a cura del Gruppo Urbanistica di perUnaltracittà

Chiude, nella Firenze disertata dai globe trotters, la “fabbrica del turismo”. La crisi sanitaria mondiale svela così la miopia di amministratori che hanno incoraggiato la monocoltura economica all’insegna del turismo, scelta confermata oggi dal Piano regolatore appena avviato.

Un bilancio delle politiche urbanistiche del primo quinquennio della Giunta Nardella mette in evidenza non solo la scarsa lungimiranza dimostrata, ma anche quanto il perseverare nella stessa direzione possa dimostrarsi diabolico.

Il futuro “Piano Operativo” sostituirà un “Regolamento Urbanistico” (2015) le cui scelte, che rischiano di facilitare la speculazione sugli edifici storico-monumentali, abbiamo già criticato.
Nelle scorse settimane, il Comune ha tuttavia dichiarato che il nuovo strumento urbanistico si porrà in sostanziale continuità col precedente, che, a giudizio di Palazzo Vecchio, avrebbe dato buoni frutti.

A fronte di tali dichiarazioni, abbiamo analizzato gli effetti delle politiche urbanistiche del primo mandato Nardella. I risultati mostrano una città immolata all’industria turistica, dove la rendita immobiliare è massimizzata, forte del brand Firenze.

Per brevità prenderemo qui in considerazione la sola città storica (Area Unesco).

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La definizione del nuovo strumento urbanistico della città, ancora una volta conferma le disastrose scelte di questa amministrazione, incapace di prefigurare nuovi scenari urbani che non siano legati alla rendita immobiliare e turistica e che, proprio in questi giorni di crisi sanitaria, dimostrano tutti i loro limiti.

Il patrimonio UNESCO della città non può essere ridotto a un grande resort per turisti milionari, il patrimonio pubblico non può essere servilmente offerto alla speculazione internazionale. La comunità locale, i vecchi e i nuovi abitanti della città, non possono essere emarginati, espulsi o ridotti ad asfittiche comparse di uno scenario turistico spettacolare non più sopportabile e profondamente ingiusto.

Vorremmo ricordare, riprendendo una riflessione di Edoardo Salzano, che “la città non è un insieme di case” o di alberghi, è “la casa di una società, di una comunità” e in quanto tale non possiamo accettare che sia trasformata in quel “popoloso deserto” in cui oggi siamo costretti a sopravvivere.

Articolo pubblicato in “La Città invisibile”, 30 marzo 2020

Fotografia di Ilaria Agostini, 2018