di Sara Perinetto

Da “io resto a casa” a “io resto senza lavoro”: il virus sta mandando al collasso un settore già allo stremo. I lavoratori dei beni culturali sono stati i primi a soffrire la crisi e potrebbero essere gli ultimi a riprendersi.

Musei, pinacoteche, biblioteche, parchi archeologici e tutti i luoghi pubblici della cultura sono stati chiusi il 23 febbraio 2020 con un decreto del governo che ha lasciato senza lavoro migliaia di occupati nei beni culturali, del turismo e dello spettacolo, come ha denunciato l’associazione di settore “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. Sono loro che da più tempo si trovano senza stipendio e senza tutele, dato che la maggior parte non è assunta con contratti da dipendenti, ma lavora nella precarietà di partite IVA (che spesso mascherano lavori subordinati) o contratti a chiamata, quando non in nero.

L’emergenza è scoppiata in coincidenza con l’apertura della stagione culturale e turistica e si protrarrà fino all’estate, ma avrà ripercussioni anche sul lungo periodo per il drastico calo del turismo straniero in Italia. Nonostante ciò, dalle istituzioni e dal ministro dei beni culturali Franceschini non sono ancora arrivate garanzie di tutela dei lavoratori né sembra esistere un piano per rilanciare il comparto nel lungo periodo.

L’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” si sta facendo portavoce delle istanze di guide turistiche, archeologi e di tutti i lavoratori del settore cultura che si trovano in difficoltà perché senza stipendio o senza più lavoro. Insieme ad altre organizzazioni di categoria e sindacati, ha denunciato la latitanza del Ministero dei beni culturali che, invece di garantire tutele, nell’unica società su cui ha il controllo totale ha invitato a sospendere tutti i contratti possibili.

L’11 marzo, infatti, nel pieno dell’emergenza coronavirus, il direttore generale del bilancio del Mibact, Paolo D’Angeli, ha esortato tutti gli uffici periferici e i musei autonomi a considerare la sospensione dei contratti con Ales (Arte lavoro e servizi), società in house partecipata al 100% dal ministero. Insomma, i lavoratori precari, l’anello debole della catena, sono stati proprio i primi a essere scaricati e abbandonati al proprio destino.

Parallelamente, le prime a essere aiutate sono state le imprese, con un fondo di 130 milioni, stanziati con il decreto del 16 marzo. Questo prevedeva, come uniche misure specifiche per il settore culturale, una serie di manovre, come il rimborso per biglietti, tour o viaggi con voucher, volte a difendere le aziende dello spettacolo dal vivo, del cinema e dell’audiovisivo, con fondi che servono per appianare le loro perdite, ma non per rilanciarsi, e quindi non arriveranno in nessun modo ai lavoratori.

Senza contare che invece altri ambiti non sono neanche stati considerati, come per esempio quello delle oltre 20mila guide turistiche (dati rilasciati da Agta, Associazione guide turistiche abilitate), che hanno iniziato a subire la crisi ben prima del lockdown. Quando ancora si parlava di “virus cinese”, infatti, molti stranieri stavano già cancellando le loro vacanze in Italia e, considerando che il picco del virus nei paesi di provenienza del maggior turismo estero si avrà più tardi rispetto all’Italia, saranno ben pochi i turisti stranieri disposti a farci visita anche quando il nostro Paese sarà in ripresa.

Le figure interessate, comunque, sono molte e varie, se pensiamo che i lavoratori dei beni culturali rappresentano il 6% degli occupati del Paese. Ma questa cifra non tiene conto del sommerso: sono tanti, infatti, anche i lavoratori costretti a prestare servizio senza alcun tipo di contratto, neanche quei fasulli contratti a chiamata o part time che per altri mascherano impieghi full time con minori tutele. I lavoratori in nero nel settore culturale sono tanti, e quasi sempre sono professionisti qualificati che per sopravvivere non hanno altra scelta se non lo sfruttamento.

“Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” ha avviato nei giorni scorsi un sondaggio online per raccogliere quante più testimonianze possibili, e poter presentare a breve dei dati quantificabili riguardo al numero di persone coinvolte e relative perdite economiche.

Insomma, l’attuale situazione di crisi ha scoperchiato un vaso di Pandora che rivela le condizioni di assoluta precarietà e sfruttamento in cui da anni versano i lavoratori dei beni culturali. È ormai evidente che la linea di sviluppo adottata finora, che punta sul turismo di massa e sulle esternalizzazioni delle attività lavorative all’interno dei beni statali, con un rilancio sempre più al ribasso per i lavoratori, ha prodotto risultati pessimi e non è più sostenibile.

Le richieste dei lavoratori e delle associazioni di settore mirano quindi a ricevere tutele nell’immediato, ma anche a modificare l’intero assetto organizzativo del settore culturale italiano, puntando su un turismo di qualità, gestito da enti competenti che assumano con contratti e condizioni congrue dei lavoratori professionisti formati e certificati. Reddito “di quarantena” per i lavoratori del settore, senza stipendio da più di un mese e per altri mesi ancora; obblighi e incentivi per le imprese, affinché aumentino le stabilizzazioni anche durante questa crisi; aumento delle assunzioni pubbliche, non solo statali.

Ma non basta, serve finalmente attuare quello che i lavoratori dei beni culturali chiedono a gran voce ormai da anni: una decisa e totale inversione di rotta rispetto alla direzione tenuta negli ultimi trent’anni nella gestione del patrimonio culturale e artistico italiano. L’auspicio è che questa lunga “pausa” forzata dovuta al coronavirus serva alle istituzioni per riflettere e adottare nuove e più proficue strategie.

Articolo pubblicato in “Affari italiani”, 26 marzo 2020

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