Per “decarbonizzare” la Terra (per sostituire i combustibili fossili con energie meno impattanti sull’atmosfera) servirebbero molti trilioni. Uno, forse due o tre punti di Pil. Per la sola conversione degli apparati energetici, scrive l’Agenzia per l’energia, servirebbero 68.000 miliardi di dollari. Solo in Europa, per raggiungere la “neutralità climatica” (zero emissioni nette al 2050) servirebbero 300 miliardi all’anno di soldi pubblici. E dove li potrà mai trovare la volonterosa Von der Leyen? Solo in Italia per rispettare gli obiettivi nazionali presi con la firma dell’Accordo di Parigi, cinque anni fa, servirebbero 190 miliardi. E in quale cilindro dovrebbe trovarli Conte due? Come chiedere, poi, a Cina, India e agli altri “paesi in via di sviluppo” di rinunciare a estrarre e usare le loro risorse fossili?

Attenzione, avvertono i saggi esperti di economia, primi consiglieri dei politici: imporre alle imprese produttive tagli alle emissioni dei gas climalteranti implicherebbe una perdita di competitività. Tanto più se ciò dovesse avvenire introducendo tasse sulle emissioni (carbon tax). Abbiamo già visto cosa è successo con i gilet gialli in Francia (un loro slogan contro Macron per l’aumento della benzina era: «Tu ti preoccupi della fine del mondo, noi non sappiamo arrivare alla fine del mese») e con la plastic tax da noi. Quindi, sembra non esserci alternativa tra morire soffocati o perdere redditi. “Fumo o fame” dicevano gli operai avvelenati dalle fughe di gas al Petrolchimico di Marghera negli anni Settanta. E siamo ancora lì.

A meno che non si avveri il decoupling: il miracolo della separazione tra crescita del PIL e aumento degli impatti ambientali. In altri termini non si riesca a “riconciliare l’economia con il pianeta”, come recita il motto del nuovo European Green Deal, varato pochi giorni fa dalla Commissione europea. Un’operazione, invero, annunciata molte volte negli ultimi trent’anni, con varie denominazioni: green economy, economia circolare, quarta e quinta rivoluzione industriale, biotecnologie e intelligenza artificiale, città smart, finanza sostenibile e molte alte ancora. Peccato che si sia dimostrata infruttuosa. Non sono diminuiti infatti né i prelievi di risorse naturali, né le emissioni inquinanti (vedi il rapporto dell’European Environmental Bureau, Decoupling Debunked. Evidence and arguments against green growth as a sole strategy for sustainability, 2019). Ciò perché c’è una logica ferrea nell’economia capitalistica che appare insuperabile (studiata da economisti non ortodossi da due secoli: da Jevons a Roegen, da Gorz a Nebbia e a Martinez Allier): ogni centesimo di plusvalenza realizzato nella sfera dell’economia di mercato si porta dietro inevitabilmente un pezzetto di natura, accelerando l’entropia del sistema. Si entra così in un cortocircuito distruttivo. Pretendere di trovare i finanziamenti necessari alla cura della crisi ecologica facendo crescere il volume del valore di scambio delle merci prodotte e vendute sui mercati significa incrementare lo sfruttamento delle risorse naturali e accentuare lo stress climatico. È come dire: curiamo la Terra facendola lavorare di più, salviamo la natura mercificandola. La fisiologia dell’economia dei soldi è diversa da quella dell’economia della natura. I cicli economici di Kondratiev sono diversi dai cicli bio-geo-chimici che regolano e rigenerano la vita sulla Terra. Si tratterebbe solo di stabilire quali sono più importanti. L’equilibrio tra la conservazione delle funzioni vitali della natura e la redditività dei capitali investiti non è detto che lo si possa trovare mediando nel mezzo. Bisognerebbe prendere atto che non sempre esistono soluzioni win-win.

A Madrid è andata in scena una contrapposizione tra i rozzi negazionisti della “coalizione fossile” (Stati Uniti, Arabia e paesi arabi, Brasile, Australia) e gli innovatori europei del Green New Deal (il cui teorico indiscusso è Jeremy Rifkin, Un Green New Deal Globale. Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l’audace piano economico per salvare la terra, Mondadori, 2019). In verità non c’è una differenza sostanziale di strategia tra i due schieramenti. Ambedue non vogliono pagare il prezzo dei danni che hanno provocato al pianeta (assumendosi la responsabilità del “debito ecologico” storico accumulato almeno dall’inizio dell’era industriale) e, soprattutto, non vogliono mollare la presa sugli assets (materie prime o tecnologie) utili a mantenere alta la competitività delle proprie imprese e un differenziale di dominio sul resto del mondo.

I negoziatori europei a Madrid hanno insistito, ancora una volta, sull’unica idea che sono riusciti a concepire dal tempo del Protocollo di Kyoto (1997): la creazione di un mercato artificiale (cap and trade, protezione e commercio) dell’aria fritta. Vale a dire la concessione statale di quote di inquinamento (più o meno gratuite) alle imprese così che possano commercializzarle tra loro, capitalizzarle, finanziarizzarle, rivenderle anche in paesi terzi e scambiarle con progetti di “sequestro del carbonio” (riforestazione ecc.) in terre lontane. Così da scaricare altrove i costi della riconversione degli impianti più inquinanti. Oggi nelle borse specializzate una autorizzazione a emettere una tonnellata di CO2 viene scambiata a 25 euro. Grazie al mercato del carbonio l’inquinamento diventa un capitale investibile! Ha scritto un commentatore su un giornale autorevole: «C’è chi ritiene che permettere a chi inquina di “comprare” i diritti a farlo dai Paesi virtuosi e meno sviluppati sia infondo una forma di neocolonialismo» (Stefano Agnoli, Ma per la svolta servono Usa e Cina, Corriere della Sera, 17 dicembre 2019). Ed è proprio così.

È in corso una guerra planetaria non dichiarata per tenere le mani sulle risorse del pianeta, che comprendono i combustibili fossili, ma anche e sempre di più le “terre rare”, l’acqua dolce, i suoli fertili, i semi, i genomi. L’arma di distruzione di massa che i “poteri fossili” (e non solo loro) stanno cinicamente usando è il clima. E come sempre a farne le spese sono i civili, le donne e i bambini più poveri. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) nel solo 2018 gli sfollati a causa di calamità naturali sono stati 17,2 milioni. In dieci anni i profughi ambientali saranno 265,3 milioni. Secondo la rivista Nature, entro la fine del secolo, saranno 40 milioni le persone esposte alle inondazioni per l’innalzamento dei livelli dei mari. Tra queste anche gli abitanti della mia città, Venezia. Che in questi giorni ci offre uno spettacolo davvero significativo della scelleratezza umana: vetrine e banchi dei negozi imbanditi di ogni genere di cose per il Natale e i piedi con gli stivali in ammollo.

È meglio che le Conferenze tra le parti finiscano qui. Sono solo una scusa per gli stati a non far nulla. È meglio chiedere che gli impegni per il clima (così come per le altre crisi ecologiche in atto: l’estinzione di massa delle specie viventi, l’acidificazione degli oceani, la perdita di fertilità dei suoli, il ciclo dell’acqua e così via) vengano assunti unilateralmente, stato per stato, regione per regione, comune per comune. Facciamo un Friday for Future in ogni città.