Giovedì scorso è nata, con un atto sottoscritto dai soci fondatori – ministero per i Beni Culturali, Regione Toscana e Comune di Sesto Fiorentino –, la “Fondazione Archivio Museo Archivio

Richard Ginori della Manifattura di Doccia”. È una buona notizia: giunge così a un primo significativo giro di boa una lunghissima e travagliata navigazione. Il museo e l’archivio contengono l’eredità materiale di una delle più straordinarie pagine della storia culturale, artistica ed imprenditoriale dell’età moderna: la manifattura di porcellana fondata a Doccia, a sei miglia da Firenze, dal marchese Carlo Ginori nel 1737. Iniziava allora una vicenda che ha saputo congiungere in modo mirabile la storia della scultura (il museo conserva infiniti modelli in terra e in cera, dall’età barocca in poi), quella dell’industria (i piatti di porcellana, diffusi lentamente presso quasi tutti gli strati sociali) e del design (a far entrare la manifattura nel Novecento sarà il suo direttore Giò Ponti) e infine la storia di una città (Sesto Fiorentino) e dei suoi lavoratori.

Ma tutto giunge a una fine, e sembrava davvero finita quando, nel 2004, la Ginori alienò il terreno su cui sono ubicati sia la fabbrica sia il museo ad una società immobiliare (la Ginori Real Estate, che aveva come soci immobiliaristi poi coinvolti in varie inchieste). Nel 2010 la Ginori Real Estate venne messa in liquidazione, e nel 2013 fu la volta della stessa manifattura Ginori, che fallì (seguirà un processo per bancarotta fraudolenta). La manifattura, dopo lunghe lotte dei lavoratori, è stata ‘salvata’ dalla Gucci, che l’ha rilevata. Ma l’acquisto dello stabilimento da parte di una multinazionale del lusso con sede all’estero (Gucci appartiene infatti alla Kering di François Pinault) ha tagliato l’ultimo filo tra l’attuale produzione Ginori e la storia della manifattura Ginori: e la prima conseguenza è stata la perdita di interesse per il museo, che incredibilmente non fu acquistato dalla holding, e rimase in un asse fallimentare privo dei mezzi necessari al suo stesso mantenimento in vita. Se, dunque, la condanna a morte del museo è stata firmata da speculatori fiorentini, la sua mancata salvezza è invece responsabilità dei nuovi padroni stranieri. Il risultato fu una scissione inconcepibile: visto che ancora oggi una parte rilevante dei fondi del museo sono fisicamente conservati nello stabilimento, e una parte rilevante dei gesti compiuti ogni giorno dai modellatori e dai decoratori affonda le sue radici nella vita delle forme che abita quel museo. Il disfacimento fisico del museo – invaso dalle infiltrazioni d’acqua e dalle muffe – si può leggere come un simbolo delle conseguenze di una globalizzazione finanziaria, mediata dalle banche, sul tessuto industriale e su quello culturale e sociale. Tutto ciò che nel XIX secolo stava a cuore a Leopoldo Carlo Ginori Lisci – il rapporto della sua produzione con la storia dell’arte fiorentina e con la felicità dei suoi operai – è esattamente ciò che non interessa oggi: e proprio per questo la lotta per la salvezza del museo si intreccia con quella per la salvezza del lavoro alla Ginori.

Chi scrive questo articolo si è battuto in ogni modo per questo duplice obiettivo, proponendo l’acquisto pubblico del Museo e il suo conferimento ad una fondazione di partecipazione che portasse ad un Museo Ginori non solo in sicurezza e riaperto, ma in piena attività scientifica e didattica (con una vera comunità di ricercatori residenti), inserito nella vita quotidiana del territorio di Sesto e di una grande Firenze, in continuo rapporto con uno stabilimento Ginori pieno di lavoratori, ancora attivo, legato alla sua terra e alla sua storia. Bisogna dare atto al ministro Dario Franceschini che questo obiettivo è oggi, almeno in parte, colto. È stato lui a decidere l’acquisto pubblico del museo (atto necessario, e dal sapore paradossale: la retorica del salvifico privato stride con l’incapacità dei tanti imprenditori dell’area fiorentina di risolvere questa situazione senza lo Stato), avvenuto il 30 marzo 2017, ed è ancora lui a condurre oggi in porto la creazione della Fondazione. Se si è arrivati a questo risultato lo si deve alla tenacia del sindaco di Sesto Lorenzo Falchi e di Monica Barni, assessore alla cultura e vicepresidente della Regione Toscana; all’impegno politico del presidente Enrico Rossi, all’ottimo lavoro del direttore regionale della Cultura Roberto Ferrari.

Non mancano note amare: il Mibact ha cambiato in peggio lo statuto proposto dal Comitato che l’aveva redatto: marginalizzando il ruolo del comitato scientifico, stravolgendone i criteri di nomina e ridimensionando le funzioni dell’assemblea dei soci (l’organo che avrebbe dovuto render concreto il coinvolgimento dei cittadini). Non si riesce a far comprendere che i musei sono vivi solo se sono luoghi di ricerca, liberi dalla lottizzazione politica e invece aperti ai cittadini comuni. E non mancano le incognite: per salvare lo stabilimento, Unicoop Firenze ha meritoriamente acquistato i terreni che circondano il museo, e ora è vitale che lì non sorga l’ennesimo centro commerciale, ma una struttura, certo in parte anche capace di remunerare l’investimento, ma pensata in armonia alle esigenze del museo e dei cittadini che lo frequenteranno. La morale della storia è che facciamo davvero fatica per essere all’altezza della nostra eredità culturale: la buona notizia è che ci stiamo provando. Ma siamo all’inizio.

 

FQ   | 23 DICEMBRE 2019