di Sara Perinetto

Sono passati due mesi esatti da quando i luoghi pubblici della cultura sono stati chiusi in accordo alle disposizioni anticoronavirus, e ancora non è stato emanato un decreto specifico per i beni culturali, né il ministro Franceschini ha reso pubblico un piano credibile per sostenere e rilanciare il settore.

Ci eravamo già occupati della situazione dei lavoratori della cultura mentre l’associazione di settore Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali conduceva un sondaggio pubblico per cercare di tradurre in numeri le problematiche che si avvertivano nell’ambiente con sempre più insistenza. Ora quei numeri sono stati resi noti e dipingono un quadro piuttosto tetro.

Il questionario ha raccolto, tra il 13 marzo e il 3 aprile, le testimonianze di 1889 persone impiegate a vari livelli nei settori del patrimonio culturale, del turismo culturale e dello spettacolo e della produzione creativa. Il 75% dei partecipanti è under 45, segno che i giovani non sono solo quelli che stanno pagando maggiormente questa crisi, come avviene in quasi tutti i settori, ma sono anche intenzionati a darsi da fare per uscirne, a far sentire la propria voce e proporre soluzioni.

Soluzioni che non riguardano solo l’emergenza in atto, ma una vera e propria ripianificazione dell’intero sistema lavorativo. Pochi sono, infatti, quelli che possono vantare un contratto dipendente a tempo indeterminato, solo il 12% dei partecipanti. Quasi un terzo lavora in partita Iva ma il 63% di questi dichiara di farlo non per libera scelta ma perché costretto.

Sarebbe interessante sapere quanti di loro svolgono davvero la libera professione e quante partite Iva, invece, nascondono lavori subordinati che, se in tempi “buoni” equiparano a un dipendente con orari, turni e obblighi, in tempi di crisi non prevedono le stesse tutele. Ma almeno queste partite Iva hanno potuto chiedere quei 600 euro di indennità previsti dal decreto Cura Italia. Sta invece andando peggio al restante 37% di partecipanti che lavoravano con prestazioni occasionali, contratti a chiamata oppure senza contratto, che adesso si trovano privi di impiego e di tutele.

Non è un caso che il 56% degli intervistati dichiari di aver subito, dal 23 febbraio, “l’interruzione dell’attività lavorativa con conseguente azzeramento o crollo delle entrate”, che per quasi la metà di loro significa una perdita fino al 100% del proprio reddito. E, infatti, il 51% dei partecipanti dichiara di poter sopravvivere in queste condizioni, con le proprie forze, solo per altri due mesi al massimo (di cui uno, visto che ci stiamo avvicinando alla fine di aprile, è già quasi passato).

Insomma, è evidente che il problema principale non sia la chiusura forzata imposta dall’emergenza coronavirus, né la crisi economica conseguente, ma un modello di gestione del lavoro nei beni culturali che si è protratto troppo a lungo, per oltre trent’anni, e che arriva adesso alle sue conseguenze più estreme.

Lo sfruttamento sempre più al ribasso di professionisti, che hanno investito tempo e denaro nella propria formazione senza mai rientrare veramente da quell’investimento, ha creato una generazione di lavoratori essenziali (considerando che il comparto culturale-turistico vale il 13% del pil) ma talmente precari da non avere risparmi sufficienti a garantirgli una seppur minima tutela contro i rovesciamenti economici.

Da più parti è stato riconosciuto il contributo essenziale che genitori, e soprattutto nonni con le loro pensioni, stanno dando al mantenimento di questi giovani, ma quando gli under 45 diventeranno over 45 come potranno fare altrettanto, se non hanno goduto delle stesse tutele e sicurezze contrattuali? A tirare troppo la corda, prima o poi questa si spezza, e la crisi in atto è un primo strappo che il governo (ma non solo questo, anche i prossimi) e il ministero dei beni culturali devono ricucire al più presto.

Per farlo, però, servono proposte, immediate e concrete, che sono arrivate da più parti (e alcune anche molto interessanti, come quella avanzata pochi giorni fa da Tomaso Montanari in dieci punti), tranne che da colui che poi le potrebbe far applicare: il ministro Franceschini.

Finora sembra essere stato molto impegnato in rassicurazioni generiche, manifestazioni di (ingiustificato?) ottimismo e dichiarazioni che hanno fatto molto discutere, come quella rilasciata a La Stampa pochi giorni fa: “Le città d’arte con turismo di massa, alla fine dell’emergenza, torneranno come prima perché l’Italia è irrinunciabile per tutti i viaggiatori del mondo”.

Non è quello che i lavoratori del settore culturale volevano sentire. Anzi, l’opinione più diffusa sembra essere proprio quella opposta: tornare come prima è ciò che non si deve fare, se si vogliono salvare posti di lavoro, luoghi culturali, patrimonio pubblico e quelle città che proprio dal turismo di massa stavano venendo erose e snaturate.

È necessario ripensare totalmente la gestione del patrimonio culturale, dei flussi turistici e del lavoro culturale, riprendendo nelle mani dello stato tutti quei servizi finora privatizzati o appaltati, investendo in un fondo pubblico risorse per finanziare un turismo di qualità, finalizzato alla conoscenza delle mete più famose e alla scoperta di quelle meno famose ma altrettanto importanti.

La richiesta dei professionisti della cultura è chiara: basta con musei gestiti come industrie per far soldi, basta con mostre senza progetti scientifici alle spalle, organizzate solo per intrattenere un visitatore sempre meno consapevole, basta con luoghi pubblici chiusi ai cittadini perché temporaneamente noleggiati al miglior offerente, basta con lo stereotipo della “cultura petrolio di Italia”, come Gramellini (ultimo di una lunga serie, per la verità) ha rilanciato in una recente intervista a Franceschini, quando lo ha paragonato al ministro del Petrolio in Arabia Saudita.

Serve qualità: nella gestione del patrimonio che va rilanciato puntando sui contenuti che offre e non sugli aspetti spettacolarizzanti, e nella gestione dei lavoratori, che devono vedersi riconosciuta la propria professionalità.

Servono tutele: per i piccoli siti abbandonati all’incuria perché non ci sono soldi per assumere personale che se ne occupi e per le grandi città come Venezia sempre più danneggiata dalle grandi navi, per i lavoratori che meritano contratti stabili e per le aziende che hanno bisogno di supporto nell’immediato ma anche sul lungo periodo.

Perché una cosa è certa: le ripercussioni economiche e sociali di questa crisi si faranno sentire ben oltre la fine dell’emergenza sanitaria.

Un dato positivo in tutto questo c’è: il blocco totale del settore culturale in corso permetterebbe di attuare quel cambiamento radicale e necessario che in altre condizioni non sarebbe possibile. Ministro Franceschini, è il momento di agire: se non ora, quando?


Articolo pubblicato in “Affari italiani”, 26 aprile 2020

Fotografia da Wikimedia Commons