di Enrico Camanni

Secondo la Banca d’Italia il turismo genera oltre il 5 per cento del PIL e impegna oltre il 6 per cento degli occupati.

Se aggiungiamo i numeri dell’indotto abbiamo un pilastro dell’economia italiana. Eppure l’emergenza Covid dimostra che il modello è rigido e pesantemente ancorato alle destinazioni di massa.

Per troppo tempo si è puntato solo sui grandi numeri pensando che con frotte di viaggiatori conformisti e conformi si potessero impennare i fatturati senza curare la qualità dell’accoglienza, intercettando ondate di russi spendaccioni o cinesi a caccia di emozioni, propinando mete vistose e inducendoli a consumare oltre i limiti della sostenibilità.

Mentre lo sfruttamento di massa segava il ramo su cui posa, l’attrazione ambientale, cresceva il pubblico che si rifiuta di consumare i luoghi, ma i dirigenti del settore non vedevano l’enorme distanza che separa la fugace emozione turistica dall’esperienza del viaggio, ignorando quanto sia diverso intruppare il cliente su una spiaggia o una pista di sci, incolonnarlo davanti a un museo o una discoteca, oppure accoglierlo in una casa, introdurlo in un luogo e accompagnarlo alla conoscenza.

Il turismo di massa consuma anonimi territori, l’altro turismo li svela.

Fosse successo in estate avrebbe sloggiato i bagnanti, invece era inverno e il virus ha colpito gli sciatori.

Evidenziando le falle del sistema, ha innanzi tutto svuotato gli alberghi a quattro stelle cancellando le prenotazioni dei ricchi turisti stranieri.

Poi ha chiuso i ristoranti “rustici” che esponevano listini da mille e una notte, infine ha attaccato gli impianti sciistici rivelando che l’aria di montagna era contaminata come l’altra.

Il 7 marzo 2020 si sono propagati più contagi alle code delle funivie che nel centro di Milano, e la stazione austriaca di Ischgl è stata denunciata alla magistratura per aver occultato l’epidemia in nome del fatturato.

Infine si è inscenato lo psicodramma delle seconde case, quando i turisti trasformati in untori sono stati ricacciati nelle città.

Le cronache dell’emergenza ci dicono a chiare lettere che il turismo rigido, elitario e monocorde ha i piedi d’argilla, ma la crisi è appena cominciata e saranno i prossimi mesi a mostrare chi si era preparato al futuro.

Con gli aerei a terra e le navi da crociera in porto, reggeranno solo i luoghi e gli operatori che sono rimasti sul territorio e non hanno snobbato il turismo di prossimità, integrandolo con la buona agricoltura, l’innovazione culturale e la difesa dell’ambiente.

Non si tratta affatto di piccoli numeri, bensì di numeri spalmati su quello sconfinato giardino di meraviglie che è il Bel Paese, nonostante i nostri ripetuti tentativi di imbruttirlo. Amo i grandi alberghi storici, ma sono cattedrali nel deserto.

Invece i B&B e le locande a conduzione familiare e flessibile sono in grado di riaccendere i territori, favorendo l’incontro tra abitante e forestiero e aiutando le produzioni locali.

Matera è una ma abbiamo migliaia di borghi nell’Italia profonda, lo scheletro del paese. Adesso potrebbero diventare la nuova ricchezza.

Articolo pubblicato in “il manifesto”, 12 aprile 2020

Fotografia da Wikipedia