Il caso più eclatante di questa Italia federale che federale non è, ma dovrebbe essere soltanto “regionale” se non avesse sul gobbo dal 2001 il grottesco Titolo V della Costituzione (Bassanini

& C.) votato in fretta e furia per ingraziarsi (invano) la Lega, è quello di Roma. Di che cos’è capitale in tutto questo marasma, di quale Repubblica, di quale Stato? In verità viene trattata più che altro come capoluogo (se va bene) del Lazio. Specie sul piano della fondamentale pianificazione urbanistica nonché tutela del patrimonio storico-artistico che ormai riguarda ovviamente il ‘900 migliore, quello del Liberty e della stessa architettura razionalista (vedi Foro Italico, Del Debbio, Moretti, Costantini, ecc. tutto vincolato per fortuna tranne lo Stadio Olimpico ritenuto “troppo modificato” dall’allora ministro Melandri).

Già col Piano Casa regionale ereditato dalla Giunta di centrodestra Polverini e troppo poco modificato la cosiddetta “rigenerazione urbana” (che poi è un gonfiamento insensato di cubature) aveva investito il quartiere dei Villini e soltanto l’energica, inesausta protesta di comitati e associazioni e l’intervento, infine, della Soprintendenza per Roma, cioè del Ministero per i Beni Culturali, ha evitato lo stravolgimento di una delle zone più ariose e più belle della capitale.

Nei mesi scorsi poi la Soprintendenza ha preso – diamogliene atto – una decisione ancor più coraggiosa: quella di sottoporre a tutela tutta l’asta dal Quartiere Trieste al Nomentano. Ma, nel frattempo, è insorto un conflitto in verità grottesco (com’ è del resto tutto il Titolo V della Costituzione “grande riforma” ora disconosciuto da tutti, più o meno). Finalmente la Regione Lazio – a ben undici anni dal Codice per il Paesaggio varato dal titolare del MiBAC Francesco Rutelli (governo Prodi II) nel 2008 con la consulenza di Salvatore Settis  – ha copianificato coi tecnici del Ministero il suo Piano, arrivando quarta dopo Puglia, Toscana e Piemonte. Ma arrivandoci assai male perché quel Piano definito d’intesa col MiBACT doveva com’era, cioè intatto, giungere all’approvazione e all’adozione definitiva. Invece no. Qualche consigliere della stessa maggioranza Pd ha pensato bene di renderlo meno incisivo, sul piano delle distanze dalla battigia, del rispetto delle distanze nei centri storici e dei Prg vigenti, escludendo in pratica dal Piano il centro storico di Roma (sin qui vincolato a macchia di leopardo, incredibile solo a dirsi!) “sito Unesco abbandonato alla speculazione”, ha commentato per LeU, Stefano Fassina”. Approvato nonostante le critiche taglienti del M5S, in particolare per bocca di Valentina Corrado: “Non c’è mai fine al peggio. Il Piano smentisce persino se stesso recuperando il Piano Casa”.

Nei giorni scorso il Ministero – diamone atto per una volta al ministro Franceschini – ha annunciato che si opporrà a tali disastrose modifiche presso la Corte Costituzionale al fine di ripristinare il Piano nella versione originaria concordata con la Regione.

Tutti dicono di voler salvare il Bel Paese, ma le maggioranze si ingegnano a peggiorarlo,sfregiarlo, manometterlo, imbruttirlo. Nel 1985, avendo constatato che le Regioni non davano pratica attuazione alla delega su ambiente e paesaggio, il governo Craxi prese l’iniziativa di una legge illuminata, la legge Galasso, dal nome del suo proponente, il sottosegretario ai Beni Culturali. Essa venne approvate – pensate – nel 1985 quasi alla unanimità dopo uno splendido discorso al Senato di Giulio Carlo Argan. E con essa il territorio italiano venne per fortuna coperto dai vincoli della vecchia legge del 1938, la n. 1497 e della stessa Galasso (legge n. 431) per quasi la metà. Nel 2008 il Codice per il Paesaggio, ma siamo a 4 Piani e a Regioni che si ribellano alla co-pianificazione già approvata. A partire naturalmente dalla più “abusata”, la Sicilia che sventola il suo autonomismo speciale ante-Costituzione del 1948 (varato per paura del separatismo allora persino armato).

Roma col suo enorme patrimonio storico-artistico-paesaggistico può subire a lungo questa situazione ? No, non può. Per le emergenze in atto ci vuole una incisiva e decisiva Conferenza Stato-Regioni in cui governo e ministeri diano precise direttive. Roma ha da tempo bisogno di un regime speciale: la Città-Stato di Berlino dove Land e Comune decentrato coincidono; la Greather London il modello forse più applicabile; le Grand Paris; la stessa Madrid. Il rapporto Campidoglio-Municipi è inceppato. Roma metropolitana è una creatura burocratica, di carta. Ci vuol altro insomma per una capitale che subisce tutte le bizzarrie politiche e i provincialismi possibili di qualche consigliere regionale. Roma la cui popolazione comunale supera quella di Marche, Umbria e Molise messe assieme. Roma in cui due Municipi hanno più abitanti della Basilicata. Ma si può andare avanti così?

 

Una versione ridotta di questo pezzo è uscita per Il Fatto il 21 Aprile 2020

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