di Tomaso Montanari

«Basta criticare su tutto», «Siamo in guerra», «La gente muore»: sono solo alcune delle reazioni della rete alle prime, timide critiche alla direzione che sta sempre più decisamente prendendo la gestione dell’emergenza Covid da parte del presidente del Consiglio Conte. Quella direzione è uno svuotamento progressivo della forma, e dunque della sostanza, democratica: che non è affatto un pedaggio da pagare in nome del sacrosanto contrasto al virus. Perché si può e anzi si deve limitare la libertà personale di tutti noi in nome della difesa della vita: ma bisogna stare molto attenti a come lo si fa, e a chi lo fa.

Il fatto che il presidente del Consiglio abbia annunciato in una diretta Facebook notturna un decreto che ancora non c’era, non è solo “antiestetico”: è pericoloso, per la buona ragione che su quel decreto in gestazione si è potuta così esercitare una fortissima pressione di una parte (Confindustria) che ha finito per vanificarne almeno in parte il risultato. E il dubbio, fondato, è dunque che l’annuncio (condito dalla ormai abituale retorica patriottica) del «chiudiamo tutto» fosse un modo per nascondere la verità, che è riassumibile nella formula «chiudiamo tutto tranne ciò che lasciamo aperto».

La difesa che di Conte ha fatto il ministro Franceschini («Conte va ringraziato per il suo lavoro senza sosta, con sulle spalle una responsabilità che nessun predecessore ha mai dovuto portare») è un rimedio peggiore del male, perché usa il problema come giustificazione: la solitudine del presidente del Consiglio, che ha tutto sulle sue spalle. Ma noi non siamo (ancora) una repubblica presidenzialista: il Governo è un organo collegiale, e poi c’è il Parlamento, c’è il Presidente della Repubblica. Se si fosse scelta la strada dei decreti legge o dei decreti del Presidente della Repubblica, Conte avrebbe condiviso quella responsabilità, e non solo formalmente.

A chi obietta che in un momento di gravissima emergenza non si devono fare questioni formali, o non ci si deve dividere (Franceschini ha aggiunto che il Governo sarebbe come la Nazionale di calcio), rispondo la stessa cosa che bisogna rispondere a chi scrive le frasi che ho citato in apertura: e cioè che la democrazia non è un ostacolo, non è lusso per i tempi facili. La democrazia è invece la nostra migliore arma per resistere nei frangenti peggiori. La criminalizzazione del dissenso, la voglia di chiudere il Parlamento, l’insofferenza per ogni richiamo alla cautela nello spegnimento delle libertà fondamentali (temporaneo, ma di fatto senza un limite certo, e con regole di ingaggio del tutto evanescenti e lasciate in gran parte all’arbitrio delle forze di polizia) sono invece segni chiari di quanto la deriva autoritaria sia già una realtà culturale nella testa di molti italiani.

Al contrario, proprio quando le decisioni sono più gravi e la sfida è più dura, la democrazia diventa vitale. Perché è l’unica garanzia del fatto che le decisioni siano davvero prese nell’interesse generale, orientate al bene comune e rigorosamente nei confini della Costituzione.

Mai come oggi è difficile dire qualcosa di certo sulla pandemia che ci opprime e sulla sua manifestazione italiana in particolare: non sappiamo dire quando e come passerà, non sappiamo spiegare il numero di morti in Lombardia, non sappiamo se il caldo sarà risolutivo e nemmeno se chi l’ha presa una volta è davvero immune. Una cosa però appare certa: il rifiuto degli imprenditori lombardi di chiudere la produzione ha prodotto un’esplosione del numero di contagi, e dunque del numero dei morti. E mentre giornalisti e sindaci scatenano un’irresponsabile caccia a chi correva o camminava nel rispetto delle misure di sicurezza, centinaia di migliaia di lavoratori continuano ogni giorno a prendere i mezzi pubblici e ad andare al lavoro.

Finalmente, sabato sera Conte si è convinto a dire basta, ma la procedura opaca e la scelta di tenere tutti per sé onori e oneri, ha di fatto indebolito quella stessa decisione, permettendo alla rapace irresponsabilità di Confindustria di aprire una breccia fatale nel decreto. Così, quando venti ore dopo la diretta Facebook è finalmente arrivato il testo del decreto fantasma, si è appreso che lascia aperto tutto ciò che è ritenuto «strategico per l’interesse nazionale» (la più flessibile delle definizioni): come per esempio, lo dimostra la lista allegata, l’industria delle armi e i call center. Altro che vincolo dell’utilità sociale per l’impresa, altro che pieno sviluppo della persona umana e altro che diritto fondamentale alla salute: il disegno della Costituzione appare rovesciato nel suo contrario, in quello di una Repubblica fondata sul profitto dei padroni e sui lavoratori intesi come carne da cannone. Mi pare che, a questo punto, uno sciopero generale di tutti i settori che non sono vitali per la sopravvivenza del Paese si imponga: per difendere le due cose più importanti che abbiamo, la vita e la democrazia.


Articolo pubblicato sul sito di Volere la luna il 23 marzo 2020

Immagine da Wikimedia Commons: Quinten Massys, Gli usurai, 1520