Dal 1985 sono 60 le città che hanno beneficiato del piano europeo: il turismo cresce, ma solo per un breve periodo. E nascono tensioni sociali con i cittadini
Dal 1985 sono ormai 60 le città nominate Capitale europea della cultura: le ultime quest’anno sono state Matera e Plovdiv in Bulgaria, l’anno prossimo sarà il turno di Fiume/Rijeka in Croazia e Galway in Irlanda. Lanciato nel 1983 da Melina Mercouri, allora ministra della Cultura greca, il programma prese avvio due anni dopo da Atene. Il successo dell’evento fu tale che nel 1999 il Consiglio della Ue trasformò il progetto in un’azione comunitaria e creò un sistema a rotazione più trasparente per le città vincitrici. La selezione – modificata da ultimo nel 2014 – pone attenzione al controllo delle proposte, alla dimensione europea dei progetti, alla concorrenza tra città candidate e al ruolo del comitato di selezione. Con l’aumento dei concorrenti sono esplosi anche i budget spesi, specie sul fronte delle infrastrutture, che non sempre però hanno portato reali benefici a lungo termine in termini turistici. Inoltre si sono verificati conflitti e tensioni sociali a causa degli obiettivi talvolta contraddittori dell’evento, per l’incapacità di coinvolgere le comunità locali e di ridurre le divisioni sociali. Il bilancio in chiaroscuro di 35 anni del piano comunitario emerge da una ricerca di Ivana Katsarova per l’Ufficio studi del Parlamento Ue.

Il programma Capitale europea della cultura è il maggiore nel settore e il terzo evento per importanza nel Vecchio continente dopo le Olimpiadi e i campionati mondiali ed europei di calcio. Le città lo usano come leva per rigenerarsi urbanisticamente e riposizionarsi in termini economici, grazie alle incalcolabili opportunità di marketing e d’immagine. Il successo è stato tale che i Paesi arabi dell’Unesco ha avviato un evento simile per le capitali arabe e nel 1997 è stata lanciata anche negli Usa. Dal 2009 c’è la “Capitale europea dei giovani” e programmi per le “Capitali nazionali della cultura” esistono in Italia, Lituania e Regno Unito.

La crescente popolarità del programma si misura dall’aumento di domande. Nella prima fase del progetto (anni ‘80 e ‘90), una singola città – di solito la capitale – veniva indicata dai governi. Poi l’introduzione delle gare, a fine anni ‘90 ha scatenato le domande: l’apice nel 2000 quando nove città si contesero il titolo. Per far fronte all’allargamento della Ue da 15 a 27 Stati nel 2004 è stato introdotto un sistema di rotazione tra Paesi, con due capitali nominate ogni anno. Per il titolo 2016 che spettava alla Spagna c’erano 16 candidate, mentre 15 città italiane erano in lizza per quest’anno.

Di pari passo con l’aumento delle città in corsa sono cresciuti anche le somme spese per la candidatura e i budget investiti nella realizzazione dell’evento. Tra il 1985 e il 1994 il budget medio era di circa 25 milioni ma l’importo è arrivato a 60 milioni tra il 2007 e il 2017, esclusi gli investimenti nelle infrastrutture. I costi totali sono andati dai 9 milioni di Pafos a Cipro nel 2017 ai 289 di Istanbul nel 2010, che però lasciò fondi inusati per circa 100 milioni. Liverpool nel 2008 spese 166 milioni, ma su più anni. Mons (2015), Essen (2010), Breslavia (2016) e Marsiglia (2013) spesero tra 70 e 100 milioni. I budget variano tra l’Europa occidentale e orientale e tra le città maggiori e quelle più piccole, come Tallinn (2011) con 14 milioni e Linz (2009) con 69 milioni. Il contributo finanziario della Ue all’evento si limita solo a un milione e mezzo fisso per ogni città, ma viene integrato da risorse pubbliche nazionali e locali e da investimenti privati.

Sul fronte economico, i risultati di uno studio del 2016 affermano che nelle città vincitrici il Pil procapite aumenta del 4,5% rispetto a quelle che non vincono. L’effetto inizia due anni prima dell’evento e dura in media cinque anni dopo. Per il turismo, però, una ricerca sulle 34 capitali tra 1998 e 2014, a confronto con altre 800 città europee, mostra che nell’anno dell’evento c’è un aumento medio dell’8% delle presenze alberghiere che tuttavia sfuma presto. Fino al 2011 solo quattro città ospitanti sono riuscite a rilanciare il turismo a lungo termine: Lisbona, Reykjavík, Tallinn e Bologna nel 2000. Marsiglia ha il record di 11 milioni di visitatori con una riqualificazione urbana costata miliardi e un piano di investimento di 600 milioni per le strutture culturali, come il Museo delle culture europee e mediterranee che nel 2018 ha contato oltre 1,3 milioni di visitatori.

L’altra faccia della medaglia sono però i problemi. L’inclusione e la partecipazione della comunità locali sono criteri di selezione essenziali per il successo dell’evento ma in molti casi si valorizza solo l’immagine turistica all’estero. In alcune Capitali della cultura sono nati movimenti di protesta (come a Weimar nel 1999) per il conflitto tra l’identità culturale locale e la gestione del marketing, come a Cork (2005). A Turku (2011) ci fu il controevento: “Capitale Ue della controcultura”.

Talvolta poi i progetti drenano tutto il budget dedicato anche ad altre iniziative culturali. Sebbene le città candidate si presentino come “inclusive”, questa retorica spesso resta sulla carta: solo Lille (2004) inserì obiettivi sociali nel programma culturale piuttosto che trattarli come temi separati. A Sibiu (2007), ci fu un boom di attese sulla crescita che sfociarono nella delusione dopo la fine dell’evento perché i problemi delle strutture culturali restarono irrisolti. Ci si chiede se le Capitali europee della cultura favoriscano solo “eventi culturali convenzionali collegati a istituzioni affermate e che riflettono i gusti culturali della borghesia”, come avvenuto a Stavanger (2008), in un processo di “gentrificazione culturale” che deprime l’arte alternativa. Per l’Europa e i suoi progetti di coesione il progetto rappresenta però un gigantesco successo. Il prossimo turno per l’Italia sarà nel 2033, insieme all’Olanda: in quell’anno potrà concorrere anche la città di un Paese candidato a entrare nella Ue.

 

FQ   | 23 DICEMBRE 2019