di Maria Pia Guermandi

Le recenti polemiche sulle chiusure dei musei, giunte in ritardo rispetto ad altri luoghi, a partire dalle scuole, hanno sancito, una volta di più, la cesura che ormai divide il nostro patrimonio culturale rispetto ad altri servizi pubblici. Patrimonio, in particolare quello dei musei autonomi, ormai gestito quasi esclusivamente come strumento al servizio del turismo e quindi come fonte economica primaria in un’economia, come la nostra, che fatica profondamente ad affrontare i nodi della globalizzazione e della riconversione postindustriale. E se musei e mostre raffaellesche dopo le polemiche (v. per tutti Montanari su Il Fatto del 7/3) sono stati chiusi, aperti sono rimasti, per troppo tempo ancora, i cantieri di opere non sempre utili che hanno di fatto esposto al rischio del contagio i lavoratori coinvolti e assieme gli archeologi impegnati nelle procedure di archeologia preventiva.

Una volta di più, in questi momenti così cruciali per il nostro vivere collettivo, abbiamo sentito la distanza che separa l’attuale gestione del patrimonio da quella politica dei beni culturali che fu messa a punto negli anni ‘70 in Emilia Romagna. Politica che costituisce uno dei tasselli di quel decennio riformista in cui il nostro paese riuscì, talora a seguito di lotte aspre, a dotarsi di una serie di leggi in alcuni casi avanzatissime nell’ambito del welfare e dei diritti civili.

Uno dei protagonisti di quella stagione, per quanto riguarda il patrimonio culturale, fu Andrea Emiliani, venuto a mancare un anno fa, il 25 marzo 2019.

Sulla scia del dibattito innescato dalla Commissione Franceschini (1964-1967), Emiliani, allievo “eterodosso” di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli, divenuto braccio destro dell’allora Soprintendente alle Gallerie, Cesare Gnudi, promosse, dal 1968 al 1971, una serie di Campagne di rilevamento del patrimonio rurale appenninico, un censimento per la prima volta globale dei beni culturali in aree e su oggetti sino a quel momento ben poco frequentati dagli storici dell’arte, ma già allora investiti da fenomeni di abbandono. Emiliani stesso li definì una sorta di “convegni itineranti” cui parteciparono gruppi di studiosi di molteplici discipline: non solo storia dell’arte, quindi, ma architettura, geografia, fotografia, geologia, linguistica, urbanistica…

Una ricognizione a tappeto, interdisciplinare non finalizzata alla “sola” conoscenza scientifica, ma alla sua trasmissione alle comunità di riferimento, perseguita attraverso una molteplicità di azioni convergenti, dalle mostre, allestite nei luoghi dove si erano svolte le Campagne stesse, agli incontri con la popolazione, durante i quali si restituivano le conoscenze acquisite sul campo e si discuteva di temi sino a quel momento impensabili al di fuori della cerchia di addetti ai lavori, quali il riconoscimento e la conservazione del patrimonio culturale.

“La conservazione come pubblico servizio” sarà, nel 1971, il titolo programmatico di un volume di Emiliani, espressione di quell’esperienza attraverso la quale si sperimentò una rigenerazione del sistema della conservazione /tutela dei beni culturali e delle sue pratiche, nei metodi e ancor più nella concezione politica.

Rigenerazione che seppe confrontarsi, come mai prima in Italia, con le acquisizioni della coeva antropologia culturale, riscoprendo la ricchezza cognitiva del patrimonio culturale e finalizzandola ad un uso sociale. Le ragioni della patrimonializzazione diventavano, per questo, pubbliche e condivise e il patrimonio strumento di emancipazione e di riconoscimento identitario.

Il contesto sociale, culturale e politico fu l’ineludibile innesco di quelle sperimentazioni. La Bologna rossa, ricca e solidale degli anni a cavallo dei ‘60 e ‘70 era non solo un esperimento – riuscito per almeno un paio di decenni – di buon governo, capace di coniugare l’efficacia amministrativa, ad un ascolto politicamente aggiornato delle istanze sociali della collettività, ma anche un crocevia di sperimentazioni culturali, da quelle delle controculture giovanili alle innovazioni accademiche del DAMS.

In questo contesto, nel 1973, la prima giunta della Regione Emilia Romagna, presieduta da Guido Fanti, presentava il progetto per un Istituto dei Beni artistici, culturali, naturali, primo e destinato poi a rimanere unico in Italia, strumento innovativo sul piano della cultura politica e ispirato al precetto del “conoscere per governare”. L’Istituto rappresentò la prosecuzione, sul piano degli organismi istituzionali, dell’esperienza delle Campagne di rilevamento, portatore quindi di un nuovo concetto di patrimonio culturale, non solo perché allargato a comprendere l’intero spettro delle forme delle attività umane, ma perché il patrimonio era interpretato come un sistema unico col paesaggio, nel paesaggio e soprattutto perché la tutela trovava la sua prima garanzia di efficacia nella coscienza del possesso sociale e il bene tutelato acquisiva quindi valore perché rivendicato, agito socialmente.

Uno dei principali ideatori di quel progetto, che prenderà corpo di lì a un anno, in parallelo cronologico con il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, ma sulla base di una visione culturale ben più aggiornata, sarà appunto Andrea Emiliani, che, sempre nel 1974, pubblicò quello che a tutt’oggi rappresenta uno degli studi più lucidi di storia della tutela e della sua innovazione concettuale, “Una politica dei beni culturali”. Nel volume, il progetto per un nuovo Istituto, che sarà poi l’Ibacn, si fonda sui concetti di interdisciplinarietà e necessità di una restituzione sociale dei risultati dell’indagine scientifica e culturale: non siamo poi così lontani da quei principi di “multivocalità”, “partecipazione”, “coinvolgimento” che costituiscono alcune delle parole d’ordine tuttora presenti nelle discussioni dei più aggiornati heritage studies.

“Luogo del futuro”, destinato alla sperimentazione più che alla gestione, l’Istituto sarà pensato come un laboratorio in grado di costruire quella conoscenza necessaria al processo di pianificazione territoriale demandato alla Regione, che, quindi, avrebbe dovuto comprendere la tutela e condivisione del patrimonio culturale fra i suoi obiettivi politici prioritari.

Attraverso il ribaltamento concettuale per cui la conservazione del bene culturale non può che essere l’ultima, condivisa tappa di un percorso di riappropriazione sociale del bene culturale, Emiliani e il gruppo che più da vicino visse con lui quella stagione, tentò in sostanza di ricucire quella cesura creatasi, almeno dall’ ‘800 in poi, fra patrimonio culturale e comunità sociale, consapevole che tale frattura costituiva una ferita nel tessuto democratico del paese.

A partire dagli anni ‘80, come ben sappiamo, e a livello non solo locale, quella spinta propulsiva fondata sul primato della politica e su una visione ispirata al perseguimento di obiettivi di miglioramento sociale, fu abbandonata, praticamente ad ogni livello istituzionale e in ogni settore.

Molto altro ci sarebbe da dire sulla figura di Emiliani, raffinato studioso, in particolare del Cinquecento e Seicento bolognese e roveresco, e della storia della tutela, competenze che seppe interpretare nel suo ruolo di grandissimo commis d’état, quale fu, per scelta, per oltre quarant’anni, capace di esercitare al meglio la gestione del continuum tutela-valorizzazione.

E assieme, museologo, fra i primissimi in Italia a divulgare i principi di una moderna museologia, a partire dalla Storia d’Italia Einaudi.

Al ruolo sociale del museo Emiliani dedicò pagine fondamentali, come anche molti progetti divenuti in parte operativi. Luoghi di costruzione dell’identità sociale e civile, in estrema sintesi, per Emiliani, i musei esercitano compiutamente il loro ruolo quando diventano lo spazio dove è possibile compiere quella “​promenade du citoyen​ che fu sancita dalle rivoluzioni democratiche”.

Partendo da queste premesse, Emiliani avversò radicalmente le così dette riforme Franceschini.

La distanza con l’oggi di quella visione culturale, è testimone inappellabile della nostra progressiva perdita di capacità progettuale e della nostra impotenza nel ripensare ad una crescita del paese su binari completamente diversi, in cui la priorità sia finalmente data agli investimenti ambientali e culturali.

Per riallacciare, almeno in parte, il filo con quella stagione di innovazione culturale, possiamo, in questo tempo sospeso, rileggere una serie di pubblicazioni e riascoltare la voce di Emiliani nei materiali (testi, video, foto) che il sito dell’Istituto Beni Culturali ha reso liberamente consultabili a partire dal 25 marzo.


Articolo pubblicato in “Left”, 3 aprile 2020

Immagine in evidenza da IBC: Andrea Emiliani, anni ’80