di Tomaso Montanari

Durante la celebrazione di un matrimonio fiorentino del 1976, il sacerdote (che era David Maria Turoldo) disse agli sposi (che erano il figlio del presidente del Tribunale dei Minori Giampaolo Meucci, amicissimo di don Milani, e la figlia di Raffaello Torricelli, allievo di Calamandrei e membro delle giunte di Giorgio La Pira): «fate una casa, non un appartamento». Cioè: non appartatevi, non pensate di salvarvi da soli. Costruite una casa: aperta, accogliente, condivisa. Ecco, se Firenze oggi vuole davvero voltare pagina e ricominciare, deve tornare a pensare se stessa come una casa comune, non come un appartamento da noleggiare. Non sarebbe una svolta da poco: si tratta di invertire un’involuzione che dura da oltre un secolo, e che negli ultimi tre decenni ha accelerato fino a diventare, negli anni del renzismo, una precipitosa corsa verso l’abisso.

Fino a due mesi fa, una simile prospettiva apparteneva solo a una piccola minoranza di associazioni, comitati, cittadini, consapevoli, intellettuali. I poteri (investitori stranieri, bottegai, albergatori, massoneria, Curia…) che hanno interesse a conservare lo status quo professavano il più spinto negazionismo: ogni documentata denuncia dello spopolamento della città storica veniva respinta come il vezzo di radical chic fuori dal mondo. Ora, invece, lo svuotamento immediato dei oltre 10.000 appartamenti votati agli affitti brevi, i quasi 50 milioni spariti dalle casse comunali a causa del crollo della tassa di soggiorno (ed è solo l’inizio) e la prospettiva di un lunghissimo blocco del turismo torrenziale pre-Covid hanno aperto improvvisamente gli occhi ai padroni di Firenze.

Preso dalla infelicissima metafora del ‘siamo in guerra’, Nardella (che ancora non ha peraltro aggiunto un euro comunale agli aiuti del Governo) si è detto pronto ad imbracciare un «bazooka urbanistico»: poiché «non possiamo scommettere più sul solo turismo – ha detto –: voglio un pool di esperti anche internazionali che ci aiuti a ripensare un nuovo Rinascimento della città su altre basi». È la stessa ‘sindrome Colao’ che ha colpito il presidente del Consiglio: la commissione di esperti come salvezza di una politica che non sa più cosa pensare della polis.

Invece, Nardella potrebbe ascoltare tutti coloro che da anni dicono la verità: cominciando da un prete di quella periferia che è tutto il contrario della cartolina della Firenze del lusso: Alessandro Santoro, guida e servitore della Comunità delle Piagge. Per ridare a Firenze un’anima ci vuole qualcuno che tenga insieme una visione diversa della città (e la Comunità delle Piagge ha, per esempio, appena ripubblicato Gli zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi: manifesto di un’altra Firenze) e la pratica quotidiana di quell’anima. E in queste settimane in cui i poveri sono ancora più poveri, don Santoro è il coordinatore, l’ispiratore, il simbolo dell’impegno per chi non ce la fa: le famiglie che non hanno nulla, le donne del carcere di Sollicciano, i rom senza acqua né luce.

Per dimostrare che questa volontà di conversione non è solo lo strumentale frutto della necessità, e dunque che non evaporerà come lacrime di coccodrillo quando milioni di turisti torneranno ad essere vomitati da pullman e aerei, bisogna tenere insieme questione urbanistica e questione sociale.

Cominciando subito, perché la Firenze del futuro prende forma nelle scelte fatte per fronteggiare l’emergenza: saremo dopo quel che scegliamo di essere ora.

E siccome tutti i problemi di Firenze ruotano intorno alla casa e all’abitare, il Comune dovrebbe usare le norme del Cura Italia che consentono di requisire immobili per far restare a casa chi casa non ha, e per ospitare i contagiati. Tutto lascia purtroppo immaginare altre ondate di epidemia: bisogna attrezzarsi subito, per esempio requisendo gli Student Hotel e una parte degli appartamenti di Airbnb, cominciando da quelli che appartengono a multinazionali travestite da singoli cittadini. Una misura estrema? Per dare un tetto agli sfrattati lo fece nel 1953 Giorgio La Pira: non esattamente un comunista.

E poi ancora lo spazio, quello pubblico stavolta. Rinunciare all’ampliamento dell’aeroporto, pura chimera dell’overtourism: salvando ambiente e qualità della vita dei residenti. Smettere di alienare immobili pubblici (e nemmeno impegnarli per far cassa, come Nardella annuncia ora, contraddittoriamente): e convincere i grandi ricchi privati (come i Lowenstein che hanno preso il complesso di San Giorgio alla Costa, quello da raggiungere con la teleferica che passerebbe da Boboli…) a destinare a residenza popolare, e non al turismo, gli spazi già pubblici di straordinario pregio che hanno comprato. Invece del bazooka, basterebbe fare una radicale revisione del regolamento urbanistico (il cui aggiornamento è stato invece appena rinviato sine die) che fissi regole, e orienti i servizi a favore delle fasce più deboli dei residenti, e un’altrettanto radicale inversione della narrazione di Firenze: non più città del lusso, ma della solidarietà. E poi un segno: subito la moschea in centro, per una nuova stagione di felice meticciato culturale.

C’è, insomma, un modo immediato e concreto per dimostrare che si è capito davvero, che si vuol cambiare davvero: smettere di pensare Firenze come un appartamento, e cominciare a costruirla come una casa. Subito: ora.


Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 27 aprile 2020

Fotografia di Louis Charron su Unsplash