di Antonio Della Rocca

Accanto agli operai, ai negozianti, agli imprenditori piegati dalla crisi provocata dall’emergenza coronavirus, c’è un nucleo silenzioso di lavoratori, i professionisti della cosiddetta archeologia preventiva, chiamati a valutare l’impatto dei cantieri sul patrimonio culturale, che in questo contesto subiscono inermi il dramma di una precarietà divenuta ancora più afflittiva rispetto al recente passato. Un prezioso capitale umano, ricco di esperienze e saperi, formatosi anche negli atenei pugliesi ma, come denuncia il professore Francesco D’Andria, accademico dei Lincei, già direttore della Scuola di specializzazione in Archeologia dell’Università del Salento, vittima di un «caporalato intellettuale» maturato nei meccanismi perversi dei subappalti.

«Queste persone già lavoravano in condizioni già discutibili – si rammarica D’Andria –, poi diventate realmente drammatiche a seguito del Covid-19. I vari decreti del primo ministro Conte hanno consentito ai cantieri di continuare le attività, ma le situazioni lavorative sono in gran parte prive delle condizioni di sicurezza per la mancanza di mascherine e per la difficoltà di mantenere le distanze nell’esecuzione dei lavori. Inoltre, l’impossibilità per i funzionari delle Soprintendenza, costretti al lavoro agile come altri impiegati statali, di esercitare il controllo sulle decisioni da prendere per la tutela dei ritrovamenti, ha creato continui intoppi e a volte impossibilità di continuare. In alcuni casi il mancato arrivo dei materiali come il calcestruzzo ha portato alla chiusura dei cantieri in altri casi gli archeologi sono stati costretti – ravvisa il professor D’Andria – a rinunciare e si sono ritrovati senza lavoro. Molti ex allievi mi hanno fatto conoscere il loro disagio e la loro preoccupazione. Nei cantieri Tap, ad esempio, squadre di operai specializzati provenienti dalle regioni del Nord, hanno rappresentato un ulteriore fattore di rischio».

«Una situazione drammatica, che anche le Consulte degli Archeologi universitari – afferma il professore – hanno denunciato, insieme alle Associazioni, con documenti inviati al Ministero dei Beni Culturali con la richiesta di un intervento, seguita da un assordante silenzio». In Puglia sono almeno 200 gli operatori dell’archeologia preventiva impegnati all’interno dei cantieri delle grandi opere pubbliche e nella realizzazione delle reti dei sottoservizi, assunti dalle società appaltatrici. Di concerto con gli uffici delle Soprintendenza, sono impegnati nella sorveglianza archeologica per identificare i reperti che le attività di scavo portano alla luce, consentendone la salvaguardia. Un impegno di elevato valore culturale che ha consentito di salvare dalla sicura distruzione una grande quantità di testimonianze archeologiche. È merito di queste persone se è stato possibile recuperare preziosi reperti nascosi nel sottosuolo di Roma nel corso dello scavo per la costruzione della metropolitana. Ma, per restare in Puglia, vi è la mano di questi archeologi anche negli scavi delle tombe messapiche di Manduria.

«La loro situazione è scandalosa – sostiene Francesco D’Andria – anche in tempi normali. Lavorano a chiamata e spesso sono costretti ad accettare, dalle ditte sub-appaltatrici, compensi molto inferiori rispetto a quanto previsto dalle tabelle sindacali e per periodi anche estremamente brevi. Insomma, una vera giungla di relazioni umane e lavorative, un vero caporalato d’elite, come lo definisce Rita Paris, già direttrice del Parco archeologico dell’Appia Antica. E un grande dolore per chi, come me, ha dedicato una vita alla formazione degli archeologi».

Articolo pubblicato in “Corriere del Mezzogiorno (Puglia)”, 1 aprile 2020

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