di Claudia Marino

La parola vacanza rinvia nella nostra mente al sostantivo neutro latino “vacantia”, dal singolare vacans, il participio presente del verbo vacare, cioè, essere vuoto, essere libero.

Ebbene, la vacanza rimanda tutti noi, lontani o vicini al tempo dei banchi di scuola, a quel meraviglioso periodo di sospensione delle attività didattiche legato all’estate, alle feste natalizie o a quelle pasquali, come in questo caso. Nell’imminenza delle feste, viene sospesa l’attività didattica e gli studenti, cosi come i docenti, possono pensare al riposo, a fermare i ritmi pesanti di studio e insegnamento, a dormire di più rispetto alle mattutine levate per arrivare in classe entro il suono della temuta campanelle, a dedicarsi a ciò che per ognuno di noi rappresenta il relax. L’eccezionale natura delle vacanze, per tutti, rappresenta il momento di svago, quello lontano dalle sudate carte, quello nel quale si riprendono le forze per i seguenti periodi di lavoro.

Quest’anno la vacanza di Pasqua di tutti gli studenti e i docenti del mondo non sarà così: è una sorta di vacanza ‘dalle video lezioni’, una sorta di sospensione dallo smart working per i docenti, una sorta di riposo da qualcosa che, in realtà, fisicamente, ci manca dal 5 marzo. Le aule sono vuote dal 5 marzo, le classi risuonano di un silenzio mortale, i registri elettronici parlano solo di video lezione e video conferenza su Zoom, Meet, Jitsi, J suite e parole del genere e nessuno dei nostri studenti si è più mosso da casa, cosi come tutti i docenti del Paese.

L’emergenza mondiale del Coronavirus ha paralizzato, cosi come tutte le branche della vita del nostro Paese, anche la scuola, trasformando la già avvenuta sospensione delle attività didattiche in un quotidiano incontro con in ragazzi tramite queste piattaforme che simulano la presenza di più persone e attraverso le quali i docenti di tutto il paese soffrono a condurre lezioni, spiegare argomenti previsti nel programma, concludere gli obiettivi della programmazione di inizio anno scolastico, a tentare di verificare lo studio svolto a casa ma, soprattutto, a tenere viva la presenza dei Maestri nella vita dei ragazzi.

La realtà è questa: la scuola vera è quella dell’affresco di Raffaello, magistralmente dipinto per ritrarre la Scuola di Atene, nella “Stanza della Segnatura”, una della quattro stanze Vaticane ubicate all’interno dei Palazzi Apostolici. L’ordinamento ideale della cultura umanistica voluto rappresentare dal Maestro urbinate risalta la ricerca razionale, in cui le figure, disposte a libro, e tutte vicine tra loro, sono impegnate nei loro principali obiettivi, riflettere, insegnare e fare filosofia. La vicinanza dei personaggi ritratti è il modello di ciò che la scuola è veramente. La scuola, cosi intesa nel mondo, è la “praesentia” nei banchi, è il passo sospirato che separa il banco dalla cattedra, laddove il docente, una volta scelto il ragazzo da interrogare, lo guarda negli occhi, ne scruta l’animo, nel approfondisce il sapere e, a conclusione, gli conferisce un voto, nel quale, con il giusto impegno, devono essere contenuti, il suo giudizio sulla lezione riferita, ma anche la spinta e il “grimaldello” per aprire le future potenzialità del ragazzo, non solo nella materia in esame, ma anche nell’approccio alla vita. Tutto ciò, la vicinanza, la presenza, l’analisi dello sguardo profondo degli occhi, a volte impauriti, a volte spavaldi e sempre pieni di speranza dei ragazzi, non può essere fatto attraverso lo smart working, che, di smart, ahimè, nell’ambito scolastico, non ha nulla. Anzi è assolutamente complicato portare avanti lezioni e video chat, interrogare i ragazzi, valutarne le competenze, in materie difficili e complesse, come l’algebra, la fisica, il latino, la storia o tanto più l’italiano. Ugualmente complicato, a tratti impossibile, è coinvolgere tutti i ragazzi, quelli che sedevano nelle nostre affollate aule, da 25 a 28 allievi sistemati nei banchi e che, le video lezioni di Zoom dovrebbero raggiungere in toto: alcuni ci sfuggono, alcuni, non riescono a comprendere tutta lezione, alcuni, usano il piccolo schermo del cellulare, non avendo tablet o computer adeguati nelle loro case, alcuni non hanno la connessione veloce, pertanto, non gli si può domandare in modo perentorio l’attenzione continua alla nuova lezione, e allora, cosa si deve fare? Mettergli un 4? se non rispondono a dovere, alla domanda che arriva dal microfono del computer, alla quale, o perché impossibilitati dalla rete, o perché stanchi della lezione on line, o perché hanno già seguito due ore davanti agli schermi, in quel momento non riescono a rispondere ad hoc. In questo caso, l’unica panacea è il buon senso di chi conduce la lezione, è la forza dell’amore per questo complicato mestiere, è la comprensione del gravissimo periodo di emergenza, dell’annus horribilis per il mondo intero e la necessità di trasformare le lezioni on line, in un mezzo veloce per continuare a vedersi, per continuare a condurre i ragazzi attraverso le pagine dei libri, che, d’altra parte, hanno sempre studiato in autonomia nei lunghi pomeriggi a casa. Fare smart working nell’ambito scolastico è colmare il vuoto, la mancanza della quotidianità in classe, continuando ad approfondire i temi della programmazione, parlando attraverso lo schermo, ma senza la falsa speranza che on line sia smart e tanto meno idem con le lezioni a scuola. La scuola è in classe, a diretto contatto con gli allievi, a stretto contatto con i loro problemi, con le loro vittorie, con le speranze riposte nei docenti e con i sospiri di paura per la versione di latino. La scuola, quella vera, è fatta di persone strette in un comune obiettivo, sedute sui banchi a pensare al futuro e al presente pieno di domande, è la campanella che affretta il passo sulle scale dei piani che ci separano dalle aule. Oggi l’unica cosa che sentiremo, tutti, alunni e professori, durante queste vacanza pasquale, è di certo il desiderio forte di tornare nelle nostre aule, dove i ragazzi ci aspetteranno sospirando e pieni di tensione per il sapere, dove i docenti percepiranno il respiro delle loro attese e le speranze che ripongono nello studio. Torneremo nelle nostre aule a costruire, giorno dopo giorno, lo “ktema eis aiei”, di tucididea memoria, “il possesso perenne”, dato dall’istituzione scolastica, quello senza il quale non saremmo ciò che siamo e quello attraverso il quale abbiano costruito, nella nostra adolescenza, i sogni con i quali abbiamo conquistato i nostri posti nella società.

Buona Pasqua di attesa: riposo e speranza per tutti, famiglie, allievi, docenti.

L’autrice è Professoressa di Lettere al Liceo Camillo Cavour di Roma


Foto di Andrea Piacquadio da Pexels