di Tomaso Montanari

«La libertà è come l’aria, si capisce quanto vale quando comincia a mancare»: in un momento in cui ai più fragili (e dunque ai più preziosi) l’aria manca letteralmente per colpa del maledetto virus, e a tutti noi manca terribilmente la libertà di andare dove vogliamo, non può non venire in mente questa celebre frase che Piero Calamandrei disse agli studenti milanesi nel 1955, spiegando che la Costituzione era proprio quello, l’aria e la libertà che per vent’anni erano mancate.Negli anni trenta, Calamandrei e un gruppo di amici (i fratelli Rosselli, Leone Ginzburg, Benedetto Croce, Luigi Russo e molti altri…) lasciavano di sabato le città infettate dal fascismo, e cercavano nelle campagne e nei monumenti l’aria della libertà. La Costituzione, poi, con l’articolo 9 che protegge lo spazio pubblico (il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione), disse solennemente che il nostro essere comunità è fondato anche sui luoghi che ci hanno plasmato come tali mentre noi li costruivamo.

Forse in queste ore comprendiamo che la pubblica via, la chiesa, il parco sono qualcosa di più che semplici contenitori: sono la nostra anima comune, la nostra identità collettiva. Per questo credo sia un errore chiudere i parchi (come hanno fatto Sala a Milano e Nardella a Firenze, dopo aver commesso gli errori degli aperitivi sui Navigli e dei musei comunali gratuiti: passando da un eccesso all’altro) e le chiese (come hanno deciso i vescovi italiani, in un accesso di disincanto che ha seguito la giusta decisione del governo di sospendere le cerimonie). Diciamocelo: le chiese sono quasi sempre deserte, non sono certo luoghi in cui si rischia l’assembramento. E anche a costo di doverci dislocare un agente a sorvegliare che le distanze siano mantenute, non si sarebbe dovuto chiuderle: come ha compreso papa Francesco, che ha fatto riaprire le parrocchie di Roma.

E questo vale non solo per chi crede, ma anche per moltissimi agnostici, o atei: per i quali le chiese monumentali sono luoghi in cui attingere la forza per resistere. «La magnificenza e la sontuosità delle chiese italiane – ha scritto Bernard Berenson – suscitano in tutti quanti le frequentano ammirazione, e sentimenti del tutto immuni da quella invida che potrebbe sorgere in loro se si trovassero davanti a un simile sfoggio in un palazzo privato. Incolti, impreparati quanto si vuole, coloro che entrano in queste chiese non possono non subirne l’influsso sul proprio modo di concepire l’universo, arricchendolo di paragoni e di senso dei valori, tacendo del sentimento propriamente religioso».

Anche con le chiese chiuse, abbiamo tuttavia un luogo in cui il decreto di Conte consente di passeggiare, purché singolarmente, e che suscita gli stessi sentimenti: le nostre piazze storiche. «L’abbondanza di piazze in Italia e in Francia si spiega per un misto di condizioni climatiche e attitudini dei rispettivi popoli: non per caso sono Roma e Parigi le città che associamo all’idea di piazza pubblica perfetta. Ma condizioni climatiche quasi identiche si trovano anche in Grecia e in Spagna, dove però non ci sono piazze storiche comparabili, se non mutuate da Italia e Francia. È l’importanza della dimensione della vita politica in Italia e poi in Francia a determinare la nascita e lo sviluppo di questa tipologia urbanistica» (Paul Zucker, Town and Square, 1959). Attraversando in questi giorni le grandi piazze deserte (così simili a quelle delle città metafisiche di Giorgio De Chirico) possiamo capire l’intreccio profondo che da noi lega lo spazio e la comunità: politica viene da ‘polis’, che in greco vuol dire ‘città’.

Il Medioevo delle libertà comunali, delle città la cui aria rende liberi, costruisce le piazze che ancora oggi danno forma al nostro immaginario. Pensiamo a quella che forse è la più bella d’Italia, il Campo di Siena: un grande teatro, capace di accogliere tutta la cittadinanza. Una piazza che ha la forma del manto della Vergine, divisa in nove spicchi a ricordare il governo dei Nove…: ma soprattutto la scena dell’autocoscienza civica. Un primo emiciclo parlamentare.

Rappresentarci vuol dire rappresentare le nostre piazze. Quando Giotto, nella Basilica superiore di Assisi, costruisce la lingua pittorica degli italiani nelle storie di San Francesco egli dipinge la prima immagine riconoscibile di una piazza italiana. È il riquadro in cui vediamo la prima consacrazione pubblica di Francesco: e per farlo capire Giotto la ambienta in uno spazio pubblico. Non uno vago, o inventato, ma la piazza del Comune di Assisi, cioè in quello che era il centro della vita pubblica della città da quando vi si trovava il foro romano. Lo statuto pubblico della piazza rimarrà una costante della vita sociale italiana: ancora ‘scendere in piazza’ vuol dire manifestare pubblicamente un’opinione. Del resto, anche nell’affresco di Giotto si annuncia un conflitto: Francesco uscirà dalla comunità recintata dei ricchi (quella che occupa la scena con i suoi lussuosi abiti) per esaltare i poveri, e la povertà stessa.

Da Udine a Palermo non c’è città o paese, per quanto piccolo o povero, che non abbia una piazza capace di ricordare – anche a chi la attraversa a passo svelto, in questi giorni difficili – che siamo una comunità, che abbiamo un progetto. E che quel progetto si chiama bene comune.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 16 marzo 2020

Photocredits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Turin_piazza_costello.jpeg

Autore: Chensiyuan