di Francesco Giambrone

Nel mondo fermato da una pandemia è cambiato il significato delle parole. E questo accentua la sensazione di smarrimento in cui viviamo. In poco più di un mese un virus ha confinato i nostri teatri nella fascia di pericolosità alta, se non addirittura altissima. Eravamo spazi di aggregazione della comunità, siamo diventati luoghi di assembramento, e dunque di pericolo. Eravamo tutti felici quando registravamo il sold out al botteghino e oggi ci confrontiamo con la giusta esigenza di tenere i nostri teatri mezzi vuoti. Eravamo luoghi di circolazione di idee e di contaminazione di linguaggi e oggi rischiamo di essere visti solo come luoghi di circolazione di un virus e, dunque, di potenziale contagio. Passerà questo tempo e anche le parole torneranno al loro posto. E i nostri teatri riapriranno. E torneremo tutti ad abitarli come facciamo da sempre. Confortati e rassicurati dalla loro presenza, rafforzati nelle strutture democratiche delle nostre società proprio grazie al ruolo di spazio pubblico di democrazia che i teatri hanno sempre garantito nel tempo.

Voglio approfittare di questa strana e forzata pausa di riflessione per qualche appunto di viaggio in questo tempo di pandemia. Da (ri)leggere soprattutto dopo, quando sarà finita.

Primo. Forse finalmente prenderemo coscienza del fatto che quel paradigma esclusivamente economicistico in virtù del quale tutto doveva essere valutato e misurato sulla base di cifre, numeri e algoritmi, andrà seriamente messo in discussione se non addirittura completamente ripensato e rovesciato. Un paradigma che ci stava pericolosamente portando verso la selezione di teatri più forti e più ricchi, cancellando le realtà economicamente più fragili ma fondamentali in una prospettiva di ricchezza, diversità e presidio culturale del territorio.

È tempo di dirlo una volta per tutte: nel nostro Paese servono più teatri, più musei, più biblioteche. Grandi e piccoli. Non meno. E questo discende da una profonda riflessione sul ruolo dei teatri e degli istituti culturali. Spazi pubblici di democrazia. Strumenti straordinari di crescita del territorio e della comunità e di contrasto all’esclusione sociale, al disagio, alla povertà educativa. Questi sono i mandati statutari da cui dovremo ripartire, prioritari rispetto a quanto avremo incassato dal botteghino, alle percentuali di riempimento della sala (che domani dovranno pure fare i conti col distanziamento interpersonale) e ai break-even dei budget. Tutte cose importanti, certo. Ma dovremo dimostrare di essere all’altezza di un altro compito, ben più importante e strategico: aiutare il nostro Paese a ripartire dopo la pandemia. Con idee, contenuti, valori ed emozioni.

Secondo. Dobbiamo ripartire dalle nostre comunità, da una funzione di servizio di prossimità che metta al centro i bisogni delle cittadine e dei cittadini che ci sono più vicini. Sarà quasi obbligato per un certo tempo, dato che non potremo contare sul turismo internazionale che riempiva i nostri teatri e tutti gli altri luoghi della cultura del nostro Paese. Questo non va considerato come un problema. Dobbiamo riprendere in mano un dialogo interrotto, una relazione importante da una diversa prospettiva sociale, una nuova e nello stesso tempo antichissima narrazione della nostra identità istituzionale. E tenere coeso (o continuare a farlo, per chi come noi già era impegnato in questa direzione prima) un tessuto di persone, di mondi, di visioni.

Terzo. Bisogna ripartire. Presto. In sicurezza, ma presto. Per tante ragioni. Perché i teatri servono alla comunità, certo. E oggi più che mai nel silenzio della loro assenza ne sentiamo urgente il bisogno. Ma anche perché i teatri sono abitati tutti i giorni da comunità di artisti e tecnici che non possono stare per troppo tempo lontani tra di loro. E neppure dal loro pubblico. Devono trovarsi, provare, fare musica insieme, rifinire un suono, trovare un amalgama.

Ci vogliono anni per costruire il suono di un’orchestra. Basta poco per perderlo. E lo stesso vale per i corpi di ballo, per i cori, per tutta quella meravigliosa comunità di persone che ogni giorno si ritrova per alzare un sipario. E che oggi sente lo smarrimento della separazione e la preoccupazione per l’incertezza del futuro. Dobbiamo ritrovarci tutti. Nei teatri. Che sono come delle case e che dunque devono tornare ad essere percepiti come luoghi sicuri, di bellezza, di emozioni, di arricchimento e di crescita condivisa.

Quarto. La contrapposizione tra analogico e digitale è profondamente sbagliata. Il dibattito tra chi sceglie di schierarsi in difesa del teatro come l’abbiamo sempre fatto e chi immagina un futuro di eventi in assenza di pubblico trasmessi solo in streaming, è una polemica inutile che non porta da nessuna parte. Il teatro è quella cosa che conosciamo da secoli e che continua a piacere a tutti noi, ed è fatta di contatto, di fisicità, di persone in carne e ossa che si incontrano in un luogo e condividono un’emozione, ascoltano una parola, cercano una risposta.

Così lo sappiamo fare, così l’abbiamo sempre fatto e così continueremo a farlo. Ma il teatro, la musica, la danza, così come tutte le altre arti, sono sempre state in sintonia con i cambiamenti del tempo. I linguaggi della scena si sono trasformati con l’evolversi delle tecnologie. E il digitale oggi non può che essere considerato un nostro grande alleato. Non prenderà il posto del teatro dal vivo, non potrà mai sostituirsi ad esso. Sarà solo un nuovo, strategico, alleato che, se ben usato, aiuterà ad accrescere il desiderio di teatro dal vivo. Quella dell’innovazione tecnologica è una sfida che oggi deve coinvolgerci tutti, piccoli e grandi, di tradizione e di ricerca. Chi si era attrezzato prima, come noi, aveva già usato le potenzialità del digitale per diventare più accessibile, per essere un teatro per tutti e non per pochi. E oggi, nel tempo dell’isolamento e della chiusura, stiamo valorizzando al meglio questa risorsa per tenere vivo il rapporto con il pubblico che, come noi, è costretto a restare a casa. Chi non si era attrezzato sta scoprendo adesso quanto è importante investire nel digitale, a supporto di quel meraviglioso patrimonio che è la pratica artigianale dello spettacolo dal vivo.

Cogliamo l’occasione e facciamo un investimento per dotare i nostri teatri di una infrastruttura digitale (e anche tecnologica) moderna, adeguata al nostro tempo. Come potremmo mai averne paura?

Quinto. Non dobbiamo sprecare questa occasione. Dobbiamo lavorare a stretto contatto con tutti i nostri artisti e con il nostro pubblico per immaginare un mondo nuovo, anche diverso, per correggere quello che non siamo riusciti a correggere finora, partendo proprio da questo momento di isolamento e di smarrimento, drammatico e straniante, per ripensare al nostro potenziale, per avviare un processo necessario di ripensamento e trasformazione. Mai come in questo momento le istituzioni culturali hanno la responsabilità di indicare la rotta verso un cambiamento di prospettiva e di azioni sociali per le comunità di riferimento. È una responsabilità che dobbiamo assumerci di fronte alle future generazioni. Per “rinnovare i popoli” e “preparar l’avvenire”.

Sono queste alcune delle belle sfide che abbiamo davanti. Perché non è vero che tutto tornerà come prima. E forse non sarà neppure un male.

L’autore è Sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo


Articolo pubblicato in “la Repubblica – Palermo”, 28 aprile 2020

Fotografia da Wikimedia Commons