C’è qualcosa di avvoltoiesco, di sciacallesco, nel salutare come un’«occasione» la distruzione di una chiesa storica ad opera di un terremoto che fece in tutto ventisette vittime. Eppure, è

proprio questo che scrive il Segretariato regionale del Ministero per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna nel bando internazionale per la (ri)progettazione della chiesa di San Francesco a Mirandola, che scadrà nel prossimo febbraio: «lo squarcio del sisma del 2012 si configura come un’occasione preziosa per indagare sulla natura dei materiali originari, sulle modalità di lavorazione, sulle tecniche di assemblaggio, sui sedimenti del tempo. Un’occasione irrinunciabile per ideare una progettazione attuale, che possa valorizzare l’organismo storico proprio grazie all’accostamento armonioso di inserti contemporanei a quanto resta del materiale originario». 

Sarebbe bastata la consapevolezza della gravità delle infiltrazioni della ‘Ndrangheta nella ricostruzione emiliana (emerse in modo clamoroso grazie alla Operazione Aemilia) a sconsigliare di parlare del terremoto come di un’opportunità. Ma è un antico vizio, questo degli architetti emiliani dei Beni Culturali. Il drammatico e gratuito abbattimento di campanili (indimenticabili le immagini dell’esplosione di quello di Poggio Renatico), municipi (come quello di Sant’Agostino, nel ferrarese, anch’esso minato con la dinamite), case antiche (nella stessa Mirandola) danneggiati dal sisma trovò una giustificazione ideologica negli stands del Ministero 2al Salone di Ferrara nel marzo 2013. Il loro titolo, stampato a caratteri di scatola, era: «Dov’era ma non com’era». Una provocazione, rincarata dalla presentazione stampata sui pannelli, in cui il vertice del sistema italiano di tutela del patrimonio culturale affermava: «di considerare questo evento drammatico come un’opportunità. L’opportunità di affermare una cultura architettonica della ricostruzione capace di prendere le mosse dalla reale situazione e consentire la coesistenza tra le preesistenze e gli edifici contemporanei, l’attualizzazione del bene culturale laddove era, dando ad esso nuovi significati vitali». Una serie impressionante di bozzetti architettonici, culminante nell’idea di un campanile formato da monumentali forme di parmigiano, chiariva cosa si dovesse intendere per «attualizzazione». Contemporaneamente, al Salone dell’Innovazione Edilizia di Bologna «designer di fama internazionale hanno proposto la propria idea di ricostruzione, con l’auspicio che l’Emilia diventi “il più grande museo d’Arte contemporanea a cielo aperto”». 

Naturalmente nessuno ha nulla contro l’arte e l’architettura contemporanee (a cui Dario Franceschini ha ora voluto consacrare l’ennesima direzione generale del Mibact, dal nome, appena un poco retorico, di ‘Direzione generale Creatività contemporanea e rigenerazione urbana’), ma non si capisce perché il loro sviluppo debba avvenire a spese di una chiesa storica, che si dovrebbe e potrebbe invece ricostruire com’era e dov’era, pur lasciando evidenti le ferite gravissime del terremoto. In Francia anche Macron ha provato a sfruttare l’incendio di Notre-Dame per legare il suo nome a un mirabolante rifacimento da affidare a qualche archistar, ma è stato velocemente ricondotto alla ragione dagli intellettuali e dai cittadini che rivogliono la loro cattedrale com’era e dov’era. 

E da noi non c’è solo il sacrosanto diritto dei cittadini di Mirandola a riavere la loro chiesa (distrutta ormai da 8 anni), c’è anche la forza della legge: come ha notato Italia Nostra, criticando aspramente il bando ministeriale, «l’articolo 29 del Codice dei beni culturali impone il recupero del bene nella sua integrità materiale come principio e fine del restauro: e per il san Francesco il progetto è tutto documentato nell’edificio come era fino al devastante terremoto». L’associazione di tutela ha anche rilevato che il concorso di idee e progettazione articolato in due gradi è previsto per gli interventi di particolare rilevanza e complessità (Codice degli appalti, art. 154) solo quando la Pubblica Amministrazione non sia «in possesso di idonea competenza nelle materie oggetto del progetto» (art. 23, comma 2), e ha chiosato: «allarmante confessione: l’amministrazione dei Beni Culturali al proprio interno non dispone di adeguate competenze professionali per progettare interventi di restauro». Certamente gioca un ruolo in questa vicenda lo spopolamento di personale e competenze che prostra il Mibact: a causa del quale sedici senatori Cinque Stelle hanno appena chiesto a Franceschini di rinviare l’attuazione dell’ennesima riforma. 

Ma c’è qualcosa di più profondo: una vera e propria crisi culturale, che fa ritenere noioso e poco spendibile sul piano della comunicazione il restauro di un monumento storico, mentre fa apparire eccitantemente dissacratoria la sua (lucrosa) riscrittura moderna. La logica dei Grandi Musei autonomi, valutati solo sul fatturato, inizia a minare anche la tutela territoriale. E d’altra parte, la chiesa di Mirandola appartiene al Fondo Edifici di Culto del Ministero degli Interni, alla cui guida Matteo Salvini nominò – nei fatali ultimi giorni del Papeete – il super direttore franceschiniano degli Uffizi, Eike Schmidt. 

Perché su una cosa Lega e Pd sono d’accordo: o il patrimonio culturale diventa un circo mediatico, o non serve a nulla. E, soprattutto, non serve a loro.

 

FQ, 27 gennaio 2020.