di Paola Somma

Seguendo il suggerimento di Tomaso Montanari di cogliere la possibilità che ci lasciano i decreti del governo di attraversare, da soli, le nostre piazze storiche, mi sono spinta fino a piazza san Marco, dove due vigili mi hanno invitato ad andare via, perché è vietato allontanarsi “a piedi”, oltre 200 metri dalla propria abitazione, senza un valido motivo. Forse non è il momento di fare facili battute su quali altri mezzi di locomozione avrei dovuto usare, ma è sicuramente il momento di riflettere sul fatto che dietro le immagini delle piazze vuote, che in questi giorni i mezzi di comunicazione ci propinano, ci sono realtà diverse.

Se in molte città, infatti, la fine dell’epidemia riempirà strade e piazze di cittadini, le finestre sbarrate di Venezia, spettacolo ben più agghiacciante del suolo sgombro dai milioni di turisti che ne occupano ogni centimetro in tempi normali, sono l’indicatore incontrovertibile che quella che vediamo oggi non è una città temporaneamente vuota, ma lo scheletro scarnificato di una città morta da molti anni. “Contagiati eravamo già, il virus confermò”, recitava un poster affisso su un muro da un ignoto cittadino e prontamente rimosso dalle forze dell’ordine.

Viene allora il dubbio se il divieto a recarsi in piazza, oltre che una precauzione di ordine sanitario, non sia un tentativo, più o meno cosciente, di impedire ai cittadini superstiti e che ancora non sono stati sfollati, di vedere con i loro occhi come ciò che continuiamo a chiamare Venezia sia solo un giacimento di pietre preziose, a disposizione degli investitori del comparto turistico.

Già prima dell’epidemia, piazza san Marco, di fatto, era vietata ai veneziani. Non solo l’ammasso di turisti ne rendeva fisicamente impossibile un uso normale, ma ai cittadini era negata la possibilità di svolgervi pacifiche manifestazioni, sistematicamente vietate dalle stesse autorità di pubblica sicurezza che vi autorizzavano qualsiasi evento di natura commerciale.

E la situazione non sarà certo migliore dopo l’epidemia, quando gli operatori economici, che in questo momento hanno visto rallentare il proprio giro d’affari, cercheranno in ogni modo di rifarsi dei guadagni perduti. Il fatto che perfino la temporanea diminuzione dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, invece di essere un incentivo a promuovere una diversificazione delle attività economiche, venga usata dal sindaco Luigi Brugnaro come slogan per attrarre turisti – “l’idea di portare un turismo di qualità in città è rafforzata dalla visione dei canali limpidi di questi giorni”, ha detto – non lascia dubbi in proposito.

Quindi, l’unica finestra temporale che i veneziani avrebbero per ri-vedere la propria città è solo questa, ma “per il nostro bene” non possiamo usarla.

Sul “nostro bene”, peraltro, a differenza dei molti sindaci che in questi giorni si sforzano di trasmettere il messaggio che il primo cittadino si occupa del bene comune e rappresenta tutti, l’amministrazione comunale di Venezia, dove la quota di anziani è la più alta d’Italia e, normalmente, il numero di morti supera quello dei nuovi nati, non ha speso una parola.

Altre sono le priorità del sindaco, che il 2 marzo ha dichiarato “è un’occasione straordinaria per vedere Venezia, soprattutto per gli italiani che non hanno il problema della quarantena… abbiamo questa voglia di amicizia con le guide turistiche, con i commercianti che sono i primi ad essere colpiti”. E concetti simili ha ribadito l’11 marzo quando, per troncare ogni discussione circa la sua contrarietà a chiudere qualsiasi filiera industriale, ha usato come argomento “vengo da Confindustria, parlo da persona competente” ed ha chiesto allo Stato l’istituzione di una zona economica speciale e fondi destinati al rilancio dell’immagine di Venezia, danneggiata dal virus.

Solo il 15 marzo, forse ricordandosi che siamo una “città d’arte”, si è rivolto ai nostri bambini, gli stessi nei cui confronti ha emanato apposite ordinanze che vietano di giocare nei campi per non disturbare turisti e baristi, affinché mandino al Comune i loro disegni con la scritta “andrà tutto bene”, cosicché, finita l’emergenza, potremo usarli per “ricoprire la città di disegni colorati” e fare una grande festa.

L’assunto da cui parte il sindaco nelle sue esternazioni è la convinzione che “possiamo vivere anche in presenza del coronavirus… ma nel frattempo ci riorganizziamo”.  Quello da cui dovremmo partire noi è che forse sopravviveremo al virus, ma se non riusciremo ad organizzarci rapidamente perché tutto non torni “come prima, peggio di prima”, quando gli invasori sbarcheranno per l’attacco finale e saranno accolti a braccia aperte dalla quinta colonna che qui lavora per loro, piazza san Marco deserta resterà il nostro ultimo ricordo di una città perduta. Il che potrebbe essere considerato un “motivo valido” per andare a rivederla.

 

Fotografia di Paola Somma, marzo 2020