di Paola Somma

Il 17 dicembre si è svolta, alla presenza del ministro Dario Franceschini, la cerimonia di “restituzione alla città” dei Giardini Reali. 

Voluti da Napoleone e completati durante la dominazione austriaca, i giardini passarono poi al regno d’Italia (nel 1918 la regina vi si intratteneva con i mutilati di guerra) e il 23 dicembre 1923 furono dal demanio dello stato assegnati  “in uso all’ente locale affinché fossero aperti al pubblico”.E pubblici sono rimasti fino al 2014, quando  demanio e comune li hanno concessi alla Venice Gardens Foundation, presieduta da Adele Re Rebaudengo, che li ha “riportati  a nuova vita”,  in partnership con il gruppo Generali. 

La cronologia dei fatti che, snodandosi lungo il quinquennio trascorso dall’entrata in vigore dell’art bonus, hanno consentito di portare a termine l’operazione, è più utile di qualsiasi commento per capire l’intreccio fra le decisioni dei rappresentanti delle pubbliche istituzioni ed i fruttuosi investimenti dei mecenati di se stessi.   Come bene dice la signora Re Rebaudengo “il rapporto con tutte le istituzioni competenti è stato ottimo, sia con la Soprintendenza, che con il Demanio, che con la Città, a cui ci siamo presentati con spirito di servizio”.

2014 

Il 31 maggio 2014, con decreto legge n. 83, “disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo”, viene istituito il cosiddetto art bonus, cioè la concessione di detrazioni fiscali del 65% in tre anni per le “donazioni” a favore dell’arte. Tali donazioni non confluiscono in un unico fondo, ma i mecenati possono scegliere l’intervento al quale destinare l’offerta. Secondo il ministro Franceschini, la legge “abbatte due barriere, quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione”.

Nel mese di ottobre si costituisce la Venice Gardens Foundation che, sebbene priva di propri fondi, chiede al demanio la concessione dei Giardini Reali e propone al comune di Venezia di provvedere al restauro, dal costo previsto di tre milioni e ottocentomila euro, con il “ sostegno di mecenati” (all’epoca non meglio identificati). 

Il demanio le concede il compendio senza gara, e il 23 dicembre il commissario straordinario Vittorio Zappalorto subentrato al sindaco Giorgio Orsoni, dimessosi perché coinvolto nelle inchieste relative al Mose e al Consorzio Venezia Nuova, firma un protocollo d’intesa con la fondazione che, dopo il restauro, gestirà, per 19 anni, la coffee house e la nuova serra. Inoltre potrà organizzare all’interno dei giardini, che hanno una dimensione di circa  5500 mila metri quadrati, attività di studio e di ricerca, e creerà “una linea di articoli da giardino”. Fra i vari interventi è prevista anche l’apertura di un collegamento tra i giardini e piazza San Marco, attraverso le Procuratie Nuove. 

Le proteste di alcuni gruppi di cittadini per la procedura anomala, con la quale nel giro di pochi giorni le pubbliche istituzioni hanno accettato le richieste della fondazione, restano ovviamente inascoltate. Anzi, il commissario Zappalorto definisce l’operazione “un miracolo, nato dalla volontà di restituire alla città i suoi giardini reali” e per l’allora sopraintendente Renata Codello si tratta “quasi di un regalo di Natale per la città”. Più illuminante la dichiarazione della signora Re Rebaudengo: “ il ministro Franceschini conosce il nostro progetto, perché siamo andati a trovarlo, ne abbiamo parlato più volte e ha capito il fascino di quest’operazione di rinascita”.

2015 

Il 9 marzo 2015, la fondazione presenta al comune il progetto di restauro che, sebbene difforme da quanto indicato nel protocollo d’intesa, ha il parere favorevole della sopraintendenza. 

Il 16 aprile il commissario Zappalorto delibera che l’approvazione del progetto costituisce variante alla VPRG variante del piano regolatore generale per la Città Antica, senza necessità di approvazione superiore”. 

Il 17 aprile la fondazione, alla quale il 27 marzo il demanio ha consegnato l’area, stipula con l’università IUAV una convenzione, al fine di sviluppare e promuovere la ricerca sui temi della progettazione del paesaggio e del giardino e in particolare della loro rigenerazione architettonica, estetica e ambientale, e per lo svolgimento di attività di interesse comune, tra le quali “un’esercitazione progettuale” da svolgersi presso i giardini. 

Nello stesso periodo, il commissario chiude il contenzioso che il comune aveva con il gruppo Generali, proprietario delle Procuratie Vecchie, togliendo il vincolo ad uso pubblico che gravava su parte dell’edificio ed accettando, di fatto, tutte le pretese di Generali circa le future destinazioni.  

Il 18 dicembre il comune delibera il “recepimento dell’accordo pubblico/privato tra Comune di Venezia e Generali Italia s.p.a. e la contestuale adozione di una variante al Piano degli Interventi”. 

2016

In un primo momento tra le decisioni del commissario relative ai Giardini Reali e alle Procuratie Vecchie non era emerso nessun collegamento; sembravano solo due “normali” regali a privati investitori. 

Nel 2016, però, la fondazione e Generali sottoscrivono  un accordo  in seguito al quale Generali diventa sponsor unico del restauro dei giardini e mette a disposizione per i lavori due milioni e cinquecentomila euro (cifra inferiore al compenso ufficialmente percepito nel corso del 2016 dall’amministratore delegato Philippe Donnet).

I termini dell’accordo non sono mai stati resi noti e quindi non si  sa quali benefici la fondazione abbia trasferito a Generali in cambio dei fondi, ad esempio la possibilità che, in occasione di eventi e cerimonie di rappresentanza, a Generali sia riservato l’uso esclusivo dei giardini trasformati in prestigiosa porta d’acqua della propria sede.

Nel mese di ottobre la fondazione, tra i cui membri figura Simone Bemporad direttore  comunicazioni e affari generali di Generali, crea Venice Gardens, s.p.a., una propria società a responsabilità limitata.

2017 

Il 7 aprile il progetto degli interventi viene presentato alla stampa e la  signora Re Rebaudengo ringrazia  “a nome di tutti i veneziani”  Donnet, il quale  non esclude ulteriori erogazioni di denaro  (“il resto lo vedremo col tempo”).

Il 31 maggio iniziano i lavori, il cui primo atto è l’abbattimento di alcuni alberi.

Il 6 giugno, Davide Scano, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, chiede con interpellanza urgente: 

“se e perché, Venice Gardens Foundation Onlus sia stata considerata dall’amministrazione comunale quale “concessionario di servizio pubblico”, bypassando così il TU dell’Edilizia;       

se e perché, l’allestimento del bar/caffè sia stato considerato  quale “opera pubblica o di pubblica utilità”, bypassando così la procedura prevista per le varianti al PRG;

se, infine, non sia opportuno revocare le delibere votate dal Comune visto il comportamento della Fondazione e se, parimenti, non sia da sollecitare il Ministro della Cultura per riassegnare il bene con una normale gara ad evidenza pubblica, con coinvolgimento della cittadinanza veneziana.”

Il 22  novembre  2017, a Generali viene conferito, alla presenza del ministro Franceschini, il Corporate Art Award per il suo contributo al restauro dei giardini.   

2018 

Nel maggio  2018  Venice Gardens Foundation, che è entrata a far parte della rete dei  Comitati privati per la salvezza di Venezia,  riceve il premio Cultura+Impresa. 

2019 

In giugno la fondazione rinnova il protocollo di intesa con l’Università IUAV. 

In luglio ottiene l’approvazione ad una variante “in corso d’opera” e quindi completa le nuove costruzioni che ora sorgono nel giardino.   

Il 17 dicembre, Adele Re Rebaudengo e il ministro Franceschini possono finalmente farsi immortalare mentre mettono  a dimora un albero e si auto elogiano a vicenda.    

Vincitori e vinti

Rispetto ad altri esempi di sedicente mecenatismo, dove i privati danno un obolo che, in gran parte, torna loro indietro come beneficio fiscale e come propaganda gratuita, nel caso in questione si è andati un passo avanti, perché la Venice Gardens Foundation non mette un euro di suo, ma agisce come intermediario di Generali che ha avviato “con orgoglio e passione un progetto per l’intera area marciana”. Un tassello di tale progetto è la creazione  di un collegamento tra le Procuratie Vecchie ed i  Giardini Reali che si affacciano sul bacino di san Marco, attraverso l’Ala Napoleonica,  gli appartamenti imperiali ed alcuni locali del museo Correr, dai quali, per  fortuita coincidenza, il sindaco Luigi Brugnaro ha di recente dichiarato di voler togliere le collezioni di libri e manoscritti antichi. 

Se esternalizzando la realizzazione del progetto sui Giardini, Generali ha ottenuto i propri obiettivi senza presentarsi  come diretto beneficiario dell’operazione, anche al mecenate in subappalto resta qualche  beneficio. La signora Rebaudengo tiene a sottolineare che il progetto mostra come si possa agire “con spirito  non solo commerciale, ma spirituale… tanti  entrano in questa città pensando esclusivamente al profitto; noi,  lo abbiamo fatto, invece, con pieno spirito di mecenatismo”.  Infatti, la fondazione  pagherà un canone di 28 mila euro all’anno, poco più di 2000 euro al mese,  per usare il giardino ed i suoi edifici che ora comprendono una grande caffetteria con vista sul bacino di san Marco e la sede della Venice Gardens Foundation.

Gli unici ai quali non rimane nulla sono i cittadini ai quali, mentre vengono derubati di beni e spazi pubblici, si racconta che stanno ricevendo un regalo. 

Il “Comitato per il ritorno di piazza san Marco alla città”, che si batte affinché “la città torni in piazza, la piazza torni alla città”,  ha indetto, per il 22 dicembre 2019, una pacifica manifestazione di protesta. Il prefetto Vittorio Zappalorto (lo stesso servitore dello Stato che fra il 2014 ed 2015, quando era commissario,  tanto ha fatto per il bene dei mecenati) non ha però concesso l’autorizzazione. Forse ritiene che per oggi abbiamo avuto abbastanza regali.