La Calabria è una regione eccentrica, sia geograficamente sia culturalmente, perché avevamo, da poco, dovuto registrare che alle elezioni regionali aveva stravinto il modesto ceto politico di

centrodestra con, quasi, le stesse percentuali con le quali aveva stravinto l’altrettanto modesto ceto politico di centrosinistra cinque anni prima, quando ha fatto capolino una notizia, piccola ma che mette in discussione tutta una serie di luoghi comuni stratificatisi sulla regione e sui suoi abitanti.

La Ferrero Halzenut Company aveva contattato, tre anni fa, il piccolo Consorzio di Valorizzazione e Tutela della Nocciola di Calabria di Torre di Ruggiero perché si apprestava a lanciare il progetto Nocciola Italia, con l’obiettivo di far sviluppare la corilicoltura e creare una filiera profittevole per questo comparto agricolo in Calabria. La notizia consiste nella risposta negativa data dal Consorzio alla multinazionale e, soprattutto, nella motivazione fornita dai produttori calabresi. Il presidente del Consorzio, Giuseppe Rotiroti, ha affermato che pur essendo lieto per la proposta ha sostenuto che quello della Ferrero «non è il modello di sviluppo del Consorzio e i metodi ed i percorsi produttivi sono inconciliabili con la natura della nostra produzione, con la nostra qualità e anche con la conformazione dei nostri territori».

Una risposta che mette in discussione il modello di produzione agricola della Ferrero, che prevede una monocoltura intensiva con grandi distese di noccioleti per le quali, nel paesaggio agrario calabrese, non solo non c’è spazio, ma nemmeno un’agevole produttività, trattandosi di territori geomorfologicamente frammentati e disomogenei. Il piccolo Consorzio ha rifiutato l’offerta della multinazionale –che, peraltro, trasformerebbe la materia prima altrove – perché vuole mantenere alta la qualità, ed il prezzo, della produzione della cultivar «tonda calabrese» che è stata piantata, nel corso degli ultimi secoli, da aziende piccole e medie nella Valle dell’Ancinale, fra le province di Vibo Valentia e Catanzaro.

Una storia antica, quella agraria calabrese, le cui tracce viventi si possono ancora rintracciare in una terra dalle superfici frammentate, dagli orizzonti continentali chiusi, dai paesaggi agrari vari e contrastati. Manlio Rossi Doria, nel 1950, scriveva che «in realtà non c’è la Calabria, ma le Calabrie» perché nessuna regione d’Italia presenta simili variazioni di paesaggio, di clima e di vegetazione e chi vuole capire ed interpretare, davvero, la realtà e i problemi di questa regione, deve tener conto di questa molteplicità di aree e morfologie su cui si fonda anche la sua multiforme bellezza. Il Consorzio ha compiuto uno degli atti più radicali che si potessero fare nella regione più povera d’Europa: ha rinunciato ad un profitto abbastanza facile ed immediato per continuare a produrre la propria particolare specie di nocciola negli stessi luoghi in cui è stata coltivata per secoli. Come dice Piero Bevilacqua (Felicità d’Italia, 2017), «in Italia dovremmo guardare all’agricoltura come si deve guardare al patrimonio artistico e culturale, tenendo conto che essa è un mondo vivente». Quei coltivatori calabresi non hanno voluto cancellare con una monocoltura intensiva, tipica dell’agricoltura capitalistica, i propri paesaggi che avrebbero perso non solo il variopinto splendore delle colture promiscue, ma anche la biodiversità tipica dell’agricoltura italiana e calabrese in particolare.

Insieme al degrado dei paesaggi e all’abbandono di campagne e paesi, in questa regione contraddittoria si assiste, negli ultimi anni, alla diffusione di un fenomeno positivo che coinvolge decine e decine di piccole aziende, formate per lo più da giovani, che si prendono cura dei territori e credono in uno sviluppo dell’agricoltura incentrato sulla coltivazione di antiche cultivar con mezzi moderni, ma ambientalmente sostenibili. Il cammino verso una ricomposizione armonica dei paesaggi delle Calabrie è ancora lungo e incerto, ma sta compiendo alcuni piccoli passi.

 

IL Manifesto, 11/2/ 2020