perché tutti – senza distinzione di età, condizione sociale, appartenenza a famiglie o a parrocchie – possano beneficiare del diritto di accesso alla conoscenza.

La presenza o l’assenza di una biblioteca ha sempre fatto e in ambiente digitale farà sempre di più la differenza: nei territori, nelle scuole, nelle università, per i lavoratori, chi potrà beneficiare di un buon servizio bibliotecario, ben dotato di collezioni e risorse professionali, avrà molte più chance di integrazione sociale e opportunità di guadagno e carriera rispetto a quanti dovranno farne a meno.

Secondo l’Anagrafe ICCU, le biblioteche italiane sono più di 11.000, con oltre 18.000 sedi. Ma quante di queste biblioteche erano aperte prima dell’emergenza, e quante erano in grado di assicurare quei livelli uniformi di qualità (o si potrebbe dire di decenza) che svariate commissioni designate da Stato eRegioni avevano indicato come livelli minimi almeno fin dal 2014? Non lo saprà nessuno finché non sarà emanato l’apposito decreto ministeriale che dovrebbe dare avvio all’attuazione dell’art. 114 del Codice dei beni culturali[1] e consentirebbe di fissare obiettivi e indicatori sulla cui base valutare la situazione reale (lo stesso tipo di decreto ministeriale che per i musei è stato già emanato nel febbraio 2018).

Tuttavia – tenuto conto dei dati che l’AIB sta raccogliendo sul lavoro nelle biblioteche e tenuto conto dei bassi indici medi di lettura e di literacy delle persone residenti in Italia – è assai verosimile che al massimo un terzo delle biblioteche censite in Anagrafe rispondesse ai requisiti minimi di funzionamento prima dell’emergenza e che una percentuale ancora inferiore sarà in grado di riaprire dovendo attrezzarsi di conseguenza.

In questo scenario drammatico, forse ci siamo distratti, ma non abbiamo ancora sentito il Ministro Franceschini pronunciare la parola “Biblioteche”, oppure la parola “Grazie”, grazie a tutti i bibliotecari italiani – quei pochi superstiti in un settore del pubblico impiego caratterizzato dalla più alta età media del personale strutturato e dal più alto tasso di esternalizzazioni, tradottesi spesso in licenziamenti, cassa integrazione, mancati rinnovi di appalti – che sono riusciti a superare tantissime difficoltà e a riconfigurare in fretta e furia i loro servizi lavorando infaticabilmente nell’interesse dei loro pubblici di riferimento.

Apprendiamo tuttavia dalla stampa che il Ministro si è impegnato a reperire fondi “per il libro e per i musei” (secondo AIE 210 milioni di euro, secondo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio in conferenza stampa 50 milioni): se e in quale misura questo si tradurrà anche in finanziamenti al sistema bibliotecario italiano e in un investimento politico e progettuale su questo sistema non è dato sapere.

Anche in vista dell’attuazione della legge sul libro e la lettura, noi siamo come sempre disponibili a fornire informazioni e suggerimenti al Ministro, se vorrà farci l’onore di ascoltarci almeno una volta durante tutto il suo mandato, come ha ascoltato i rappresentanti dei musei, delle librerie, delle case editrici, dello spettacolo.

Nel frattempo, un GRAZIE dal profondo del cuore vogliamo dirlo noi, da colleghi a colleghi, a tutti i bibliotecari italiani che hanno dimostrato di sapere aiutare in ogni modo possibile i loro utenti.

In questi mesi abbiamo spesso, più del solito, supplito con la passione alle carenze dei nostri istituti, abbiamo dimostrato il valore del nostro lavoro per la società, abbiamo onorato gli alti valori di democrazia, di libertà e di uguaglianza che costituiscono il fondamento etico della nostra professione.

Ma dedizione professionale non significa spirito missionario e non è inesauribile. Ne abbiamo abbastanza di essere la professione forse meno riconosciuta e più bistrattata d’Italia.

Il Presidente AIB
Rosa Maiello

Roma, 14 maggio 2020
Prot. n. 92/2020

[1] Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, *Codice dei beni culturali e del paesaggio*, art. 114: «1. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali, anche con il concorso delle università, fissano i livelli minimi uniformi di qualità delle attività di valorizzazione su beni di pertinenza pubblica e ne curano l’aggiornamento periodico. 2. I livelli di cui al comma 1 sono adottati con decreto del Ministro previa intesa in sede di Conferenza unificata. 3. I soggetti che, ai sensi dell’articolo 115, hanno la gestione delle attività di valorizzazione sono tenuti ad assicurare il rispetto dei livelli adottati»

Comunicato pubblicato sul sito dell’Associazione Italiana Biblioteche, 14 maggio 2020

Fotografia di Agnese Cargini da Wikimedia Commons