Quando morì, con ogni probabilità di stress e di malaria, spacciato da uno stupido salasso, non certo dagli “eccessi amorosi”, si sparsero alcune voci malevole. Poiché il suo mecenate

Agostino Chigi (quello della Nuova Farnesina) e lo stesso cardinale Dovizi da Bibbiena, zio della compagna del Divino Urbinate, furono spenti in quel torno di tempo dal veleno, se ne accennò anche per Raffaello. Ma chi poteva odiare a tal punto un artista che era stato con tutti di una correttezza esemplare? Sebastiano del Piombo che lo chiamava “il signore della Sinagoga” e che si faceva aiutare dall’invido Michelangelo per i disegni di tele oggi a Viterbo in concorrenza con la avveniristica Trasfigurazione raffaellesca? Non a tal punto.

Si vociferò pure di Raffaello affiliato ad una sorta di Massoneria del tempo. Voci. In realtà il dolore di Roma e non solo di Roma fu immenso. Da tutte le corti giunsero testimonianze di commosso dolore. Il funerale risultò dei più imponenti, con cento artisti che recavano altrettante torce, da Trastevere al Pantheon. Questa mia è un’agile (spero) quanto densa biografia, fatta di utili notizie. Un libro “nuovo”? Lo spero.

L’estate scorsa, la notte del 10 agosto, nel Cortile d’onore del Palazzo Ducale di Urbino venni invitato generosamente da Massimo Puliani a rappresentare un testo a due voci (Lorenzo Lavia attore, io affabulatore) accompagnato da ottimi musicisti della zona, il coro polifonico, un quartetto di ottoni, un’arpista dalla voce melodiosa. Una serata felice in tutti i sensi che volli dedicare a mio fratello Andrea il quale di Raffaello (come di Barocci) è stato grande studioso, anche per la parte riguardante la Lettera programmatica a papa Leone X scritta a quattro mani col finissimo letterato e politico Baldassar Castiglione. Questi, alla corte urbinate, aveva dialogato con la intelligentissima duchessa-vergine, Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo, figlio purtroppo impotente di Federico, pubblicandovi poi il Cortegiano.

Andrea è stato lo storico dell’arte e il soprintendente che più ha concorso, con Marisa Dalai, a valorizzare questo eccezionale documento – ripubblicato in due versioni dall’allora giovane Francesco P. Di Teodoro – dal quale ha origine la filosofia della tutela ispiratrice delle migliori legislazioni granducali e pontificie prima, italiane poi. Oggi purtroppo sconvolte dalla separazione fra tutela e valorizzazione, fra musei e territorio. Una follia.

Ho pensato allora di svolgere in forma narrativa il testo “teatrale” in questa sorta di instant-book (Raffaello “tradito”. La rivoluzione mancata del primo Soprintendente della storia, Bordeaux editore Roma), irrobustendolo con nuove ricerche e descrivendo anzitutto molto più dettagliatamente l’ambiente urbinate dove il ragazzo Raffaello rimasto orfano anche di padre, suo maestro di pittura e poesia, a soli 11 anni si fa largamente da solo respirando il meglio della cultura pittorica, architettonica, decorativa, musicale, scientifica, editoriale, ecc. formatasi in quella straordinaria corte rinascimentale. Tanto che a 19 anni supera già nettamente il maestro, il Perugino, nello Sposalizio della Vergine di Città di Castello.

Dopo i fruttuosi anni fiorentini, egli esplode letteralmente nelle Stanze Vaticane dove sperimenta una vera e propria mega-impresa d’arte nella quale operano non garzoni bensì specialisti del ramo, Perin del Vaga, Palidoro da Caravaggio, Giovanni da Udine, Antonio da Sangallo il giovane, gli orafi più raffinati, fino al collaboratore più stretto, il giovane pittore e architetto Giulio Romano. Dagli schizzi del Maestro tutto comincia e coi suoi tocchi finali tutto si conclude. Modernissimo questo Raffaello. Rispetto a Michelangelo che al contrario spesso opera in totale solitudine. Il Divino Urbinate – come storici e critici contemporanei testimoniano – anticipa Manierismo e Barocco. Lo stesso Caravaggio, in fondo, nella Liberazione di San Pietro dal Carcere. Il grande critico Bellori lo definisce “il più moderno degli antichi e il più antico dei moderni”. Papa Pio VII, nell’intitolargli, di fatto, la prima legge organica di tutela lo richiama come “il gran Raffaello” dal quale tutto ha inizio.  Come non essere d’accordo con lui quando accorato ci esorta: “Il confronto con gli antichi deve essere da noi mantenuto vivo e continuo, al fine di poterli eguagliare e magari superare, con nuovi grandi edifici, di nutrire e favorire le virtù, di risvegliare gli ingegni, di dar premio a virtuose fatiche, qui ed oggi. Ma senza distruggere più nulla della bellezza che dai nostri avi abbiamo ereditato. Anzi tutelandola e restaurandola con ogni diligente attenzione. Questo è il nostro grande, immane compito e intento che perseguiremo con ogni severità ed energia.” Purtroppo morì un anno dopo, e noi lo stiamo “tradendo” sfregiando, manomettendo, imbruttendo il Bel Paese anziché conservarlo con ogni cura.

 

Una versione ridotta di questo articolo è uscita sul Resto del Carlino