Ci risiamo. Nonostante i proclami delle ultime settimane – vedi, tra gli altri, l’appello di vari assessori per salvare il settore della cultura, con l’assessore alla cultura del Comune di Firenze tra i promotori e primi firmatari -, l’emergenza coronavirus ripropone e accentua i già noti problemi legati alle esternalizzazioni.

A due mesi dalla scadenza dell’appalto – sul quale non abbiamo ricevuto alcuna informazione ufficiale su un’eventuale proroga o sul contenuto del nuovo bando -, infatti, la maggior parte dei quasi cento lavoratori del mega-appalto delle biblioteche comunali fiorentine si ritrova in FIS (Fondo Integrazione Salariale, ammortizzatore sociale che spetta ai dipendenti che non rientrano nel campo di applicazione della CIG); i pochi “fortunati” lavorano invece a orario ridotto in modalità smart working gestendo peraltro un servizio fondamentale in questo periodo come l’assistenza e le iscrizioni a MLOL, mentre altri non hanno accesso ad alcun sussidio poiché hanno un contratto a chiamata. Ancor più avvilente il fatto che, dopo diverse richieste di incontri e di chiarimenti rimaste senza risposta, gli stessi lavoratori si siano accorti visitando gli aggiornamenti fatti sul sito internet ufficiale del Comune di Firenze che, in realtà, le attività delle biblioteche vanno avanti, ma a cura delle associazioni di volontari che – a titolo gratuito o con rimborso spese – “si travestono” da bibliotecari.

Tutto ciò accade sebbene l’Amministrazione si fregi di voler trasformare Firenze in “capitale mondiale della cultura”, di portare a giugno per la prima volta in Italia gli Stati Generali delle biblioteche (convention sulle biblioteche italiane di pubblica lettura), o ancora, di voler fare del capoluogo toscano “il laboratorio della ripartenza culturale” a livello nazionale.

Com’è possibile attuare tutto questo se biblioteche, archivi e altri luoghi della cultura, sono gestiti come fardelli e non come risorse? Com’è possibile, se non si garantiscono le condizioni e il diritto stesso al lavoro dei professionisti che vi operano? È assolutamente antitetico al concetto di cultura che si utilizzi il volontariato per sostituire il lavoro professionale e qualificato, che non si tenga conto dei diritti al lavoro e alla giusta retribuzione di chi è impegnato quotidianamente nelle biblioteche comunali come lavoratore in appalto.

Il servizio bibliotecario fiorentino, in appalto da luglio 2007, viene tuttora portato avanti da personale qualificato e formato per lo svolgimento di tutte le attività svolte nelle biblioteche e non può essere “barattato” con quello di associazioni volontarie o, peggio ancora, mandato a casa da un giorno all’altro. L’intero organico, già ridotto all’osso e fiaccato dai turni e dai vari tagli al costo orario nel corso degli anni, viene ancora una volta colpito duramente dal committente, che mette a dura prova la qualità e la tenuta del servizio.

Le lavoratrici e i lavoratori sono pronti, come già hanno dimostrato negli anni, a mettere in campo tutte le loro competenze per offrire alla città il servizio culturale che merita, hanno anche stilato e inviato al Comune una serie di nuove proposte – che per il momento non hanno ricevuto nessun tipo di risposta – per adattare e valorizzare il lavoro delle biblioteche in conformità con le nuove disposizioni. Ma per far questo chiedono chiarezza e garanzie all’Amministrazione, rispetto dei diritti e delle persone, che vengano tutelate al pari dei dipendenti pubblici.

Le lavoratrici e i lavoratori in appalto
delle biblioteche comunali fiorentine e dell’archivio storico


Articolo pubblicato in “La Città invisibile”, 30 marzo 2020

Fotografia da Wikimedia Commons